L’Istruttoria di Teatro Due: facendo i conti con l’orrore

Peter Weiss (photo: Janós Reismann - germanistik.fu-berlin.de)

Peter Weiss (photo: Janós Reismann – germanistik.fu-berlin.de)

Dal 20 dicembre 1963 al 20 agosto 1965 si svolse a Francoforte sul Meno un processo contro un gruppo di SS e di funzionari del lager di Auschwitz. Per la prima volta, l’allora Repubblica Federale Tedesca affrontava in maniera impegnativa la questione delle responsabilità individuali, dirette, imputabili a esecutori di ogni grado fra i recinti di Auschwitz.

Peter Weiss assistette a molte sedute del processo, vide le figure degli imputati e dei testimoni, assistette al tentativo di fare rientrare negli schemi della giustizia umana crimini non solo senza precedenti, ma inconcepibili.
Da note appuntate durante le sedute lo scrittore ricavò i materiali per “Die Ermittlung”, “L’istruttoria”, un “oratorio in undici canti” tratto dalle parole pronunciate in quell’aula di tribunale.

Spettacolo simbolo dell’ex Compagnia del Collettivo di Parma, ora diventata Fondazione Teatro Due, “L’Istruttoria” è un appuntamento immancabile con la memoria. Dal 1984, anno del debutto, torna tutti gli anni negli spazi storici del Teatro Due a ricordarci il dramma dei campi di sterminio.

Da segnalare, in occasione dell’allestimento di quest’anno, la presentazione del libro di Carlo Saletti e Frediano Sessi “Visitare Auschwitz” (Ed. Marsilio), una sorta di guida alla visita del tristemente noto lager nazista, ricostruito minuziosamente nelle sue vicende storiche e umane, una dettagliata testimonianza di come la memoria sia un fatto attivo che si costruisce.

Configurato sul modello del docudramma, lo spettacolo attinge esclusivamente ai materiali storici per condurci in un viaggio infernale nei meandri dei campi di sterminio; un teatro documento dove la finzione scenica è rigorosamente al servizio di una dimensione didattica, oltre che narrativa.
Nel prologo iniziale, accompagnato dalle parole di una pagina da “La Divina Mimesis” di Pasolini, gli attori appaiono nei camerini mentre si preparano ad entrare in scena. Una fase di compresenza fra i personaggi e gli spettatori in un perimetro ristretto della scena, che evoca l’atroce calca dei treni saturi di deportati. Di fronte, una parete nera, utilizzata ora come lavagna ora come porta d’ingresso dei vari protagonisti delle vicende.

Strutturato in canti, come rimando alla Divina Commedia dantesca, lo spettacolo ripercorre gli interventi di giudice, difensore, procuratore, diciotto accusati e nove testimoni. La storia del campo, o meglio, dei campi di Auschwitz, dalla loro apertura all’evacuazione per l’avvicinarsi delle truppe russe, è rievocata da chi vi aveva partecipato come vittima o aguzzino, dal personale impiegato per la “selezione” del materiale umano da eliminare o dai medici che usavano gli internati come cavie da laboratorio. Persino da personaggi che, per singolari dispositivi della macchina della legge, figuravano non tra gli imputati ma tra i testimoni, a fianco delle loro vittime.

Per Weiss era necessario trovare una forma che non ricordasse i processi in modo naturalista. Non si trattava di rappresentare i dibattiti di un processo ma era necessario che l’opera potesse, per livello e genere, essere paragonata a una tragedia antica. Accusati e testimoni sono quindi concepiti come “coro”, le voci isolate come i corifei di un dramma antico.
Gigi Dall’Aglio imposta il lavoro teatrale attraverso gli sguardi, in una visione quasi cinematografica della recitazione, un ritmo serrato che ne accentui la tensione drammatica ma che riesca a fotografare razionalmente il percorso scientificamente industriale che ha condotto allo sterminio. Combinazioni di parole che restituiscono con un’immediatezza, quasi insostenibile a volte, tutti i sensi possibili che la documentazione storica può offrire. Un testo di poesia che integra o addirittura approfondisce dati storici.

Rimodulando una sostanza verbale apparentemente incolore come può essere quella degli atti di un processo, il testo restituisce egregiamente il principio di “normalità” che governava le menti di chi partecipava dall’interno alla gigantesca macchina dello sfruttamento e della morte. Si comprime l’urlo di orrore per mettere in luce il terreno di coltura della barbarie.
Un orrore che non termina, perché presente nel confronto radicale e martellante tra passato e presente. Ed è “L’Istruttoria” stessa a non terminare: siamo semplicemente invitati ad uscire dalla sala, lasciando vittime e carnefici ancora in scena, ancora prigionieri della tragedia.

L’ISTRUTTORIA
di Peter Weiss
traduzione Giorgio Zampa
con: Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Gigi Dall’Aglio, Pino L’Abbadessa, Milena Metitieri, Tania Rocchetta
musiche: Alessandro Nidi
esecuzione: Davide Carmarino
costumi: Nica Magnani
luci: Claudio Coloretti
regia: Gigi Dall’Aglio
produzione: Fondazione Teatro Due

durata: 1h 44′

Visto a Parma, Teatro Due, il 9 marzo 2011