Il teatro ai tempi della peste: modelli di rinascita secondo Alberto Oliva

Alberto Oliva (photo: Roberto Bettolini)
Alberto Oliva (photo: Roberto Bettolini)

Ci sono libri intempestivi. Escono quando ormai è troppo tardi, e la narrazione dei fatti diventa grottesca. È il caso di “Perché guariremo” (Feltrinelli) di Roberto Speranza, arrivato nelle librerie lo scorso 22 ottobre e ipso facto finito fuori catalogo. Il libro del ministro della Salute è la ricostruzione trionfalistica di come il Governo Conte abbia gestito l’emergenza Covid che a fine febbraio ha travolto il nostro Paese. Narrava, con un tempismo ormai bizzarro, di come i nostri leader avessero saputo debellare un nemico che, a livello planetario, stava uccidendo milioni di persone.

Ci sono invece libri che ambiscono al più ad essere una riflessione su quegli eventi. Questi libri restano attuali ben oltre la lungimiranza degli autori. In “Il teatro ai tempi della peste. Modelli di rinascita” (Milano, Jaca Book 2020, pp. 208, euro 18) Alberto Oliva, scrittore, giornalista, regista teatrale di scuola Paolo Grassi, ripercorre venticinque secoli di storia del teatro. Riscopre così il potere salvifico dell’arte anche in tempi di pandemia.

La scure dei Dpcm del Governo Conte si è abbattuta ripetutamente sugli artisti, niente di nuovo sotto il sole. Con questo libro Oliva lancia due segnali opposti. Quello negativo riguarda l’incapacità della storia di intercettare il potere profetico, maieutico e catartico dell’arte. Ma è soprattutto in Italia che la politica pare disattendere il ruolo dell’artista come vate, oppure come intellettuale che dà voce alle problematiche sociali e politiche della sua epoca.
Il segnale positivo riguarda invece la resilienza degli artisti. L’artista è tale solo nella misura in cui legge gli eventi in tempo reale, li anticipa, li interpreta con un punto di vista innovativo, così da contribuire a modificarli.

L’assioma di Oliva è che le grandi crisi della storia, dalla peste di Atene del 430 a. C. all’influenza spagnola del 1918, sono sempre state un’opportunità per ritrovarsi e ridefinirsi. Eterogenesi dei fini.

A rendere interessante l’opera, sono anche i tanti aneddoti gustosi e tragici che la puntellano, e le risposte (in termini di sottovalutazioni, strumentalizzazioni, fake news, rimedi fantasiosi) che ricollegano il passato al presente. Il libro esprime la sensibilità dell’uomo di teatro e l’acume dello storico. Il talento di Alberto Oliva si esprime nella scrittura giornalistica e saggistica non meno che sul palco.

Agli attori, fortunati e deprecati, è dedicata la seconda parte del libro, introdotta idealmente dalle parole di Antonin Arnaud: «Il teatro deve essere come la peste, la cui virulenza sconvolge l’ordine dato e dissolve l’organismo che attacca, ma lo dissolve nel cervello e nei polmoni, quegli organi che sono alla diretta dipendenza della coscienza e della volontà, è lì che la peste attacca».

Ogni crisi è stata occasione di rinascita, ma la rinascita presuppone la morte. Il destino degli attori ha sempre oscillato tra gloria e infamia. A questa maledizione non fu estraneo il giudizio della Chiesa. Del resto, l’ambivalenza della figura dell’attore, artista e intrattenitore, intellettuale e perseguitato, depositario (o sedicente tale) di una sensibilità superiore che gli fa accettare come condanna fisiologica un fardello di fatica e sofferenza, è venuta fuori in maniera devastante durante il primo lockdown, che fino a metà giugno ha fermato il settore. Il virus ha smascherato le divisioni degli artisti. I novanta appelli arrivati al Governo da attori, cantanti lirici, danzatori e circensi, hanno polverizzato il settore, fino a renderlo invisibile. Oliva non manca di stigmatizzare la «folle garanzia» del Decreto Rilancio del maggio 2020, che ha previsto un sostegno economico per tutti i lavoratori che durante l’intero 2019 avessero lavorato anche solo per sette giornate.

Oliva parte dall’interazione con le varie emergenze che hanno minacciato il teatro nel tempo, per interrogarsi sui vari espedienti che gli hanno consentito di sopravvivere. Partendo dalle riflessioni di Milo Rau, cui affianca le parole di direttori artistici milanesi come Marco Maria Linzi e Antonio Syxty, l’autore si chiede fino a che punto il teatro sia necessario.

Il libro, con un gioco che coscientemente sfugge di mano all’autore, diventa a tutti gli effetti un condensato di storia del teatro. Si sofferma sull’uso invasivo della tecnologia (lo streaming, il live drive-in, i vari esperimenti online, l’uso invasivo del digitale, le dirette Facebook) che ha reso fruibile l’arte in tempi di pandemia e che da qualche settimana, con la seconda ondata di Covid, sta purtroppo tornando di moda.

La domanda che ci poniamo al termine di questa lettura è se il silenzio non sarebbe stato un grido più forte. Di fatto, l’assenza degli artisti dalla scena è rimpiazzata dalla loro sovraesposizione mediatica attraverso i social, oppure dall’inserimento posticcio del teatro nei palinsesti televisivi. Il che finisce per penalizzare i piccoli teatri con un’anima periferica e notturna. E ci piace che, tra questi, Oliva citi espressamente spazi che hanno contribuito alla storia italiana del teatro di ricerca, come Pacta Salone e il Teatro della Contraddizione.

Emerge infine, da questo libro, il diverso approccio che i leader politici europei hanno manifestato verso l’arte. Mentre Giuseppe Conte affermava, nella stramba conferenza stampa dello scorso 13 maggio, di non voler dimenticare «neppure» (sic!) la cultura e «i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e ci fanno tanto appassionare», la tedesca Merkel spiegava che «gli eventi culturali hanno importanza massima nella nostra vita […] perché nell’interazione degli artisti con il loro pubblico si aprono prospettive completamente nuove». Le faceva eco il francese Macron, che sottolineava il «bisogno di un’Europa della cultura ancora più forte».

Ecco. Nel passaggio dalla cultura italiana dell’assistenzialismo a pioggia e una tantum, all’idea degli altri leader europei di «reinventare le cose che non funzionavano più [per mettere in atto] una vera rifondazione dell’ambiente culturale» (sempre Macron), troviamo forse il senso profondo di questo libro. Che denuncia, senza esasperare i toni, una crisi italiana – di uomini, d’idee, di sistema politico, di cultura – da cui uscire è ancora una chimera.

Domenica 15 novembre alle ore 18 la presentazione online del libro nell’ambito di BookCity Milano.

Il teatro ai tempi della peste. Modelli di rinascita
Alberto Oliva
Jaca Book
Collana: Antropologia
2020
Pagine: 208 p.,
Brossura
EAN 9788816416338

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