Ivrea 50. Mezzo secolo di Nuovo Teatro fra definizioni e paradigmi in divenire

Pippo Delbono a Ivrea Cinquanta (photo: Teatro Akropolis)
Pippo Delbono a Ivrea Cinquanta (photo: Teatro Akropolis)

La necessità di storicizzare, contestualizzare, affacciarsi sulla storia con intento tassonomico o per sottrarsi alle categorie. Collocarsi, posizionarsi, trovare orientamento di senso, non smarrirsi nel presente. Nominare segmenti temporali, determinare epoche storiche. Un prima e un dopo?

Ricorrono i cinquant’anni dal Convegno di Ivrea, quegli “stati generali” della nuova scena italiana, come li definì a posteriori Franco Quadri, durante i quali, nel giugno 1967, si palesò l’esigenza di un’autoaffermazione, l’urgenza di dichiarare esistenti una nuova e originale vitalità creativa, un nuovo insieme di pratiche, un modo nuovo di pensare e fare teatro. Ossia quando “il discorso dell’avanguardia, da fatto storico, […] tragicamente rimosso dal trauma collettivo della seconda guerra mondiale – torna ad essere elemento di attualità” (L. Mango, “L’ invenzione del nuovo” in D. Visone, “La nascita del nuovo teatro in Italia 1959 – 1967”) .

A cinquant’anni di distanza, nell’ambito dell’ottava edizione di Testimonianze Ricerca Azioni, festival a cura di Teatro Akropolis di Genova per la direzione artistica di David Beronio e Clemente Tafuri, si è cercato di recuperarne testimonianze e memoria e di abbozzare, in “retro” e “pro”-spettiva, un primo ritratto del presente, “sfogare” e dichiarare le istanze dell’ oggi.
Il discorso dell’“avanguardia” è tornato (o è rimasto) di attualità? E di quale avanguardia parliamo oggi? (E di quale si parlava allora?).

“Ivrea 50. Mezzo Secolo di Nuovo Teatro in Italia 1967 – 2017” è il nome ambizioso delle giornate che a maggio hanno raccolto, nell’elegante cornice di Palazzo Ducale, interventi e partecipazioni tra le più varie della scena nazionale (rimandiamo per un elenco delle numerose presenze a fondo pagina).
Organizzate da un comitato scientifico d’eccellenza composto da Fabio Acca, Roberto Cuppone, Marco de Marinis, Roberta Ferraresi, Silvia Mei e i già citati Beronio e Tafuri, i tre giorni si sono strutturati per sessioni, volte ciascuna ad indagare: “Avanguardia / Nuovo Teatro: le parole e la storia”; “Dall’ attore all’artista, dalla compagnia al progetto”; “Post-Novecento, nuove ondate, terza avanguardia: un’altra storia?”; “Nuovo Teatro e Nuova Critica: un bilancio”; “Dalle cooperative ai centri: vicissitudini di un’alternativa”.

Fabio Acca, Paolo Puppa e Silvia Mei

Fabio Acca, Paolo Puppa e Silvia Mei

Alle testimonianze, quella di Giuliano Scabia in dialogo con Marco De Marinis, di Pippo Delbono con Roberto Cuppone e di Carlo Quartucci e Carla Tatò intervistati da Lorenzo Mango, si sono alternate “imbandite” tavole rotonde.
Gli atti del convegno, una preziosa documentazione per le riflessioni a venire, saranno pubblicati dalla casa editrice di Teatro Akropolis che, come ogni anno, dedica un ampio volume riepilogativo agli appuntamenti di Testimonanze Ricerca Azioni.

Ci concediamo qui a posteriori una riflessione, necessariamente incompleta, che tenti un primo intreccio degli stimoli suggeriti da quel brulichio di esperienze e vissuti fattisi portavoce dell’oggi, alla luce di ieri.

Una premessa, benché forse scontata, pare doverosa. Il desiderio, fattosi esplicito nel corso del convegno, di tracciare un primo profilo di questi ultimi anni di teatro in Italia, interrogandosi su cosa sia stato ereditato o si sia perso delle questioni degli anni Sessanta e Settanta, si rivela un tentativo arduo. In parte perché astrarsi dai processi è sempre faticoso atto di riposizionamento per chi ne è partecipe e attore, in parte perché si sa che la volontà di storicizzazione corre spesso il rischio di farsi portatrice di semplificazioni, generalizzazioni, assolutismi.

Eppure ad “Ivrea Cinquanta” sono emerse una consapevolezza non scontata e, in qualche modo, una dolorosa capacità di vedere e palesare quali rapporti sociali e quali dinamiche economico-politiche siano incorporate oggi in ciò che di recente è emerso sulla scena.
Le rivendicazioni, l’alienazione embedded, come si sia saputo difendere, reinventare o atrofizzare il linguaggio negli esperimenti artistici (e produttivo-organizzativi) più freschi sono dinamiche nitidamente visibili ai più.
Un immaginario ed un contesto di riferimento, pare, trasversalmente condivisi. Di questi esperimenti si individuano le tematiche ricorrenti (gender identities, precarizzazione del lavoro e conseguenze baumaniane in primis) per giungere infine alle estetiche attraverso cui sono narrate (estetiche “tutte uguali” secondo un provocatorio Pippo Delbono), e che testimoniano invece un superamento profondo delle divisioni disciplinari di accademica memoria.

Al centro dell’intervento di Laura Gemini è la mediatizzazione del processo creativo ad essere indagata. Si affronta la mutazione del concetto di “evento” con la diffusione del live streaming, la nascita di community virtuali che agiscono cambiamenti importanti sui legami e i sodalizi artistici delle compagnie tradizionali, ma anche il ri-affermarsi della performance come luogo refrattario alle definizioni, spazio di liberazione dei corpi, rifugio capace di fondere ritualità antiche a visionarie contaminazioni tecnologiche. Si citano i Motus, dall’Occhio Belva di fine anni Novanta al “farsi media” di Silvia Calderoni, gli ultimi lavori di Anagoor.

Roberta Ferraresi menzionava, all’incirca un anno fa, con tono critico, proprio il diffondersi di sforzi sistemici tesi a trovare un abito con cui poter vestire le ricerche artistiche che, all’inizio degli anni Duemila, sembravano fiorire eterogenee: “Generazione T, Zero, doppiozero, Iperscene, quarta ondata, terza avanguardia”. “L’invenzione del nuovo”, per citare nuovamente Mango, è stata ed è ancora una gabbia insidiosa.
Ecco che si torna al linguaggio, al tempo che scorre, ai fenomeni che cambiano, alla parola inadeguata a definire la realtà alteratasi, alla pretesa di definirla.
Tuttavia, tra ancoraggio e superamento alle/delle definizioni, un vocabolario condiviso fortunatamente pare ancora non esserci. Ma è necessario? O è piuttosto necessario svincolarsene?

Di questo a Genova si è infatti discusso, a partire da Clemente Tafuri che da quel “Post-Novecento”, titolo di una delle tante sessioni del convegno, articola un interessante intervento su cosa ci leghi e come alla tradizione (“Il regime estetico delle arti è in primo luogo un nuovo regime di relazione all’antico”, L. Mango, “L’ invenzione del nuovo” in D. Visone, “La nascita del nuovo teatro in Italia 1959 – 1967”). Mirabile in tal senso la lettura, tratta dal dossier curato da Oliviero Ponte di Pino e dall’associazione Ateatro sul Convegno di Ivrea, di alcune testimonianze dirette degli stessi promotori e protagonisti di quel ’67. “Il termine Avanguardia mi dà un enorme fastidio […] uno si trova a non avere soldi, ad avere pochi mezzi, un teatro non riscaldato e allora di colpo quello che fa si chiama Avanguardia. No, Avanguardia non è un teatro non riscaldato o un teatrino da 100 posti” (Aldo Trionfo); “Ricordo che era un po’ tutto ridicolo. […] Sarebbe un grandissimo errore adesso voler rendere tutto serioso” (Mario Ricci); “Queste cose non si organizzano” (Leo De Berardinis). Lamentandosi dell’“umano perduto” (Pippo Delbono), ricordarsi di questa sana diffidenza può essere davvero una delle grandi eredità di quegli anni per il mondo teatrale di oggi.

Carla Tatò, Carlo Quartucci e Lorenzo Mango

Carla Tatò, Carlo Quartucci e Lorenzo Mango

Commoventi e poetiche allora le parole di Carla Tatò: “Le metamorfosi sono la geometria del mondo che l’uomo scandisce in liturgia profana. […] Non c’è altra origine della bellezza che non la ferita singolare e differente di ciascuno”. Le metamorfosi, la ciclicità, il rinnovamento. L’avanguardia muore quando la si pronuncia, quando si cristallizzano le forme di rottura, il mutare, il gesto iconoclastico. Cos’è cambiato realmente da quegli anni Sessanta e successivi?

Una constatazione emerge cristallina: la cultura politica, appartenenza determinante per molte esperienze artistiche del Novecento, pare essersi trasformata, con il crollo delle grandi esperienze di mobilitazione collettiva e con lo smarrimento di senso dell’appartenenza partitica, in una – per nulla meno neutra – politica culturale. Il cambiamento è un cambiamento di paradigma.
Monitorare che non venga fatto un abuso delle “keywords” d’importazione, sulle quali si declinano oggi, appunto, application-form, bandi e candidature per poter accedere a riconoscimenti, finanziamenti o progetti è quindi essere critici con le politiche culturali, tutelarsi dal rischio di una cristallizzazione delle forme artistiche imposta a favore di necessità altre (economiche o istituzionali).
Significare e ri-significare con attenzione parole come “audience development” e “audience engagement”, affinché non blindino la questione della fruibilità di un’opera artistica all’interno della dialettica offerta/consumo, né che costringano a rinunciare all’arte come luogo di conflitto, imponendo uno spirito di conciliazione fintamente democratico che annulla le differenze.
Difendere l’idea, sottolineata da Baronio, che di teatro si possa vivere senza necessariamente trasformare lo spettatore in cliente o in dato statistico. Ma anche sottrarsi alla normalizzazione dei processi creativi voluta da quelle gerarchie anagrafiche e quei calcoli logaritmici (il riferimento di Simone Derai è all’“under35” di provenienza non solo ministeriale) che rispecchiano drammaticamente e minacciosamente gli stessi meccanismi di un mercato del lavoro che (ci) vuole giovani per sempre, disillusi in anticipo, esponenzialmente ricattabili.
La bibliografia e le testimonianze degli ultimi anni sarebbero a riguardo sterminate.

Quali restano allora le potenziali spinte critiche, le vie di fuga per proporre soluzioni alternative?
In riferimento ad un interessante dossier sulle residenze artistiche in Italia pubblicato dalla Fondazione Fitzcarraldo, si esprimono così Alessandro Bollo e Luisa Carnelli: “La residenza deve essere uno spazio in cui il fallimento è contemplato […] Se il primo triennio (ministeriale, ndr) può essere considerato una fase di sperimentazione, il secondo rappresenta l’opportunità per consentire al sistema delle Residenze di fare un salto di qualità anche in logica sistemica […]”.
Cercare una sospensione tesa “a liberare e a concedere spazio al processo creativo in quanto tale, non finalizzato e non strumentale rispetto al prodotto”. Insomma, il valore della sconfitta di eredità pasoliniana a cui dovrebbero essere educate le generazioni. Stare nella fragilità.
Valorizzare il processo e la formazione, dunque, ma non solo.

Anche la critica, lungi dall’essere elemento plastico e svincolato da questa cosmogonia, deve farsi portavoce di testimonianza, cedere all’autorità del “recensore” per assumere l’autorevolezza della competenza analitica. Dal duro attacco che ricevette ad Ivrea, sotto accusa per essere responsabile del mantenimento dello status quo, oggi cosa difendono i critici, queste figure ormai sempre più fluide, permeabili e permeate inevitabilmente dalle stesse pressioni che agiscono sulla creazione artistica?

Ciò che resta è fortunatamente un “teatro pieno di interrogativi”. Infatti, a scongiurare che la fertilità di queste giornate resti priva di eco, sono anche i successivi incontri realizzati durante il Festival delle Colline Torinesi: un’occasione per vedere frammenti video e sonori di Carmelo Bene, Carlo Quartucci, Leo de Berardinis, Giuliano Scabia, Carlo Cecchi e letture dal “Manifesto per un nuovo teatro” del 1967.
L’ultimo incontro torinese dedicato al Convegno di Ivrea sul nuovo teatro si terrà oggi, alle ore 17.30 presso la sede dell’associazione Pratici e Vaporosi (via Donizetti 13, Torino).

Vi lasciamo ora al video realizzato durante le giornate di Genova da Davide Sannia.

In ordine di intervento, oltre ai promotori, hanno partecipato a “Ivrea Cinquanta. Cinquant’anni di Nuovo Teatro in Italia 1967 – 2017”: Giuliano Scabia, Antonio Attisani, Lorenzo Mango, Franco Perrelli, Stefano Casi, Gerardo Guccini, Massimo Marino, Franco Perrelli, Mimma Valentino, Laura Mariani, Paolo Puppa, Lorenzo Mango, Sabino Civilleri, Chiara Lagani, Manuela Lo Sicco, Valter Malosti, Armando Petrini, Dario Tomasello, Lorenzo Gleijeses (con la performance “Meeting with a remarkable man. Sessione di lavoro patafisica con Eugenio Barba”), Simone Derai, Laura Gemini, Rossella Mazzaglia, Massimo Munaro, Clemente Tafuri, Paolo Ruffini, Pippo Delbono, Oliviero Ponte di Pino, Gerardo Guccini, Adele Cacciagrano, Lorenzo Donati, Salvatore Margiotta, Andrea Porcheddu, Carlo Quartucci, Carla Tatò,  Piergiorgio Giacchè, Fabrizio Arcuri, Lucio Argano, Edoardo Donatini, Angelo Pastore, Amedeo Romeo, Gabriele Vacis, Andrea Cosentino (con la performance “Esercitazioni per un nuovo teatro”).

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