Jan Fabre. Da Ubulibri otto pièce per saggiarne il teatro

Jan Fabre - Teatro
Jan Fabre

Jan Fabre (photo: troubleyn.be)

“Ripensando al mio lavoro in scena, credo che la bellezza del teatro sia nel suo essere così effimero. Con questo, intendo dire che il teatro non è il prodotto di un enorme macchinario, e che quindi non può essere venduto. Ecco perché mi piace ancora farlo. Questi incredibili, intensi rapporti che gli esseri umani instaurano sulla scena; si tratta di un’incredibile empatia verso la vita e il corpo umano. Persino in una fotografia se ne può cogliere un barlume. E, naturalmente, il mio lavoro è così strutturato sul tempo attraverso l’idea della ripetizione, il mio strumento è la ripetizione; attraverso la ripetizione i contenuti cambiano, gli stati biologici del corpo cambiano. Il mio metodo di lavoro consiste in sostanza in una ricerca delle diverse vie della ripetizione e sul senso della ripetizione. La ripetizione è una splendida “trama” di varietà e differenze”.

Inizia così Jan Fabre a descrivere la poetica del suo teatro. Lo fa nell’introduzione al nuovo volume edito da Ubulibri (in uscita a giugno) che raccoglie otto pièce (“Io sono un errore”, “Angelo della morte”, “Una tribù, ecco quello che sono”, “Io sono sangue”, “La storia delle lacrime”, “Il re del plagio”, “Requiem per una metamorfosi”, “Another sleepy dusty delta day”) scritte a partire dagli anni Ottanta e rappresentative del modo di pensare il teatro dell’artista belga. “Il testo è solo un parametro della performance. Deve essere in equilibrio con gli altri parametri, come la scenografia, le luci, i costumi, il corpo, la mente e l’individualità dell’artista. Sono tutti strumenti per creare quella forza trascendentale che si aggiunge al potere effimero del palcoscenico. […] Quando scrivo penso a degli attori in particolare. Li sento, li immagino. Questo non vuol dire che il testo esista solo per e attraverso l’attore. Un testo è fatto di parole, che possono essere ripetute all’infinito. Io voglio che i miei testi si materializzino e scompaiano secondo la messinscena che ne faccio. Solo attraverso la forza della regia io posso ottenere che un linguaggio scritto esploda o imploda”.

Scultore, scenografo, drammaturgo e regista, Fabre è tra gli artisti più cercati del momento. Dall’84 propone i suoi lavori-shock alle Biennali Arte e Teatro di Venezia, trampolino di notorietà cui seguono le principali rassegne internazionali, oltre a inviti da parte di musei e gallerie.

Questa raccolta di testi, quasi tutti tradotti e pubblicati in fiammingo dalla casa editrice Meulenhoff, offre la possibilità di riflettere sullo studio del corpo (da sempre aspetto centrale del lavoro di Fabre) e la sua visione del teatro come arte totale.


Il volume è stato presentato in anteprima al festival fiorentino Fabbrica Europa 2010, durante la settimana di polemiche animaliste che hanno anticipato la messinscena di “Another sleepy dusty delta day” (nello spettacolo dei canarini in gabbia).

“Fabre ha un po’ di Artaud e un po’ di Duchamp – afferma Maria Grazia Gregori nell’introduzione – Può mettere in scena, praticare un teatro estremo, violento come una malattia, fatto di sudore, sangue, sperma, urina e della voglia di mettere le mani in tutto quello che lo incuriosiva da piccolo (ma proibito dagli adulti!) o lavorare su un teatro dove i corpi sono delle macchine desideranti, dei ready-made. Con la stessa forza, senza mai tradire se stesso”.

Teatro
Jan Fabre
Ubulibri
2010
pgg. 184
21 euro

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