Jean-Pierre Vincent e George Dandin: demistificare il passato per il presente

George Dandin (photo: Pascal Victor)
George Dandin (photo: Pascal Victor)

Nelle tesi “Sul concetto di storia” Walter Benjamin, in fuga dalla Germania, poi in fuga da Parigi e prossimo all’estremo confine della sua vita, costruisce l’immagine dialettica dell’Angelo della storia a partire del quadro di Paul Klee “Angelus Novus”. Irrimediabilmente spinto dalla tempesta del progresso verso l’avvenire, gli occhi dell’angelo, fissi sul passato, non vedono altro che una catastrofe unica, immensa, senza fine. Compito dello storico materialista, sostiene quest’uomo del 1940 in fuga dalla e perciò al centro della storia, è quello di considerare il passato soltanto nel momento in cui esso, costellazione satura di tensioni, si è cristallizzato in monade. Una volta bloccato, il continuum della storia può essere fatto esplodere, può saltare, offrendo l’occasione messianica di redimere il passato “oppresso”.

“Presentare una tale pièce è anche organizzare per il pubblico un viaggio nel tempo, nell’immaginario, in uno charme dell’altrove”. Se il regista e attore Jean-Pierre Vincent presenta così il suo nuovo lavoro teatrale – l’interpretazione, sua e del dramaturg Bernard Chartreux, di “George Dandin ou Le mari confondu” – noi non possiamo non prendere in considerazione le parole di Benjamin sul compito dello storico materialista. In primo luogo, perché Vincent continua, senza malizia, a definirsi marxista – benché marxista senza comunismo, come afferma in un’intervista recente su France Culture. In secondo luogo, perché egli desidera strappare la fabula del contadino arricchito e marito cocu, Dandin, dall’epoca nella quale è obbligata e restituirla integralmente alla nostra contemporaneità. Come il suo predecessore Roger Planchon fece nel 1958, il regista ci propone quindi un salto dialettico in un presente cristallizzato in tre atti, con lo scopo di smascherare i rapporti di forza tra un parvenu e la “femme demoiselle” Angélique. In terzo ed ultimo luogo, perché Vincent stesso, in un’intervista rilasciata nel 2016 all’accademico Olivier Neveux (contenuta nel numero 224 della rivista Théâtre/Public, dossier Présences du Pouvoir) afferma nell’ultima fase di una lunga carriera di aver “monta[to] grandi testi, nella loro pienezza, […] non perché il presente serva il passato, ma affinché il passato serva il presente”.
I rapporti di forza tra le classi, la guerra spietata dei sessi e la lotta di classe senza dogmi o soluzioni deterministiche: ecco i temi attraverso i quali la regia di Planchon vuole essere riattivata da Vincent, senza “attualizzazione” della fabula, senza il bisogno di alcuna “mise en habits” contemporanei dei personaggi.

La regia di Vincent di questa “farsa crudele”, messa in scena per la prima volta alla corte di Versailles nel 1668, porta in sé la traccia, epicamente ironica e posta alla giusta distanza critica, di quella rappresentazione, ma sempre come appoggiata sul “fondale della nostra epoca” (Brecht, “L’acquisto dell’ottone”). Molière aveva voluto infatti che il compositore Lully intramezzasse la rappresentazione con scene d’amori pastorali musicate e balletti che inanellavano i tre atti. Qui invece la musica commenta direttamente la commedia grazie alla bella voce di Gabriel Durif (Colin), che con le sue canzoni popolari e il suo organetto interviene puntualmente nella diegesi. Non più un contorno, un divertissement e un’evasione sono le musiche dello spettacolo, ma uno strumento per indagare la situazione concreta dei protagonisti. Il regista stesso, del resto, presentando la sua operazione critica sul testo, precisa l’importanza della musica già nella sua versione secentesca e versaillaise, della quale tuttavia sottolinea la natura gioiosa e lo stridio che tali felici amori dovevano produrre se paragonati all’amara storia di Dandin.


Vincent precisa anche la sua ricostruzione della storia di questo parvenu. Arricchitosi con furbizia e pochi scrupoli, dopo un viaggio nella capitale, è accecato dallo sfarzo della reggia, dal miraggio della vita di corte, dal desiderio di scavalcare i muri che dividono le classi. Nella sua provincia, nella sua terra, davanti ai suoi contadini, fa costruire una piccola Versailles, proprio davanti o accanto alle case dei contadini, alle sue ricche stalle e ai suoi campi senza posa lavorati da schiene curve e mani arse dal sole. Questa l’immagine del personaggio Dandin che il regista presenta. La scrittura scenica afferma e ribadisce questa visione. Un ridicolo prologo-balletto apre la farsa: Dandin (Vincent Garanger) è di spalle, su un pozzo-podio posto al centro della scena, mentre dirige un’orchestra che esegue un’aria secentesca. Egli è tuttavia rivolto alla scena, englouti dalla proiezione di un palazzo stile Versailles realizzato da Jean-Paul Chambas, compagno di strada di Vincent dal 1977, dalla regia del “Misanthrope”, passando per “Karl Marx, théâtre inédit” (1998), fino a quest’ultima opera di teatro. Il suo apporto è qui, come altrove, teso a cogliere e sottolineare con delicatezza l’essenziale dell’opera interpretata. Vincent mette d’altronde in rilievo lo scarto tra le proiezioni dello scenografo, chiare, moderne ma anche allusive e astratte, e la “realtà” pesante dei costumi, coerenti con l’epoca in cui si dipana la commedia.

Circonda ma non soffoca la scenografia di Chambas, o meglio, rinchiude e condanna i personaggi nella loro fable ma lascia lo spettatore libero di, ridendo, confrontare, comprendere, volare con l’immaginazione. Per ogni atto una proiezione diversa, che gioca con le luci, la musica e i suoni al fine di sostenere il jeu secco, feroce e farsesco di questi attori; una scenografia che gioca anche a suggerire, tramite una mucca con metà corpo nella quinta di sinistra e il posteriore in scena, intorno a poca paglia, la stalla e la fattoria. O, ancora, con due sedie verso il proscenio e a ridosso della quinta opposta, ad offrire un punto d’appoggio agli attori in scena, concreto, realistico ed armonico.

Davanti a questo fondale e a questo dispositivo, Dandin dirige nel prologo l’orchestra che suona un’aria secentesca, così come nella farsa guida, e sceglie la trama delle sue umiliazioni fino all’estrema e scontata conseguenza.
La scena denuncia subito il tono francamente comico della recitazione degli attori tutti, tanto quanto la natura dialettica di questa regia. Che alla prima battuta del primo atto, all’esposizione di Dandin della sua situazione e della sua colpa – quella di aver tradito la sua classe, ebbe a dire Bernard Dort riferendosi alla regia di Planchon – rivela la sua natura anche realistica e concreta. Senza cedere nulla alla farsa, al riso e al gioco, la recitazione di tutti gli attori arriva a rendere perfettamente la rude concretezza dei loro caratteri sociali, ma anche l’analisi dei rapporti di potere che scatenano il meccanismo comico. Dandin e il suo rapporto muto col servo Colin mostra per esempio la violenza della classe dei possidenti verso i contadini. Quello di Dandin con i suoceri, i Sotenville, la sottomissione della borghesia ai nobili, accentuata dal fatto che il marito, pur conoscendo i propositi di Angélique, non può liberamente far valere la sua ragione a colpi di bastone su una moglie nobile e ben nata, come invece farebbe con una donna del suo rango… glielo impedisce il diritto. Infine, l’ossequioso rispetto dei beaux-parents di Dandin verso Clitandre è specchio delle gerarchie di un mondo dove la condizione di Barone del padre di Angélique, per di più impoverito e obbligato a sporcare il proprio sangue con quello di un plebeo, giustifica ampiamente la fede che egli dà alla parola di un azzimato e lezioso damoiseau.

Su questa rete di rapporti sociali e di conflitti, gli attori recitano la farsa senza paura di giocare con i codici del comico, capaci di far ridere un pubblico composto da molti giovani, senza per questo perdere in lucidità e misura. Vincent Garanger (Dandin) è più di tutti capace di rendere alla perfezione lo straniamento rispetto al personaggio voluto dal suo regista: senza mai abbassare o esagerare il tono, egli arriva con sicurezza a mostrare la “situazione” sociale di Dandin, la follia della sua scelta di voler diventare “Monsieur de la Dandinière” e le conseguenze della sua cieca ambizione. Immerso nella meccanica comica e a tratti grottesca che è di Molière, Garanger costantemente critica il personaggio, ne isola e ne mostra l’ostinazione nel voler per tre volte cercare una giustizia alla quale non ha diritto, senza che per questo il ritmo da farsa dello spettacolo risulti forzato. Allo stesso modo, nel rapporto con la giovanissima moglie (Olivia Chatain), il fatto di smontare la dinamica di potere soggiacente e far emergere la violenza, repressa al limite tanto da essere evidente, tra questi due soggetti sociali lascia la dinamica comica libera di esprimersi, acquistando in forza e in incisività.

Da questo punto di vista, del resto, la concezione di Vincent mostra una certa novità. Il rapporto conflittuale di questa coppia, infatti, è studiato in modo tale da far emergere non solo la disgrazia di Dandin: il regista sceglie di mettere chiaramente in luce la complessità del personaggio femminile. Non più, quindi, “oca aggressiva” – Vincent dixit –, bensì anche lei donna rinchiusa in schemi sociali o imposizioni esterne che pesano come catene. Donna forte e giovane che desidera, non nobile viziata, ma donna intelligente che, al punto estremo della sua parabola, offre un’alleanza sincera a Dandin, una donna che vede insomma la condizione di oppressi – sua e del suo sposo – e cerca una pace capace di cambiare le cose. Il rifiuto del marito verso quest’alleanza, esacerbato dalle continue umiliazioni e dalle botte, non fa che rendere più chiaro il senso politico che il regista dà a questa commedia della mésalliance [“cattivo matrimonio”, N. d. C.].

George Dandin (photo: Pascal Victor)

George Dandin (photo: Pascal Victor)

I codici e gli interessi, le strategie, il potere e i diritti negati sono sottolineati anche dal rapporto tra Lubin e Claudine, i servi, “rappresentanti” del popolo in scena.
Tra loro i rapporti sono chiari, comicamente ironici e dialettici: gli assalti virulenti di Lubin sono respinti con violenza e foga da Claudine, che mostra tutta la forza e la libertà che è negata alla giovinezza e alla condizione di Angélique. In questo, forse, stando alla ricostituzione che gli archivi e la critica offrono della regia del ’58 di Planchon, si mostra la novità di questa regia.
Se Planchon, il primo a scoprire il potenziale critico di quest’opera e a mostrare una via per interpretare senza “intimidazione” i classici in Francia, aveva forse posto meno l’accento sulla condizione di Angélique, Vincent riscopre un grande personaggio molieriano. Benché debba, per far questo, rinunciare a mostrare il rapporto di dominazione che comunque lega la Mademoiselle alla sua suivante Claudine. Tra loro la complicità è totale, spontanea e serena, accentuata dalla scelta di mostrare la serva abbandonare la scena (e la casa) quando ormai apparirà chiara la fine inevitabile della pièce. Eppure, anche in questo rapporto, una violenza di classe sottostante sarebbe potuta emergere, mostrando cosi un’altra alleanza impossibile, una solidarietà spezzata dai rapporti di classe che separano due oppresse. Inoltre, in questa realizzazione, l’epoca in cui vivono i personaggi è chiusa in sé stessa, immobile, laddove Planchon scelse di mettere in risalto la congiuntura storica che porta un contadino a potersi credere nobile: il timido inizio del cambiamento da un modo di produzione feudale verso uno precapitalistico.

Se si fa eccezione per la scena VI dell’atto II, infine, lo spettacolo potrebbe filare liscio verso il “riconoscimento” finale dell’inanità delle pretese del protagonista. In questa scena, invece, il ritmo rallenta, il meccanismo si arresta e il nostro sguardo di divertiti entomologhi, attenti ad analizzare e a “giudicare” la storia di questi strani esseri che non sanno aiutarsi tra loro, si sofferma su un dettaglio, l’anima di Dandin. Improvvisamente, nella notte che copre l’incontro tra gli amanti nella sua stessa casa, Dandin si rivolge al suo Dio. Un cambio di luce delicato e una croce stilizzata come fosse un rosone, disegnata dalle luci di Benjamin Nesme, sotto la quale il protagonista si inginocchia, obbligano per un attimo a considerare il dolore di quest’uomo, a prendere le misure di uno sconforto che sarebbe tragico se fosse frutto di un destino ineluttabile e non di ostinazione e ottusità.

Anche questo momento, comunque, passa, e il gioco di una farsa dialettica che si fonda sullo smascheramento dei rapporti di forza, riprende, correndo verso una fine scontata, ma che la scena ancora non ha scritto. Questo Dandin plasmato dalle mani di Vincent è sottomesso all’ultima umiliazione: chiedere il perdono alla persona che gli toglie l’onore, Angélique, e che proprio nel momento in cui pensava di poter avere ragione lo sbeffeggia e lo mette nel sacco; egli sceglie dunque di dare un seguito concreto all’ultima battuta dello spettacolo.
Molière fa dire al suo personaggio che, a questo punto, per lui l’unica è “buttarsi in acqua, la testa per prima”. Vincent prende in parola l’autore, ci mostra Dandin che apre il pozzo, il podio sul quale si era issato nel prologo, stavolta per buttarcisi dentro. Ma anche questo tentativo di sfuggire dalla gabbia, il palazzo, la nobiltà, nella quale ha rinchiuso sé stesso e la sua sposa, fallisce. Il pozzo è murato, bloccato, secco. Sul podio che lo ha visto vincitore, quel podio che Benjamin ci insegna essere proprio del teatro epico, perché ci mette a giusta distanza dal poter giudicare la fable, Dandin piange le sue lacrime più amare.

Fino a qui la spirale che ha strozzato il protagonista ci ha mostrato un passato che certamente è capace di parlarci di un Paese, la Francia, nel quale le diseguaglianze e il disprezzo di classe sono più radicati e forti, forse, che in qualunque altro Paese d’Europa. Fino a qui ci è chiaro come una rivoluzione concentrata a imporre rapporti di produzione più giusti non possa esimersi dal comprendere e dal redimere anche questa storia e questo passato. Fino a qui, infine, vediamo come la voglia di Dandin di uscire da sé stesso e dalla sua classe lo abbia portato alla rovina. E questa caduta, mancata, ridicola, sfiorerebbe il tragico, nel senso con cui George Stein definisce “ultima tragedia” “Mutter Courage” di Brecht: lei, acciecata dal guadagno che ricava con la guerra, perde a causa di essa i suoi figli, perché non è capace, non può comprendere il suo sbaglio.

Ma il pubblico, sì, il pubblico vede e giudica, per questo Barthes aveva detto che nel teatro epico “la scena è epica, la sala è tragica”, perché “la scena racconta, la sala giudica”.
L’operazione critica di Vincent non si conclude, però, su questo pianto, su questa fine che rinchiude i personaggi in un “dramma assoluto” che tuttavia chiama il pubblico a una reazione, affinché ciò che è stato non sia più. Egli sceglie di concludere la sua opera con una canzone, che commenta, certo, la fine, che sottolinea e suggerisce, ma che evidentemente consola, dà un tono popolare e quasi fatalistico, togliendo forse qualcosa alla noirceur (oscurità) dello spettacolo. Questo canto, insomma, che Dandin intona abbracciato a Colin, una bottiglia in mano, pronto ad affogare così la propria disperazione, ci obbliga a riflettere su questa scelta, in perfetta armonia col tono dello spettacolo, che non indugia mai in pedagogismo o mai scade nel didascalico.

Come giudicare, come valutare, nell’economia di una regia critica che vuole comunicare al presente un passato da rivoluzionare, questo finale? Se fin qui le risa aperte, ingenue e spontanee di un pubblico in buona parte composto da ragazzi, alcuni giovanissimi, sono state il supporto grazie a cui il contenuto dialettico dell’opera è entrato in contatto con la contemporaneità di questo pubblico, qui il meccanismo sembra interrompersi. Oppure, sembra non trovare il suo inevitabile, e coraggioso anche se rischioso, coerente sviluppo: un’interruzione, brusca, dolorosa, uno choc capace di comunicare il contenuto politico rivolto al presente, tragico in parte. Invece quel canto, quell’abbraccio funziona come meccanismo di distensione, quasi consolatorio, come se in fondo la crudele fable di cui abbiamo riso, il mondo assurdo che costringe e schiaccia in un’immensa catastrofe vite e sogni, aspirazioni e desideri, sia sopportabile.

Il meccanismo della regia di Vincent, fin qui costruito su una dialettica tutta concentrata sull’antitesi (borghesia e nobiltà, servi della gleba e borghesia, ma anche situazione storicamente situata e contemporaneità del pubblico), non indugia nel finale su questa impasse storico-dialettica. Il sipario non cala insomma sulla tragica gabbia prodotta dai conflitti sociali, storici e antitetici, non lascia il pubblico solo davanti alla catastrofe. Proseguendo nel registro comico che gli è proprio, la commedia accompagna il pubblico fuori dalla fable con una canzone che commenta, certo, ma che dissolve anche il dolore di una situazione che sarebbe modificabile.
Da una parte, quindi, l’orrore verso una situazione che sarebbe correggibile, se solo gli uomini prendessero coscienza della loro situazione. Dall’altra, il commento musicale, che stempera nel moralistico una commedia dell’antitesi, la cui sintesi non può che essere trovata dal pubblico, a patto che egli agisca attivamente nella storia, prendendo insomma coscienza della sua situazione.

George Dandin ou le mari confondu
Regia: Jean-Pierre Vincent
Assistente alla regia: Léa Chanceaulme
Drammaturgia: Bernard Chartreux
Scenografia: Jean-Paul Chambas
Musica originale: Gabriel Durif (d’après les extraits du Grand divertissement royal de Versailles, Molière-Lully)
Costumi: Patrice Cauchetier
Creazione luci e video: Benjamin Nesme
Creazione sonora: Benjamin Furbacco
Interpreti: Olivia Chatain*, Gabriel Durif, Aurélie Edeline*, Vincent Garanger*, Iannis Haillet, Elizabeth Mazev, Anthony Poupard*, Alain Rimoux
*troupe permanente du Préau — CDN de Normandie — Vire
Production déléguée Le Préau — CDN de Normandie — Vire
Coproduction Studio Libre, Théâtre Dijon Bourgogne — CDN
Avec la participation du Jeune Théâtre National

Visto a Parigi, MC93, il 28 settembre 2018

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