Joy, la sicurezza degli oggetti di D’Antonio e Capaldo

Roberto Capaldo (photo: Chiara Costanzelli)

Roberto Capaldo (photo: Chiara Costanzelli)

La pioggia, protagonista indiscussa di questo quarto Teatri di Vetro, ha cancellato la performance di Caterina Moroni nel lotto 9 (“Traccia 03_Espantos”), ha confinato nel piazzale quelle previste nel parco, trascinato nel foyer chi doveva danzare nel lotto 15.
Barattando il freddo avamposto del sovrappasso Atac con “Corde e lamiere” di Francesco “Fuzz” Brasini e Dario Neri, la compagnia bresciana Teatro Inverso ha “vinto” lo spazio del foyer del Teatro Palladium per presentare “Joy”, una performance estratta da uno spettacolo più grande, appena reduce da una presentazione in lingua inglese al festival di Istanbul. “Grottesco” è l’appropriato aggettivo usato nelle note di regia per questa curiosa performance che potrebbe essere di strada e che gioca con due caratteristiche fondamentali dell’essere umano e del suo vivere: il paradosso e l’attaccamento alle cose materiali.

Il primo tema è una declinazione filosofica, uno status quo in cui i performer Roberto Capaldo e Davide D’Antonio si calano fino alla gola e dove restano, caparbi, fino alla fine, affollando l’ambiente con la rappresentazione più immediata della seconda istanza, l’attaccamento. Accatastati in una disordinata e coloratissima montagna che sa di installazione alla Biennale, una quantità insospettabile di oggetti di ogni natura. Pupazzi, ombrelli, vecchi giocattoli, un Commodore 64, un joystick, peluche, bidoni della spazzatura, telefoni cellulari, scatole e sgabelli rubati al teatro stesso. Il tutto ammassato ai piedi di quello che sembra essere un ibrido tra un chiosco e una baracca di burattini, addobbata con un’insegna luminosa scorrevole che passa in rassegna unità di peso e quantità minime, ingredienti per la giusta dose di materia da impiegare nel cosmo.

L’azione prende il via da una telefonata di uno (Capaldo) all’Istituto di Astrofisica, dalla quale ci si aspettano risposte a domande essenziali sul senso della vita. Da sotto a un cumulo di ciarpame emerge l’altro (D’Antonio), personaggio muto che sembra scappato da un film dei fratelli Marx. Il senso della performance diverrà presto l’interazione tra gli attori e il pubblico, attraverso – va da sé – gli oggetti. I due attori contrattano con gli spettatori seduti per terra perché cedano in prestito un proprio oggetto in cambio di una sedia o di uno sgabello. E allora ecco che nel mucchio finiscono effetti personali di ogni genere: chi si sfila un maglione, chi affida la borsetta, qualcuno fa a meno del cellulare, qualcun altro dell’ombrello. E cresce il divertimento, complice l’ottimo ritmo e la simpatia di Capaldo e D’Antonio, gustosa coppia comica divisa tra mimo e nonsense humour. Finiranno a inventare per ciascun oggetto una storiella, nell’ansia di assegnare ad esso una proprietà esclusiva (“Questo è il mio primo ombrello, l’ho comprato quel giorno di settembre a Edimburgo 12 minuti dopo che si è messo a piovere”, esempio indicativo, n.d.r.): l’attaccamento agli oggetti è una ragione di vita. Troppo spesso ne è il senso.


Lo spettacolo – progetto, come ovvio, che può avere ogni tipo di durata – procede agile molleggiandosi sulla propria semplicità e mettendo bene in risalto la potenza scenica (in questo caso comica) degli oggetti. Il sapore clownesco della performance (dalla mise in mutande e copricapo bicorno al sudore forsennato, i corpi non si risparmiano) e dell’impianto generale ci fa ingoiare facilmente lunghe durate di silenzi e mimica. Peccato che sul finale certi ritmi si sfilaccino, la stanchezza intervenga negli attori e anche negli spettatori, forse un po’ frustrati dallo stare in piedi (girando il collo per vedere) o dall’incrociare gambe in terra. L’intervento a Teatri di Vetro è stato site specific anche nella durata, certamente. Eppure manca a quest’edizione di “Joy” un giusto equilibrio nell’epilogo, che esaurisce lo spettacolo un po’ come un giocoliere che di botto raccoglie tutte e 8 le palline e sparisce, come un illusionista che taglia in due la propria valletta senza poi ricomporla, manca il prestigio.

JOY
ideazione e regia: Davide D’Antonio e Roberto Capaldo
con: Davide D’Antonio e Roberto Capaldo
durata: 32’
applausi del pubblico: 2’ 12’’

Visto a Roma, Teatro Palladium, il 15 maggio 2010


No Comments

  • Daniele T. ha detto:

    Concordo sullìimpressione brusca che lascia il finale per come lo si è visto nel foyer del Palladium, però – se posso lasciare un contributo col mio ricordo soggettivo – nell’ultima parte non ho accusato stanchezza, come spettatore, né ero particolarmente scomodo. Son curioso di vederlo intero, ma devo dire che mi son divertito molto. Soprattutto più della sera prima con l’inland empire del fascinoso e dinamico duo 🙂

  • sergio ha detto:

    come al solito grazie del puntuale commento, Daniele!

  • Simone N. ha detto:

    Commento mooolto anonimo, il mio, come gli altri…per dire che sì, avvertivo anch’io una chiusura brusca che mi ha un po’ confuso tutta la parte finale, financo a non capire dove sia la direzione del duo in questione, laddove il duo dell’inland empire una direzione l’aveva, senza dubbio: sotto il tavolo!

  • sergio ha detto:

    @simone: o anche sotto al divano! 🙂

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