Il quindicenne Kilowatt sfida il mare aperto

The Invisible City
The Invisible City

Non potevamo lasciar passare così, come una cosa “posata in un angolo e dimenticata”, il fatto che Kilowatt fosse arrivato alla edizione numero 15. Per tale motivo abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il direttore artistico della rassegna, Luca Ricci, durante la pausa cena tra uno spettacolo e l’altro.
Numero quindici, dicevamo, un numero notevole, soprattutto se consideriamo lo spazio che, anno dopo anno, il festival si è conquistato nel panorama teatrale nazionale, e di come prosegua il suo percorso a passi decisi, contaminandosi ed incrociando linguaggi eterogenei, attirando attorno a sé sempre più attenzione.

In questa domenica di luglio, per una volta Sansepolcro è risparmiata dal caldo torrido che spesso la assale nel periodo estivo. C’è anche un venticello fresco che suggerisce maglioncini e sciarpine. Birra in mano, con Ricci ci confrontiamo sul significato di questi quindici anni. Ma senza fare bilanci e guardare a quello che è stato fatto sino ad ora – che è tanto -, piuttosto cercando di guardare avanti, guidati da quel “principio speranza” che dà il titolo alla rassegna 2017.
Cerchiamo di capire se questo adolescente di 15 anni si avvii in qualche modo ad essere maggiorenne, e cosa si aspetti dal futuro prossimo: “Mi aspetto tante cose diverse. Sicuramente la prospettiva internazionale che abbiamo aperto con “Be SpectACTive” è una sfida che non vorrei si chiudesse qui. Una sfida che mi ha permesso di vedere quanto interesse ci fosse intorno al nostro progetto, ma anche alla capacità che abbiamo noi italiani di creare eventi di rilievo culturale disseminati in tanti luoghi di provincia, rispetto a moltissimi paesi europei dove tutto è molto più centralizzato”.

Ma ci sono ancora altre cose da migliorare, aggiunge. Innanzitutto poter crescere sul piano della capacità produttiva nei confronti degli artisti con progetti di coproduzione più forti, e poi riuscire ad affrontare con maggiore chiarezza i rapporti con la politica locale, “che è un tema mai risolto, basti vedere quello che è successo a Volterra”.

Quest’anno Kilowatt è stato inserito dal Corriere della Sera tra “gli otto festival estivi che non potete perdere in 8 micro paesini d’Italia poco conosciuti (e tutti eccezionali)”.
“Questa cosa la dico sempre a Elena [Lamberti, ufficio stampa, ndr]: è importante che non stiamo nel ghetto, nel nostro mondo fatto dai critici teatrali, che ovviamente sono il nostro riferimento principale. Per me è importante anche che passi l’idea che questo possa essere un evento generale popolare”.

Per Ricci si deve accettare “la sfida del mare aperto” anche sul piano comunicativo, da tutti i punti di vista, parlare per fare sì che la comunità che ruota attorno al festival sia più larga, anche a livello di pubblico. Per questo ci tiene a sottolineare come il titolo di questa edizione, “Il principio speranza” (preso a prestito da un lungo saggio del filosofo tedesco Ernst Bloch), è una scelta politica ed anche estetica, perché è il principio speranza, appunto, che muove al cambiamento. E spesso parte dalla bellezza, dall’arte, dai film, oppure da una dimensione interiore, dai sogni.

Su “La lotta al terrore”, nuovo lavoro in prima nazionale al festival, scritto insieme a Lucia Franchi, Ricci ci racconta come al centro della drammaturgia ci sia un evento pericoloso che accade in una cittadina ipotetica. Il punto di osservazione è la sala riunioni di un Comune, con il vicesindaco, il segretario comunale ed un’impiegata, che si trovano a dover fronteggiare un’emergenza e anche una responsabilità “alla quale però devono adattare gli strumenti che hanno”, precisa. Ne viene fuori una situazione comica, intorno però ad un tema che comico non è. E per questo ci sono anche degli slittamenti.
Perché la scelta di questo tema? “Perché mi interessa molto chi si prende la responsabilità delle cose, sento che è uno dei grandi problemi che abbiamo. Credo che interrogarci sulle responsabilità che ognuno di noi ha, nella vita, nel lavoro, nei rapporti personali, sia una cosa su cui le persone devono riflettere. Se le persone si assumessero le responsabilità che già hanno, fino in fondo, molte delle cose di cui ci lamentiamo andrebbero meglio”.

In questa riflessione sul concetto di responsabilità personale troviamo una “sottile linea rossa” che ci porta a due lavori del primo fine settimana di Kilowatt, “The invisible city” di Daniele Bartolini e “Kotekino riff” di Andrea Cosentino. In entrambi i lavori lo spettatore, certo in modo differente, è chiamato a confrontarsi con le proprie – di responsabilità – quando si trova di fronte ad una messinscena.

Dopo il felice “The stranger” della passata edizione c’era grande attesa per il nuovo lavoro di Daniele Bartolini, con la prima assoluta di “The invisible city”.
L’artista, di stanza in Canada, in questo lavoro si conferma autore sempre capace di suscitare attenzione. In questo caso a colpire sono soprattutto le dinamiche che si instaurano tra gli spettatori (cinque a replica), catapultati in stanze oscure e misteriose di un edificio fatiscente, dove ci si orienta con l’ausilio di torce elettriche, alla mercé di strani personaggi. Gli spettatori spesso sono invitati ad agire in prima persona e ad interagire tra loro, rispondendo a domande personali, quasi “costretti” ad uscire allo scoperto e rivelare, sempre che ne abbiano il coraggio o la voglia, ciò che si cela dietro alle rispettive maschere di spettatori di fronte ai loro temporanei compagni d’avventura.

Con schietta brevità possiamo affermare che nell’insieme ci sono momenti riusciti e altri meno. La sensazione è che, rispetto allo scorso anno, la “realizzazione” di questa città invisibile (immediato il rimando a Calvino) in cui ci perdiamo e che scopriamo essere costruita dentro di noi, dai nostri pensieri e dal nostro passato che emerge lento, abbia avuto una gestazione forse troppo veloce. Sarebbe servito più tempo per cercare di perfezionare alcuni dettagli, poiché il lavoro non possiede la “precisione e scioltezza” del precedente. Tuttavia questo non va a scalfire assolutamente il talento di Bartolini, autore di grande interesse.

Andrea Cosentino in Kotekino Riff (photo: Teatro Akropolis)

Andrea Cosentino in Kotekino Riff (photo: Teatro Akropolis)

Sorprende in positivo “Kotekino riff, esercizi di rianimazione reloaded” di Andrea Cosentino; o meglio, Cosentino non sorprende, diciamo invece che conferma le doti che da sempre ha, ma che talvolta, nel percorso degli ultimi anni, sembrava avere un po’ trascurato.
Presenta un lavoro spiazzante e surreale, frammentato e dispersivo, seppur compatto, col protagonista circondato da oggetti di tutti i tipi, che sembrano dimenticati nel corso di una serie di traslochi ed abbandonati alla rinfusa, senza un senso. Pupazzetti, mappamondi, palloni e palloncini, arti di manichini, canovacci, parrucche… e l’elenco potrebbe proseguire.
Con l’accompagnamento musicale del talentuoso Michele Giunta assistiamo a battute, sketch, scenette senza senso, azioni interrotte, intervallate da strampalate conversazione tra personaggi surreali. Che poi tanto strampalate non sono, per chi abbia voglia di ascoltare.

Cosentino, un po’ comico dell’arte un po’ jazzista, come si definisce, riflette sul teatro contemporaneo di ricerca, sul ruolo dell’attore, dello spettatore e sulla comunicazione che si viene ad instaurare sul/dal/col palco. Crea aspettative e le nega, “fino a mettere in crisi i ruoli di attore e spettatore”. E lo fa attraverso la risata e la riflessione contemporaneamente, spiazzando ed al momento stesso andando dritto al nocciolo della questione, senza stancare e senza mai strizzare l’occhio al pubblico, fino a sorprendere con un finale inatteso ed amarissimo. Pochi minuti che racchiudono una riflessione profonda, bruciante, che taglia come una lama arrugginita, talmente disturbante e lontana (solo in apparenza) da ciò che avevamo visto fino a quel momento, che verrebbe l’istinto di alzarsi ed andarsene, perché picchia duro nel segno, colpendo con fendenti precisi, con considerazioni sul concetto di verità e menzogna, realtà e finzione, assai disturbanti. Specchio amaro di questa società (teatrale?).

THE INVISIBLE CITY
ideazione, drammaturgia e regia Daniele Bartolini
assistente alla regia Gilda Foni
aiuto alla logistica Aurora Betti
suono Matteo Ciardi
produzione CapoTrave / Kilowatt

durata: 1h 10′
Prima assoluta

 

 

KOTEKINO RIFF esercizi di rianimazione reloaded
di e con Andrea Cosentino
musiche in scena Michele Giunta
supervisione dinamica Andrea Virgilio Franceschi
assistenza Dina Giuseppetti
produzione Karamazov Associati (CapoTrave/Kilowatt, Progetto Goldstein, Pierfrancesco Pisani)
in collaborazione con Modus Maris s.n.c.
coproduzione Aldes

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