Kilowatt 18: diversi perché umani, e in dialogo

Un incontro tra Visionari e compagnie (photo: Elisa Nocentini)
Un incontro tra Visionari e compagnie (photo: Elisa Nocentini)

Anche nell’edizione 2018 le giornate al Kilowatt Festival sono state un’immersione ricca, piacevole e nutriente, perché ciò che offre il festival è certo un programma di spettacoli (quelli scelti dalla direzione artistica e quelli selezionati di Visionari, di cui parleremo nella prossima ‘puntata’) ma anche dibattiti, conferenze, seminari e soprattutto tanti momenti in cui è favorito l’incontro, la chiacchiera, il dialogo.

Ogni cosa è perfettibile, ma sicuramente in questi anni di lavoro – Kilowatt è giunto alla 16^ edizione – hanno portato il festival ad essere un esempio reale e tangibile del tanto agognato, e spesso poco compreso, “audience engagement” grazie a tre parole chiave: approccio, vicinanza, confronto.

Non per niente si rinnova Be SpectACTive per altri quattro anni, grazie alla nuova vittoria di un bando europeo, per il progetto quadriennale con il quale il Comune di Sansepolcro e l’associazione CapoTrave/Kilowatt hanno portano in Europa, dal 2014 al 2018, la propria esperienza legata allo “spettatore attivo”.


“Diversi perchè umani” è il titolo scelto per questa edizione che, dal 13 al 21 luglio, ha animato la piccola Sansepolcro. Ed è un claim che riporta con determinazione l’attenzione al momento storico del nostro Paese, a ribadire la funzione fondamentale dell’arte nel preservare quanto c’è di prezioso nella diversità.

E a proposito di arte, CreSCo, il Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, ha presentato “Lo stato dell’arte”, incontro nel quale tre fra le più interessanti realtà del nostro teatro contemporaneo (Babilonia Teatri, Fanny & Alexander e Simona Bertozzi) hanno “raccontato” il proprio personale processo di creazione riferito a spettacoli ormai vicini al debutto o ancora in fase di ideazione. Un progetto, di cui questo primo incontro fa parte, interessante perché non mira a “spiegare” le opere, bensì ad avvicinare lo spettatore alla loro fruizione attraverso una reale e “pratica” condivisione dei percorsi creativi.
L’obiettivo non è offrire risposte, ma fornire chiavi di lettura per poter accedere alle opere con maggiore consapevolezza. Vedere ad esempio danzare Simona Bertozzi dopo aver ascoltato le sue parole rispetto alla prossima creazione è stato un perfetto esempio per comprendere quanto quest’approccio possa essere efficace.

Il convegno “A porte aperte – il processo creativo nel contesto delle residenze”, organizzato da Kilowatt insieme a Stratagemmi e Altre Velocità, è stata invece una giornata dedicata al mondo delle residenze con testimonianze di differenti voci da tutta Italia: quelle degli artisti, di critici e giornalisti, degli studiosi (tra cui citiamo l’interessante intervento di Stefano De Matteis dell’Università Roma Tre). Un momento di incontro/confronto che ci si augura possa essere davvero foriero di cambiamento e innovazione verso un modello più “europeo”: la residenza come Spazio e Tempo, senza vincolo di “produzione”, non uno spazio prove bensì un luogo in cui si possa creare con il beneficio e la libertà dell’errore, in cui l’artista possa avere il tempo e le condizioni necessarie per creare davvero comunità.

Il convegno “A porte aperte” (photo: Elisa Nocentini)

Il convegno “A porte aperte” (photo: Elisa Nocentini)

Sempre all’interno di questi “Innesti”, appuntamenti collaterali rispetto agli spettacoli ma che contribuiscono a formare l’ossatura di Kilowatt, ci sono stati anche gli incontri mattutini con il gruppo dei Visionari.
E qui un passo indietro è necessario. Era il 2005 quando un tecnico pronunciò una frase necessaria: “O tutta la città comincia a sentire il festival come una cosa propria, oppure è meglio se smettete di farlo”.
Da queste parole, prima ancora che si trasformassero in audience development o engagement, e dalla convinzione che “non era abbastanza che il festival piacesse a noi” nasce l’idea dei Visionari: un gruppo di cittadini di Sansepolcro e dintorni chiamata a scegliere nove spettacoli che saranno presentati nel festival.

Quest’anno sono state 343 le proposte arrivate e 37 i Visionari che hanno passato l’inverno a guardare video (tramite la piattaforma Sonar) per arrivare alle nove proposte selezionate. Il 18, 19 e 20 luglio sono quindi andati in scena gli spettacoli dei Visionari, e ogni mattina alle 11, tutti in cerchio, ci si è ritrovati per parlarne insieme: Visionari, artisti e chiunque volesse partecipare.
Sono state mattine costruttive, nel bene e nel male: perché il confronto non è stato sempre idilliaco, perché ci sono stati confronti ma anche scontri! E perché mettersi a nudo non è mai facile per nessuno.

Ma lo sguardo del pubblico è prezioso, anche se purtroppo ogni tanto qualcuno lo dimentica: è proprio il pubblico il destinatario del teatro, quello che spesso non utilizza un linguaggio “consono”. E benvenga!
Il lavoro dei Visionari è diventato negli anni un vero e proprio impegno civile, attraverso un dialogo in cui l’obiettivo primario è la ricerca di una “comprensione”, nel senso più ampio della parola. Bello poter dire liberamente “non ci sono stata dentro” così come “mi sto abituando alla danza contemporanea come a mangiare i broccoli”. Perché alla fine sono anche questi i commenti che sentiamo nei foyer, e troppo spesso lo spettatore “comune” non ha possibilità di confronti.

Ma negli incontri capita anche si perda di vista la “coralità” degli spettacoli. Si mettono gli accenti su dettagli e tecnicismi che non fanno, e non possono fare da soli, l’identità di un’opera. Non tutto può e deve essere capito. E allora questo momento prezioso di incontro potrebbe essere dedicato maggiormente alle domande e all’ascolto, a quesiti che spesso, usciti dalle sale, non si ha la possibilità di fare. Senza dimenticare che il teatro, più che produttore di risposte, dovrebbe esserlo di riflessioni che smuovano la nostra coscienza.

— fine prima parte —

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