Kilowatt 2011 – Diario di un fiancheggiatore (2^ parte)

A tua immagine (Odemà - photo: Andrea D'Ambrosio)

A tua immagine (Odemà – photo: Andrea D’Ambrosio)

24 luglio, ore 18. La terza serata ha l’odore della pioggia fresca in tempo di siccità.
“A tua immagine” della compagnia Odemà è per certi versi la dimostrazione di come si possa affrontare il tema della divinità e del ruolo nella storia della religione fuori dagli stereotipi, senza indulgere in moralismi e patetismi. Enrico Ballardini, Giulia D’Imperio, Davide Goria, interpreti del progetto che ha una regia collettiva, costruiscono nella forma di un cabaret musicale da avanspettacolo, con pochi elementi scenici (un lenzuolo, scarpe rumorose, un praticabile, una ribaltina di lampadine) con cui giocano con abilità. Una fabula terrificante che ci introduce a un mondo altro in cui un Dio, che parla di sé al maschile ma ha le fattezze sbilenche di una vanitosa vecchiaccia in merletti e calze bucate – eccellentemente interpretata dalla D’Imperio-  decide di inviare Gesù sulla terra per poter espandere il proprio potere, e dalla religione di un piccolo popolo, gli ebrei, dar vita a un culto capace di conquistare il mondo, ossia il Cristianesimo.

Anche il diavolo è funzionale a questo piano: lo sappiamo, non c’è bene senza male, ma questa verità viene illustrata in modo così graffiante da perdere il pericoloso retrogusto di una scivolosa banalità. In effetti, sono divinità dai tratti umanissimi, per quanto caricaturali, che potrebbero abitare felicemente un Olimpo greco. Dio è bizzoso, volitivo, autoritario, come una madre arrivista e prepotente. Gesù, succube, svogliato e recalcitrante come un figlio di papà, alla fine deve arrendersi e accettare il martirio imposto. Il testo è vivace, pieno di ironia e acutezza.


Brillano alcune scene: la previsione del futuro con l’elenco delle innumerevoli stragi e guerre sante, i martirii dei primi cristiani così come degli infedeli, in cui la forma cantata, con foga sincopata, ci spalanca gli occhi sulla feroce aberrazione.

Uno spettacolo dal cinismo freddo, in cui Dio-madre prende le misure alle braccia di Gesù per un abito che è la croce e viene sedotta dal diavolo in un ballo che gioca col cliché del passo a due de “Il tango della gelosia” e il bacio estorto di “Straziami ma di baci saziami”. Il bacio, con cui il diavolo potrebbe aver rubato l’anima a dio, è una finta. Perché nel gioco, a cui neppure queste divinità si sottraggono, tutto sempre ricomincia.

Beckett con “Aspettando Godot” è il punto di partenza per lo spettacolo “Aspettando Nil”, del collettivo La Fabbrica, drammaturgia scenica di gruppo, con Elisa Bongiovanni e Giada Parlanti, regia di Fabiana Iacozzilli. Una madre in carrozzina (citazione invece da “Finale di partita”) ma ancora in grado di camminare, correre e saltare, e una figlia (che potrebbe ricordare la Gelsomina de “La Strada” di Fellini) sono alla prese con i preparativi per un matrimonio. La sposa è la madre. Nil, lo sposo, arriverà “quando saremo pronte”: è questa la frase che la madre ripete più volte, che funge da congelamento dell’azione e sprone all’azione. L’attesa attiva, i preparativi, lavarsi, truccarsi, vestirsi di tutto punto, sono il teatrino in cui si esercita il potere e l’amore materno e filiale. Facce di una stessa perversione in un filo teso che ad un capo ha in leit-motiv la sdolcinatezza di “amore bello” – della madre alla figlia – e dall’altro “tu comandavi, io ubbidivo, io mi umilio” – della figlia alla madre, secondo la tortura rituale della coniugazione dei verbi, banco di esame per la preparazione alla vita. In sottofondo, sul finale, una marcia che ricorda le feste e i funerali del sud: “Rimpiango di essere nata, la morte va troppo per le lunghe. Quando sarò morta sarò una tonnellata di vermi” dice la madre ridendo forsennatamente. Se il tema non sempre è convincente e alcune scelte musicali iniziali appaiono un po’ convenzionali, tuttavia è una prima prova interessante, anche e soprattutto per la bravura plastica delle interpreti.

L’ultimo spettacolo dei nove della sezione dei visionari è una sarabanda, una macchina scenica fulminante, grottesca, sboccata, iperrealista, pop, drammatica, acida e allucinata. “Ubu Rex”, da Alfred Jarry, della Compagnia degli Scarti, porta in scena un numero di attori al quale siamo ormai disabituati, dodici, diretti dalla regia dinamica e coraggiosa, al limite sfrontata di Enrico Casale. La riscrittura del testo è colorita, a tratti sorprendente, divertente, crudele. Padre Ubu è un giovane tanto gracile quanto famelico, di carne e potere, Madre Ubu è una strega dall’aspetto sexy in stivali da battona, e il volto velenoso, sguaiata e volgare. L’ascesa e la caduta di Ubu, con scia di sangue,  è una parabola comica, tra canti, danze, gag, parodie, in cui i riferimenti al presente della sciagurata politica nostrana non mancano. Una scena dalla geometria simmetrica sempre perfetta, che si costruisce, destruttura, monta, smonta, ad una rapidità impressionante, nel segno della verticalità e della citazione pittorica, dove i cavalli sono teneri cavallini gonfi d’aria appesi a un filo, le armature sono un mix di scarpe a forma di zatteroni e bozzoli tra l’insetto gigante e un cartoon giapponese, l’esecuzione a morte dei nobili – interpretati sempre dallo stesso attore – una sorta di provino in loop con caduta da stuntman, solo per citare alcune trovate. “Matrix”, Mel Brooks, i bmovie italiani, il Requiem di Mozart, il Bolero di Ravel o la radiocronaca calcistica d’antan coesistono alla pari, come se alto e basso, colto e pop fossero fili di una stessa trama in cui a suon di spot, e di mistificazione, anche il più conclamato reo potesse solo partorire, come Ubu, un “Non sono stato io, lo giuro”. Se non sempre la recitazione è omogenea, così come la presenza sul palco, tuttavia il lavoro di questa giovane compagnia appare dotato di una certa autenticità e inventiva.

Ore 23. Durante l’incontro post spettacoli fra compagnie-visionari-fiancheggiatori e, questa volta, anche il pubblico, in un auditorium colmo di figure attente e che mi incute un po’ di timore, apprendo da Enrico Casale di un originale metodo formativo fai-da-te adottato dalla compagnia. A La Spezia, lontano da scuole di teatro e anche impossibilitati a frequentarle, in un garage la Compagnia ha approntato una scuola su misura rispetto alle loro esigenze ed estetica teatrale, pagando professionisti della scena italiana e internazionale per tenere dei seminari privati. Sono passati dal garage esponenti del Living Theatre, così come Massimiliano Civica, ad esempio. Lo spettacolo, con questa insolita energia, è uno dei frutti di questo metodo anti-accademico.

Termina l’ultimo incontro. Si esce a riveder le stelle. Mentre guadagniamo, fiancheggiatori e non, la strada del pub diventato ritrovo post teatro, una perplessità sul metodo della selezione da parte dei visionari fluttua ancora tra le varie immagini. Svolgono un lavoro poderoso: quest’anno hanno visionato ben 379 video di 20 minuti per arrivare alle nove proposte di cui però alcune deludenti, anche per loro stessi, una volta visti  sul palco i lavori in forma compiuta. Neppure selezioni che vengono effettuate con la modalità standard di un gruppo di addetti ai lavori o di un direttore artistico sono immuni da errori più o meno vistosi. Tuttavia, forse, potrebbe essere trovato un qualche correttivo per migliorare questa procedura che rimane interessante. E non posso non pensare alla falsa prospettiva che spesso offrono i video artefatti attraverso montaggi  pirotecnici che restituiscono, spesso, ben poco della realtà di uno spettacolo.

Kilowatt 2011: Tommaso Chimenti, Simona Polvani, Roberto Rinaldi  (photo: facebook.com/profile.php?id=1784612182)

Kilowatt 2011: Tommaso Chimenti, Simona Polvani, Roberto Rinaldi (photo: facebook.com/profile.php?id=1784612182)

Metto da parte questa perplessità, spingendola nel fondo del mio pozzo. Prende campo la sensazione viva di un’esperienza forte, feconda di dialogo critico, attento, autentico, civile, in cui se è stato interessante entrare nelle idee e nelle parole dei visionari, il confronto professionale e umano con gli altri fiancheggiatori ha aperto nuove prospettive del tutto inattese e tanto più preziose. 
La parola continua a circolare tra i nostri tavoli, come la birra e le bruschette, tra un boccone di meringa e l’altro.
Ho una girandola di volti negli occhi, mentre sotto una coperta che diventa tenda, immortalata in una foto tra Roberto Rinaldi e Tommaso Chimenti, mi riparo dal freddo in un tepore instabile e precario e ringrazio in silenzio, come se sfogliassi un fiore di loto o un girasole, uno ad uno, i tanti sguardi che ho incrociato.

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