Da Kilowatt a Drodesera lungo i confini di identità, memoria e comunità

Michikazu Matsune in Dance, if you want to enter my country!
Michikazu Matsune in Dance, if you want to enter my country!

Cosa traccia un legame fra due festival a loro modo differenti e dalle forti identità come Kilowatt e Drodesera? Cosa può legare Sansepolcro, nella Toscana profonda, alla suggestiva Centrale di Fies, tra Riva del Garda e Trento?
Sono i fervidi stimoli dell’arte performativa a implementare vibrazioni che nascono dall’osservazione di caratteristiche intime e particolari. E’ curioso infatti notare come le creazioni che più ci hanno interessato e coinvolto siano state quelle più avare di teatro, nel senso tradizionale del termine, insomma quelle che per termine ormai consolidato vengono inserite nel “postdramatic theatre”.

In “Costruire è facile?”, ad esempio, lo scenografo e performer David Batignani insieme a Simone Faloppa, attore e drammaturgo, nello Spazio Berardini-Fatti della vetrata antica di Sansepolcro, non recitano un testo davanti ad un pubblico indistinto ma, coordinandosi perfettamente tra loro – e avendo come padre fondatore Bruno Munari -, pongono al centro della propria indagine la parola “costruire”.
Scegliendo venti spettatori, propongono un pressante invito a riprendere confidenza con la manualità per cominciare a costruire oggetti con materiali scartati dalle botteghe del territorio. E i venti accettano volentieri. Così si ritrovano seduti attorno a un tavolo di cartone, fatto da loro, a esercitare piccole manualità, e perfino a considerare il riutilizzo di spazi “sgarrupati” di Sansepolcro, con tanto di consigli architettonici da inviare in busta affrancata al sindaco, Mauro Cornioli.

Con la semplicità dei gesti e dei materiali, Batignani & Faloppa costruiscono, in tempo reale, una comunità condivisa nei propri intenti, come del resto ogni buon teatro dovrebbe saper fare.
E non per niente la visione poetica scelta da Luca Ricci per accompagnare quest’edizione di Kilowatt, come già abbiamo raccontato, è stato “Il principio speranza“, ispirato al libro omonimo del filosofo tedesco Ernst Bloch.

Più in là, all’Auditorim Santa Chiara, il debutto italiano di “Act to forget”, del performer belga Tom Struyf, ci è sembrato uno spettacolo di forte intelligenza nella sua semplicità comunicativa, e nel contempo di rara emozione.
A partire dal ritrovamento di una vecchia fotografia dimenticata in un cassetto, che lo ritrae anni prima mentre bacia una donna sconosciuta e della quale non ha alcun ricordo, Struyf indaga il concetto di memoria, chiedendo lumi rispettivamente a un neurochirurgo, a uno psicologo, a un sensitivo e soprattutto a sua nonna.

Tra performance, teatro e documentario, lo spettacolo si trasforma poeticamente, alla fine, in un’indagine affascinante e appassionata sui ricordi e sui sentimenti che sanno travalicare tempo e generazioni.
Perché è proprio questo che fa il cervello attraverso la memoria: conservare i ricordi, i quali, alla fine della nostra vita, saranno tutto ciò che ci rimane e che nessuno potrà toglierci.
Tom Struyf trasporta tutto questo al cuore e all’intelligenza dello spettatore, accompagnando la nonna sul luogo della luna di miele dove, con il marito, ha trascorso i momenti più belli della propria vita, ricordi incisi indelebilmente nella sua memoria.

Tom Struyf in Act to forget (photo: Johan Samyn)

Tom Struyf in Act to forget (photo: Johan Samyn)

Anche a Dro questo filo post-drammatico in qualche modo prosegue, pur cambiando tematica. La scelta è infatti quella di porre l’accento su spettacoli che, in modo diverso e profondo, hanno focalizzato il proprio interesse sul fenomeno migratorio dolorosamente in atto, e di rimando soprattutto al concetto di identità che collega ogni essere umano. Spettacoli tutti finalmente creati, senza nessun accento retorico, attraverso linguaggi differenti e non convenzionali.
Del resto Dino Sommadossi e Barbara Boninsegna hanno sottolineato questa linea nominando quest’edizione di Drodesera “Supercontinent”: #IndigenousRights #RefugeeRights #HumanRights #RobotRights #ArtistsRights.

In “Dance, if you want to enter my country!” Michikazu Matsune, performer e coreografo giapponese con base a Vienna, pone l’accento sulle identità sociali e le esperienze personali all’interno del mondo globalizzato di oggi.
Lo fa partendo dall’avventura accaduta nel 2008 all’artista americano Abdur Rahim Jackson, dell’Alvin Ailey American Dance Theater. Il danzatore, giunto all’aeroporto di Tel Aviv, a causa del suo nome fu portato dai funzionari del controllo immigrazione in una stanza appartata e gli fu chiesto di ballare, per dimostrare che la danza fosse davvero la sua professione.
Tra racconto, danza e immagini Matsune – da sempre interessato all’identità e ai suoi aspetti sociologici – induce così gli spettatori a riflettere sul lato oscuro della globalizzazione, con le sue fratture e paure, talvolta esasperate fino alla paranoia.

In maniera completamente diversa affronta lo stesso tema l’artista belga Thomas Bellinck.
Insieme allo scenografo Jozef Wouters, Bellinck porta a Dro “Simple as ABC # 2: Keep Calm & Validate”, un vero e proprio “musical”, complesso, ben recitato e cantato da Marjan De Schutter e Jeroen Van der Ven che, rimandando in modo raffinato a Berg, Britten e Weill, “documenta, attraverso fondali iconograficamente significanti, la gestione delle migrazioni digitali e l’esternalizzazione del nostro disagio nei confronti della selezione sociale”. Il punto di osservazione è quello delle tecnologie di sorveglianza messe in campo dai vari Paesi in relazione al fenomeno migratorio.
Lo spettacolo, forse troppo lungo, meriterebbe un maggior controllo dei numerosi linguaggi utilizzati; tuttavia afferma con potenza come musica e parola, insieme nutrendosi anche della tradizione, possano entrare ancora efficacemente nella contemporaneità.

Con linguaggi performativi Francesca Grilli e Alessandro Sciarroni si avventurano verso le stesse direzioni, coniugate però in maniera diversa.
In “The forghetting of air” la Grilli concepisce una performance di impercettibile sostanza e sensibilità. In un ambiente saturato dal vapore proveniente da un budello metallico, quattro ragazzi – la cui biografia è segnata da una storia di migrazione – percorrono ripetutamente lo spazio con brevi traiettorie, respirando attraverso stilizzati megafoni di latta; il loro respiro si fa voce, mescolandosi con quello degli spettatori.
Nasce anche qui, come in altri spettacoli visti nei due festival, una partecipazione sensibile tra mondi diversi che per un attimo diventa comunità, senza alcuna distinzione di provenienza.

A partire dall’osservazione dei movimenti migratori di alcuni animali che, al termine della loro vita, tornano ad accoppiarsi e a morire nel luogo dove sono nati, il geniale Alessandro Sciarroni in “Chroma” ci propone una sua particolare visione della migrazione lavorando sul concetto da lui già esplorato di turning.
Attraverso l’azione del suo corpo che ruota intorno al proprio asse crea un viaggio emozionale che cattura lo sguardo dello spettatore per 40 minuti. Una danza che continuamente e impercettibilmente, con il mutevole gioco delle mani e degli spazi, evolve, cambia e si trasforma sulle musiche di Paolo Persia e le luci di Rocco Giansante.
Ancora una volta Sciarroni ci sorprende con una creazione differente dalle precedenti, ma ad esse legate dal filo dell’incanto e del rapimento dello sguardo.

Gardens Speak

Gardens Speak

Infine il tema della migranza, qui coniugata con la guerra, ritorna nella suggestiva e sacrale creazione “Gardens Speak”, dell’artista libanese Tania El Khoury.
In un ambiente protetto vengono ricreate dieci piccole tombe, con tanto di lapidi, che contengono le storie di dieci persone ordinarie sepolte all’interno di giardini siriani. Lo spettatore, chino sulla terra, ascolta i loro racconti di morte, ricostruiti grazie agli amici e alla famiglia del defunto, come accade in quel martoriato Paese, dove molti giardini nascondono i corpi degli attivisti dei primi periodi della rivolta.

Così, in scena, l’ascolto della storia accende un rapporto emozionale tra morto e vivo che va al di là del fatto teatrale, grazie anche alla consegna di una lettera che verrà poi sepolta sotto la terra, vicino al corpo di un defunto immaginario ma reso perfettamente teatrale. Come per la performance di Tom Struyf vista a Sansepolcro, fondamentale è pure qui il legame con il ricordo: raccontandone le storie, i vivi proteggono i morti conservandone le identità.

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