A Kilowatt 21 la danza che sorprende

Enzo Cosimi a Kilowatt (photo: Guido Mencari)
Enzo Cosimi a Kilowatt (photo: Guido Mencari)

Anche quest’anno Kilowatt, festival toscano che si svolge da 19 anni a Sansepolcro, diretto con estrema curiosità e cura di intenti da Luca Ricci e Lucia Franchi, si è dimostrato, nei nostri usuali tre giorni di frequentazione, fonte di numerose sollecitazioni, soprattutto riguardanti la danza, che si è modulata in sei creazioni tutte interessanti, di diversa consistenza e derivazione.

Abbiamo infatti potuto assistere ad un programma vario e articolato, da performance di giovani danzatori come il duo Panzetti-Ticconi, a coreografi già più noti come Nicola Galli e Francesco Marilungo, per arrivare a maestri come Enzo Cosimi, e includendo anche artisti stranieri.

Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi in “Ara! Ara!” indagano il potere simbolico della bandiera, attingendo alla tradizione folcloristica dello sbandieramento. Al di là dei momenti centrali dello spettacolo, in cui lo sbandieramento assume tutti i suoi tradizionali connotati, l’occhio dello spettatore si perde tra i movimenti dei corpi dei due performer, in perfetta intesa tra loro, e con lo sventolio delle bandiere che garriscono al vento, sempre di diverso colore e disegno, per evidenziare la loro appartenenza a determinati gruppi di potere, creando una danza dal sapore ipnotico, di gradevole e forte coinvolgimento.

Ci è poi particolarmente piaciuta l’ultima creazione di Nicola Galli “Il mondo altrove: un dialogo gestuale” che, su una musica ossessiva carica di misticismo di Giacinto Scelsi, ci trasporta in mondi lontani, tra Occidente ed Oriente, in atmosfere che ricordano un mondo perduto e ancestrale: le pitture e i vasi dell’antica Grecia ma anche le danze di Bali e il Katakali, il Nō giapponese e le atmosfere mitiche del Sud America.
Margherita Dotta, Nicolas Grimaldi Capitello, Silvia Remigio e lo stesso Galli, che disegna anche le bellissime maschere e i costumi, si guardano bene da scimmiottare quei movimenti, i quali vengono solo perfettamente allusi, in una danza dal sapore antico capace ancora di affascinare.
I danzatori, entrando dalla porta posta al centro della scena, celando un altrove sconosciuto, avanzano come misteriosi sacerdoti, ridonandoci il senso di una sacralità perduta ma che improvvisamente sembra ancora appartenerci.

Di tutt’altra fattura e intendimenti è invece “Party Girl” di Francesco Marilungo, in prima nazionale, che compie una interessante riflessione sul corpo femminile e sulla sua mercificazione.
Alice Raffaelli, Barbara Novati e Roberta Racis, al suono imperioso della voce dello stesso Marilungo, mostrano in scena tutti gli stereotipi di genere, attraverso posture e movimenti che nell’immaginario collettivo vengono identificate come capaci di innescare il desiderio sessuale, che poco alla volta si spegne invece davanti ai corpi delle performer, che man mano perdono energia, diventando come oggetti inerti.
A fare da contrappunto al tutto, in scena, sono posizionati tre vecchi televisori che trasmettono ininterrottamente video di strade oscure, night club, appartamenti privati dove il sesso viene praticato senza amore.
Sarà infine una allegra festa conclusiva quella che, in scena, sottolineerà la gioiosa liberazione delle tre interpreti, che non rispondono più ai richiami della voce del maschio padre e padrone.

Party girl di Marilungo (photo: Elisa Nocentini)

Party girl di Marilungo (photo: Elisa Nocentini)

Di più difficile decodificazione “Coefore Rock & Roll”, il secondo lavoro del progetto “Orestea, Trilogia della Vendetta”, dove il maestro Enzo Cosimi, che ne ha creato anche la drammaturgia con Maria Paola Zedda, si confronta con la seconda tragedia eschilea incentrata sul mito di Oreste, realizzando a tutto campo uno spettacolo che invade per più di un’ora tutto il palcoscenico, cosparso all’inizio di segni che rimandano ad una infanzia perduta, con giocattoli e bambole disseminate per tutta la scena.
Le Coefore narrano l’arrivo di Oreste con l’amico Pilade alla casa del padre, ad Argo, dalla sorella Elettra, con il preciso intento di uccidere la madre Clitennestra, per vendicare la morte del padre Agamennone.
In un turbinio di immagini e invenzioni, puntellate dalla musica ossessiva e lancinante creata elettronicamente dal vivo da Lady Maru, icona della musica techno che mascherata si fa presente anche sulla scena, e dalle magistrali luci di Gianni Staropoli – che disegnano luoghi e vestono spazi -, lo spettacolo sembra voler lasciare libero sfogo all’immaginazione del singolo spettatore.
Ancora una volta Alice Raffaelli e Roberta Racis, che avevamo già apprezzato nello spettacolo di Marilungo, qui con Francesco Saverio Cavaliere e Luca Della Corte, danno corpo a tutti i personaggi della tragedia. Riconosciamo Oreste e Pilade, Clitemnestra e la figlia Elettra, avvolte da coperte dai colori vivaci lavorati a maglia, e riconosciamo le nere Erinni che a un certo punto invadono la scena.
Ci raggiungono continuamente immagini che riverberano significati e sentimenti: Clitennestra munita di chitarra, Elettra con due rami in mano, e Oreste che giganteggia con la sua furia vendicatrice, accompagnato dal sodale Pilade.
Alla fine, mentre tutto cade, in attesa delle Eumenidi che ristabiliranno l’ordine dopo il caos, una figura segna di rosso sangue i visi dei quattro performer.

Interessanti anche le performance straniere. In “Processing” di Linda Hayford, conosciuta nel mondo come interprete per eccellenza del popping, stile di danza di strada nato negli anni ’70 in California, che si basava soprattutto sull’improvvisazione, l’artista americana danza con Marina De Remedios, attraverso improvvisazioni che ci arrivano in modo fluido e accattivante.
Le due danzatrici si muovono nello spazio libero della scena, mostrandoci appieno l’energia cangiante dei loro corpi, in una continua mutazione della danza, che allude al processo vitale insito in ogni esistenza e in ogni corpo.

Neptune di Lois Alexander (photo: Luca del Pia)

Neptune di Lois Alexander (photo: Luca del Pia)

In “Neptune” invece la coreografa americana Lois Alexander danza in mezzo a blocchi di ghiaccio sospesi, riflettendo, con la sua voce appena percettibile, sulle strutture sociali che ingabbiano le donne nere. Ed è proprio il ghiaccio a dare senso al tutto, soprattutto quel pezzo di ghiaccio rotondo che l’artista, muovendosi, tiene sulla pancia come un figlio e che offre impotente al pubblico.

Ancora una volta Kilowatt sorprende, offrendo la possibilità di compiere un viaggio importante nel mondo della danza contemporanea. Torneremo ancora al festival, nei prossimi giorni, per raccontarvi di altri spettacoli in cui è invece la parola a tornare ad essere centrale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *