Fantasmi da Shakespeare… in attesa di giorni migliori

Alcuni giorni sono migliori di altri
Alcuni giorni sono migliori di altri

Alcuni giorni sono migliori di altri

Scrivere di uno spettacolo di Kinkaleri è sempre un impegno arduo e rischioso; ipotizzarne un’analisi è letteralmente un affronto al buon senso.
Nel caso di “Alcuni giorni sono migliori di altri”, in particolare, il malcapitato redattore correrebbe il rischio di sconfinare nel ridicolo inseguendo il miraggio di una critica convenzionale.

“Kinkaleri affronta un classico shakespeariano – si legge dal programma di sala – Ha sentito l’esigenza di intraprendere una nuova fase creativa in relazione con una struttura drammaturgica complessa…”.

Nebbione da novembre padano (d’altronde siamo a Verona, no?); vento sui corpi sudati dei due performer fantasmi. Fantasmi? Due simpatici figuri, tutt’altro che terrificanti se non per se stessi, corrono e saltellano disordinati, giocosi e schizofrenici da una parte all’altra di uno spazio scenico bianco diviso in diagonale da una tenda. Una lunga sequenza di dissacrante non-sense messa in atto da una coppia di imbecilli coperti (e scoperti) da un lenzuolo: oggetti, movimenti, suoni, corpi, respiri vengono vomitati sul palco per un volere irrefrenabile.
Loro, i due fantasmi, devastano la storia d’amore, devastano ciò che trovano a portata di mano, devastano le aspettative del pubblico.


Quanti ignari spettatori si saranno recati a teatro nella convinzione di assistere all’ennesima reinterpretazione – di ricerca, certo, di ricerca ma non troppo – del dramma shakespeariano? Attesa inattesa. Qualcuno che si diverte c’è, ma non pensando a Shakespeare.

Cito da un nostro vecchio articolo: “Il lavoro di Kinkaleri è un’aggressione in piena regola (anzi, al di fuori di ogni regola) ai canoni della rappresentazione scenica”. Nel caso di questa specifica “aggressione”, se il rifiuto del concetto di bellezza può essere considerato elemento essenziale, indispensabile all’estetica dello spettacolo, allo stesso tempo non può rivelarsi sufficiente a garantirne l’autonomia. Manca proprio ciò che esso stesso nega, ma su altro livello: la bellezza di questa scelta estetica; e una buona parte del pubblico se ne esce scontenta, offesa addirittura.

A distanza di una settimana, la mia personalissima rielaborazione della performance subisce degli urti, presentimenti che mi convincono per pochi istanti del contrario, del fatto di aver assistito invece ad un capolavoro. E’ solo un attimo e poi passa, ma è sufficiente a farmi pensare che di Kinkaleri non possiamo fare a meno. Soprattutto in un contesto teatrale in cui parlarsi addosso, prendersi troppo sul serio e autoincensarsi sono pratiche così comuni. E allora viva la dissacrazione.

Kinkaleri rientra nei circuiti ufficiali del teatro (lo abbiamo visto nell’ambito di Prospettiva2, organizzato dallo Stabile di Torino e terminato proprio ieri sera). E più di qualcuno si chiede come sia possibile. Forse perché concepisce deliri a cui è difficile credere. Ogni loro comparsa mina il teatro alle sue fondamenta. Strazianti nel senso letterale del termine “strazio”. Qualunque critica venisse loro mossa si infrangerebbe su un muro di gomma pronto a sputare in faccia, in piena attitudine punk, l’infondatezza stessa del pensiero.

Ad un certo punto qualcuno, tra il pubblico, urla ai due fantasmi, alle prese con un gioco d’ombre su una Giulietta di compensato: “Non si capisce!”. Fatica sprecata. Tanto non capiremmo comunque.
La chiusa è un’apoteosi di demenza sulla barzelletta del fantasma formaggino.

E’ un miracolo come qualcosa di così brutto possa raggiungere i vertici del teatro contemporaneo. In questo, geniali.

ALCUNI GIORNI SONO MIGLIORI DI ALTRI. Fantasmi da Romeo e Giulietta
progetto e realizzazione: Kinkaleri
con: Giulio Nesi, Filippo Serra
produzione: Kinkaleri in coproduzione con Contemporanea08 Festival
Santarcangelo Festival 38° / in collaborazione con Teatro Metastasio Stabile della Toscana / Teatro Comunale di Ferrara / Xing
durata: 57’
applausi del pubblico 2’ 04”

Visto a Torino, Cavallerizza Reale, il 6 novembre 2010

19 Comments

  • Antonella ha detto:

    Mi sono divertita moltissimo a leggere questa critica, complimenti sinceri! Certo mi prenderà lo sconforto appena asciugherò le lacrime delle risate, condivido le stesse domande, comunque viva la sincerità! grazie

  • Paola ha detto:

    Anch’io mi sono divertita molto. Finale bellissimo (non dello spettacolo, della recensione). Se ricordo bene, anche il programma di sala era scritto in un italiano incomprensibile: che fosse aggressione e dissacrazione della lingua?

  • Simone N. ha detto:

    Ecco come non aver visto uno spettacolo e capire da un racconto cosa si è perduto. Tante grazie Bruno di questa cronaca. Simone

  • Marina ha detto:

    Uno dei più bei settacoli a cui mi sia mai capitato di assistere. Che mi è rimasto incollato nel cervello. Lo sfinimento dei corpi, l’irriverenza totale, punk per davvero. In un mondo che non riesce più a creare differenze. Finalmente. Ironico ed esteticamente ineccepibile, senza fronzoli, pulito, brillante, elettrico. Energia allo stato puro. Grazie Kinkaleri di esistere. E shakespeare, sono arci convinta, ne sarebbe andato fiero.

  • luigi ha detto:

    ma qual’è il problema? le aspettative su un testo conosciuto o lo spettacolo? Io c’ero e ho visto delle persone di una certa età entusiaste di quello che avevano visto. a me personalmente è piaciuto molto e poi mi sembra che tutto quello che critichi sia proprio la bellezza dello spettacolo. come dire, hai visto tutto ma non lo hai riconosciuto. anzi dal rigurgito successivo (è forse un capolavoro?) mi sembra proprio che tu non lo abbia voluto riconoscere, insomma ti ci sei proprio sforzato a non crederci. ma tu cosa vuoi dal teatro? per quanto riguarda la battuta finale dovresti chiederti anche come mai sono finiti in tutti i più prestigiosi festival e situazioni europee.

  • carla ha detto:

    Io lo spettacolo l’ho visto e non a torino e mi chiedo invece come non circoli nei maggiori teatri nazionali e internazionali. E’ tanto difficile accettare la creazione di un linguaggio scenico diverso dai canoni prestabiliti dalla critica o un pubblico troppo educato? Se vivo fosse Carmelo Bene si sarebbe divertito a vedere Alcuni giorni e ti avrebbe chiarito il valore dell’idiozia e il concetto di bellezza di cui mi pare parli molto superficialmente e un pò a caso. Kinkaleri è uno dei gruppi che ha rivoluzionato la scena, probabilmente ancora una volta troppo avanti per essere accettati,ma d’altra parte i geni non hanno mai avuto vita facile, si sa.. Aspetto il loro nuovo lavoro.

  • Bruno B. ha detto:

    Caro Luigi, non si tratta certamente delle aspettative sul testo anche se, forse, immaginarsi Kinkaleri alle prese con quel testo prima di vedere lo spettacolo è stato molto più suggestivo che assistere al risultato.
    A te e a molte persone “di una certa età”(?) è piaciuto. Io sono una di quelle persone “quasi(?) di una certa età” che purtroppo è rimasto deluso. Posso aver presente (e ho cercato di farlo emergere dal pezzo) quale sia la spinta creativa e di pensiero dietro al lavoro, l'”aggressione ai canoni della rappresentazione” che gli fa mertitare i festival. Ma lo spettacolo? Questo spettacolo? L’energia è finita tutta, solamente, nelle gambe dei performer.
    Su una cosa però hai ragione: Il rigurgito di cui parli… continua a manifestarsi. A tratti, il ricordo torna ad essere più suggestivo di quanto non fosse la realtà di tre mesi fa, uno scavalcamento del “qui e ora”. Nuove “aggressioni”?

  • luigi ha detto:

    Caro Bruno, quando dici l’energia è finita tutta sulle gambe dei perfomer, lo dici secondo me sottovalutando l’effetto che queste gambe hanno sulla intensità di un lavoro che dal programma di sala dichiara espressamente di voler essere senza l’ombra di un pensiero: solo corpo, solo spreco, solo volontà di non fare calcoli, solo energia da far esplodere, ed è tutto in salire. quando, dopo quella serie infinita di corse variate, uno dei fantasmi vuole far salire ancora l’intensità, come se fosse insoddisfatto di quello che si è raggiunto fino a quel momento, quando vuole aumentare l’atto per esaltare ancora di più lo spreco di un fare insensato e fa mettere dalla regia quel pezzo hardcore, manifesta una volontà folle, quasi vicina alla morte. ed è la morte! cos’è quel cumulo di maceri di legno se non una tomba? dunque romeo e giulietta mi è sembrato essere colto in tutta la sua essenza mi è sembrato insomma che lo spettacolo si sia concentrato su un’idea (la rivolta contro la ragione degli altri, degli adulti, della ragion di stato/famiglia, per essere pura energia da bruciare quando è il momento di farlo) dell’adolescenza che è la meraviglia di Romeo e Giulietta. Passando solo per il corpo. Per me è stato altamente commovente assistere a questo spettacolo senza passare per la rappresentazione della commozione; anzi ci sfida proprio nell’intensità di una violenza che non ha altro scopo se non quello di una vitalità da mostrare fino a dire: ti sembra facile essere così? provaci!
    la rappresentazione è una bella questione da affrontare soprattutto quando non si appiattisce su se stessa; ed è su questo che tutto il novecento e ancora oggi si accapiglia. continuare a creare smottamenti sull’idea di rappresentazione, mi sembra un grande valore, soprattutto mi sembra vitale che qualcuno continui a farlo.

    p.s.
    se fai ancora uno sforzo nel lasciarti aggredire ti toccherà cambiare la recensione 🙂

  • mah'... ha detto:

    Puri fatti di cronaca. Io, di questo stesso spettacolo, ricordo delle significative “risposte” del pubblico:

    – un gruppetto di signore di una certa età convinte forse di andare a vedere uno Shakespeare da abbonamento, una volta “scoperto” lo spettacolo, hanno iniziato a ridere sguaiatamente (e SOLO) a ogni scodinzolata di pene, forse perché di nudo non ne vedevano da parecchio, nelle loro vite…
    – ragazzi (giovani, 20/30enni) che hanno urlato prolungati “bu” alla fine. E pure una ragazza che, a spettacolo concluso, continuava invano a chiedere loro delle spiegazioni
    – l’ufficio stampa del festival (pure lui giovane) imbarazzato per cotanto gesto artistico

    …insomma un generale scontento. Pochi applausi, per nulla convinti, come fossero dovuti ma affatto sentiti.

    Ecco quali sono i miei ricordi più vivi. Insieme ai due performer che si vestivano e svestivano correndo tutto il tempo avanti e indietro all’interno dello spazio scenico. Erano fantasmi, del resto.

    Invochiamo pure Carmelo Bene e lo stesso Shakesperare; tanto non potranno dire la loro.

    Certo, se compagnie così vanno ai festival internazionali (come ho letto in un commento qua sopra), tutto allora è concesso a tutti, anche aggrapparsi a concetti di alto ermetismo (???) per gonfiare un principio traballante e forse incompiuto.
    Che nessuno abbia capito nulla? ma allora perché non esibirsi solo per sé?

    Meno male che hanno una cricca di fan/amici superiori al resto degli spettatori “normali”, quei poveri tapini usciti da teatro scontenti e con davvero molte domande nella testa sulla “nuova drammaturgia”.

  • luigi ha detto:

    bhè che dire tieniti la cronaca io mi tengo quello che ho visto e sentito sulla mia pelle e sul mio intelletto.
    la cosa più stupefacente è l’arroganza del giudizio che si fonda sul consenso e nient’altro e che vorrebbe contrapporsi ad una presunta violenza di certi artisti. come dire mettersi in riga please! non ho problemi a dire che un lavoro come questo possa dividere gli spettatori. quello che non sopporto è la frase in cui si dice: tutto allora è concesso a tutti! che vuol dire? Non siamo forse nel 2011? e il novecento non ha già rotto ogni barriera sul significato? già pare di no! siamo alle solite quando non si capisce si esclude, eppure tanto per citare qualcuno che è morto ma che ha lasciato delle belle pagine su cosa sia il teatro ( e mi riferisco sempre a lui, a Carmelo) rispondeva (violentemente) che sicuramente a teatro non si va per capire ma per essere colpiti dal mistero. perchè il teatro non è comunicazione ma arte con tutto quello che NON significa, ma che a volte ci evoca, ci tocca, ci scombussola senza magari capire perché.

  • sergio ha detto:

    attenzione, stiamo davvero dicendo che il teatro non è comunicazione?
    a determinare la situazione teatrale c’è il pubblico, senza il quale il teatro semplicemente non avviene.
    questo mi sembra che faccia rientrare ampiamente il teatro nella comunicazione.
    che poi significante e significato non debbano per forza andare d’accordo sono anche d’accordo, ma dire che il teatro non è comunicazione è impossibile, secondo me.
    essere colpiti dal mistero equivale a diventarne il destinatario. questo è comunicazione.

  • mah'... ha detto:

    Hai detto bene, Luigi, su questo siamo concordi: “ci scombussola”, “evoca”, “tocca”… infatti! peccato non aver provato nulla di tutto ciò…
    Il mistero? averlo trovato in questi fantasmi!
    e guarda che io non decido il mio parere in base al consenso o meno di chi sta seduto a fianco a me, ma proprio su quel qualcosa che vorrei sentire, provare…
    che poi l’arte non sia comunicazione aprirebbe un altro bel discorsone, non sono d’accordo. Ma forse è meglio terminare qua.

  • ... ha detto:

    Da:
    http://art-o.net/2008/?p=190

    Su ALCUNI GIORNI SONO MIGLIORI DI ALTRI (fantasmi da Romeo e Giulietta) di KINKALERI

    (di Fabio Acca)
    […] Per la recensione completa aprite il link sopra

    ALCUNI GIORNI SONO MIGLIORI DI ALTRI (Fantasmi da Romeo e Giulietta), lo spettacolo presentato alla 38ª edizione del Festival di Santarcangelo, spazza via violentemente qualsiasi indugio sul passato. Un atto veemente di coraggio che pone al centro di questa fase della ricerca di Kinkaleri la volontà di sbarazzarsi di una zavorra identitaria sentita in qualche misura esaurita, per puntare piuttosto a una ridefinizione delle proprie urgenze poetiche.
    Due corpi, messi in una condizione agonica, lottano fisicamente con lo spazio e i pochi oggetti presenti sulla scena. Non è possibile parlare di una vera e propria norma che regola la finzione teatrale, perché i due performer, pur nell’ineludibile retorica del contratto percettivo con lo spettatore, spingono il proprio corpo ad un livello “reale” di enfasi fisica, subordinata al raggiungimento di una meta del tutto pretestuosa. C’è piuttosto un continuo “sporcare”, “degenerare”, “dissipare”, “involgarire” i processi che organizzano la rappresentazione, come se improvvisamente nel teatro di Kinkaleri fosse apparso il demone di Jackass. Portare, dunque, il corpo (e insieme a esso le relazioni di senso) su una soglia di imbarbarimento stilistico, irriverente e demenziale, che non smarrisce però il gusto di tornare, anche solo per un istante, dentro il perimetro di una figuralità meno automatica e morbosa, quasi casuale.
    Allora il “teatro” appare solo come citazione nel ridicolo “costume” da fantasma dei performer, nelle loro “coreografie” sbilenche e selvagge, nelle “pietà” imbastardite create in quei pochi momenti in cui lo spettacolo si concede una pausa estetica, quasi accordasse alla riconoscibilità della forma solo una patetica apparizione. Fino alla scena centrale, in cui il “teatro”, quello par excellence, quello di Shakespeare e del suo Romeo e Giulietta, diventa un pretesto per innescare una giostra grottesca tra due giovani qualunque, la cui teatralità sta tutta dentro un tanto convenzionale quanto goffo richiamo al teatro d’ombre.
    In questo incessante triturare speranze di sublime, c’è però il posto per un attentato al cuore. Perché è proprio così, quasi fosse la strofa di una canzonetta buttata via, che però ti inchioda quella cosa che solitamente, proprio nelle canzonette, si continua a chiamare astutamente “anima”. Dopo una faticosissima gara, fatta di corse, danze, capriole, svestimenti e rivestimenti, inutili complicazioni; dopo aver preso a calci e spaccato diversi pannelli di legno con una furia punk, procurandosi evidenti tagli e ferite; dopo aver cantato, urlato ed essersi sgolato invano: ebbene, il corpo, ad un certo punto, tace, sfinito sotto una catasta di detriti. E con esso tace tutto lo spettacolo, per un tempo incalcolato e incalcolabile, mettendo a nudo solo ciò che resta (anche nel senso di “to rest”) in quel momento infinito, appunto un corpo che pulsa come un muscolo cardiaco, sotto le macerie. Poi si riprende, ma si riprende anche nella libertà di eccedere, secondo la logica del “perché non farlo”. La volgarità riconquista ogni cosa: Shakespeare, l’amore, il teatro e il tragico. E anche il comico è a rischio, svilito sul finale da una barzelletta pudica e ingenua, sorta di ritorno all’adolescenza per chi, come noi, è stato bambino durante i fatidici anni Ottanta.
    E allora ALCUNI GIORNI SONO MIGLIORI DI ALTRI diviene per Kinkaleri non solo un rilancio autobiografico, ma anche un manifesto generazionale di oggi, appunto una jackass generation, apparentemente idiotizzata, ma tanto viva quanto è più forte il suo desiderio di abbandonarsi al proprio vuoto; tanto vera quanto è più forte la rabbia con cui accoglie la stoltezza caricaturale di cui è capace il corpo.
    Capolavoro del disordine. Il resto è solo teatro.

  • ... ha detto:

    Una bella recensione di Fabio Acca sullo spettacolo:
    http://art-o.net/2008/?p=190

  • ... ha detto:

    E qui un’altra bella recensione di Exibart:
    http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=26097&IDCa

  • ... ha detto:

    Ecco l’articolo:
    pubblicato martedì 20 gennaio 2009
    La formazione pratese, giunta alla ribalta della scena internazionale e nota come Kinkaleri, raggruppamento di formati e mezzi in bilico nel tentativo – come amano definirsi sin dagli esordi – dopo la ricerca tesa a investigare la crisi dei paradigmi della rappresentazione, liberata definitivamente la scena dall’ipoteca di qualsiasi diegesi narrativa univoca, arriva al confronto con Shakespeare.
    Ma si tratta di un confronto alla Kinkaleri, appunto; come si capisce da subito dal titolo della nuova folle e geniale produzione, Alcuni giorni sono migliori di altri. Fantasmi da Romeo e Giulietta.
    Lo spettacolo mostra una struttura drammaturgica semplicissima e complessa a un tempo, che sottrae allo spazio scenico quella cura maniacale nella costruzione dell’immagine a cui siamo abituati, enfatizzando l’abito compulsivo della scena. È evidente che il testo shakesperiano non è pre-testo né luogo dove si possano generare risonanze attualizzate di una storia d’amore contemporanea; semmai è caustico rimando a un paesaggio emotivo esaurito, ridotto al suo nocciolo duro.
    La performance si sviluppa come accumulo di azioni, dove nessuno si fa domande su quello che sta facendo e sulle conseguenze dei propri atti: scambi di energie, svestizioni e vestizioni di lenzuoli da fantasmi infantili si moltiplicano in un’impresa iper-cinetica, continuamente costruita e decostruita dai performer Giulio Nesi e Filippo Serra, accompagnati nella loro frenesia da musiche veementi e demenziali, spesso intensificate da urla e parole incomprensibili gridate al microfono.
    La scena è svuotata. Una tenda bianca fa da muro centrale, mentre alcuni cubi e fogli di compensato, lasciati abbandonati ai lati del palchi, fanno pensare a una sorta di work in progress scenografico. Nel corso della performance, in un turbinio di graffi, sudore, salti, morsi, corse, numeri, questi solidi prendono vita: lanciati, modellati e fracassati, contribuiscono alla realizzazione di quadri che spaziano da un’eretica Pietà alla costruzione di un catafalco di macerie. Come in un concerto hardcore, richiamato dalle grida e dall’isteria pseudo-coreografica dei due, si assiste a un totale scoppio di energia, dove nulla oppone resistenza ma viene spazzato via violentemente. Rimane solo il sudore, il sudore e il dolore. Si fa, e basta. Non c’è mai tempo per pensare, ma solo per azioni elementari: bere una birra, respirare, dormire, amare, odiare…
    Le due figure si delineano attraverso tratti elementari, consumati in un loop di azioni che ritornano e si ripetono, senza lasciare mai chiaramente riconoscibili gli intenti. Due corpi goffi e divertenti si allontanano in tutte le direzioni, lanciati da un lato all’altro del palco, nella ricerca forse di una meta irraggiungibile. Si tratta di fantasmi, appunto. Fantasmi che inizialmente si incalzano nascosti da un lenzuolo bianco, salvo scattare improvvisamente allo scoperto gridando “Nudo!” dopo una rapida svestizione. Mentre sul finale, laceratosi il telo, sono costretti a cambiare diverse identità (Mario, Filippo, Marco, Giulio, Laura…) in un gioco di io-amo-lei-che-ama-l’altro-che-non-la-ama, con tanto di gigantesca figura femminile ritagliata nel compensato a fare da porta-voce.
    Ma nemmeno attraverso questi nomi riusciamo a riconoscere una storia o un soggetto. Il gioco dei due performer sulla scena lo cancella, lasciandone solo una traccia, potremmo dire fantasmatica, che cancella gli attori per lasciar emergere solo, integrali e contraddittorie, le manifestazioni dell’amore, dell’odio, della violenza, della morte.
    I Kinkaleri sembrano dire che ciò che importa non è chi-è-chi, e lasciano tracce intensive che animano le cose. Stancarsi, sfinirsi, sfracellarsi, sprecarsi; fino, in chiusura, a morirne. “Non so te, ma io sono morto”.

  • Daniela - Klp ha detto:

    Noi non intendiamo qua riportare le recensioni eventualmente “avverse” al/ai lavori di questa o altre compagnie perché non ci interessa affatto. Pur potendo intervenire sui commenti, non intendiamo neppure censurare questa forma di pubblicità che si sta facendo, nello specifico, in questo spazio alla compagnia. Rimane però il fatto che ribadiamo in modo assoluto e convinto la nostra totale autonomia di gradire o meno uno spettacolo, di trovarlo riuscito o meno, così come la affermiamo per il pubblico. Libero di applaudire o di indignarsi a performance conclusa.
    Rimane infine da chiedersi, a questo proposito, se gli spettacoli vengano presentati proprio per il pubblico o non, talvolta, per una ristretta cerchia di amici/critici… in un gioco all’autoreferenzialità che, sotto il vessillo dell’arte, rischia forse di diventare sterile…

  • ... ha detto:

    Scusate, i miei post sono stati fraintesi.
    Ho visto lo spettacolo e spulciando a posteriori la rete ho trovato qualche recensione.

    Con questa in particolare mi son trovato totalmente in disaccordo, m’è parsa una banalizzazione di un lavoro che ha del geniale in se.
    Volutamente stupido, volutamente semplice, estremamente funzionale.
    Lirico e idiota allo stesso tempo.

    Essendosi creata una discussione e non essendo io un critico teatrale ho voluto solo fornire differenti e più approfonditi punti di vista di chi ha visto questa produzione di Kinkaleri con occhi diversi, con un’opinione più vicina alla mia.

    Durante e dopo lo spettacolo (visto a Genova qualche giorno fa) le reazioni sono state molteplici e diametralmente opposte.

    C’è chi si è molto divertito, chi è uscito indignato durante lo spettacolo stesso, chi era spaventato, chi ha provato ansia per i performer sudati e insanguinati.
    Non credo che Kinkaleri abbia fatto la sua fortuna proponendosi ad un pubblico di nicchia o ad una ristretta cerchia di amici/critici, basta analizzare la loro storia e l’evoluzione delle loro performance.

    Se ancora stiamo parlando di AGSMDA e in maniera così animata, nel bene e nel male, vuol dire che qualcosa sotto c’è. Qualcosa che tocca corde interne, nel bene e nel male.

    Mi scuso ancora, sentiatevi liberi di eliminare questi post o perlomeno quelli con le recensioni, google funziona ancora bene 🙂

    buon lavoro

    Concludo con una pillola di saggezza di Claudio Morganti
    http://tinyurl.com/6zcue3y

  • guugle ha detto:

    Scusa Daniela ma il tuo post mi sembra proprio in cattiva fede: vuoi dire che a chi piace questo spettacolo o è amico o è un critico compiacente? Autoreferenzialità che significa? Ma pensi davvero che chi fa questo lavoro possa scegliere? Il pubblico sovrano è quello dei reality che giudica, sceglie e espelle. Se vogliamo parlare d’altro, di arte o di quello che vuoi, forse questa serie di commenti, come dice l’ultimo post , vuol dire che uno spettacolo è esistito (e non è scontato che succeda sempre) nel bene e nel male e, senza aver bisogno di giudicare in termini di esclusione o accettazione, non puoi negare che uno spettacolo come questo abbia aperto delle questioni su tanti fronti. Ed è quello che dovrebbe succedere in ogni evento degno di chiamarsi tale.

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