KLP entra nel carcere di Saluzzo per scoprire il teatro della reclusione

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Van Gogh. Il suicidato della società (photo: Klp)

Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non per uscire letteralmente dall’inferno”.
Antonin Artaud

Vanno alla ricerca di emozioni. E di colori che spezzino il rigore grigio che li circonda. Così, quest’anno, i detenuti del laboratorio teatrale di Grazia Isoardi nel carcere di Saluzzo (CN), questi atomi di vita li hanno trovati in Van Gogh.
E, del pittore olandese dalla pennellata inconfondibile, hanno condiviso la solitudine: quel male di vivere che Antonin Artaud ha descritto in Van Gogh. Il suicidato della società, testo del 1947 tradotto in Italia solo nell’88. Una requisitoria contro la società intera, colpevole d’aver bollato Van Gogh con un marchio d’infamia che lo stesso Artaud conosceva bene. Dopo una reclusione forzata lunga nove anni e conclusa nel manicomio di Rodez, l’artista francese si scaglia, con questo testo, contro il delirio collettivo di una società malata che non ammette altro all’infuori del proprio perbenismo, puntando il dito contro chi non si assoggetta all’unica legge della razionalità.

Lubjan, Giusto, Stefano, Giuseppe, Indrit, Nabil, Paolo… la diversità l’hanno provata sulla propria pelle: “Chi sono io? Uno che non ha una posizione sociale e mai potrà averne” è la risposta che si danno attraverso il testo di Artaud. “A volte la prigione si chiama pregiudizio, ignoranza, sfiducia…”. “Non sempre riusciamo a capire ciò che ci rinchiude”.

Ma fare teatro in carcere vuol dire andare oltre: imparare a conoscersi e a vedere delle alternative. Non è infatti solo Rick Cluchey, ospite in questo periodo a VolterraTeatro con Krapp’s Last Tape, ad aver conosciuto nel teatro in carcere l’opportunità di una nuova vita.

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Van Gogh. Il suicidato della società (photo: Klp)

Un ragazzo ivoriano, che aveva partecipato al nostro laboratorio del primo anno, ha iniziato   dentro al carcere ad amare il teatro – ripercorre Grazia Isoardi, responsabile del laboratorio ma anche autrice e regista – Quando poi è uscito ha scelto di non tornare nel suo paese né in quel mondo del crimine a cui si era avvicinato per sopravvivere.
Oggi lavora part-time e, nel resto del tempo, fa teatro. Ha appena preparato uno spettacolo con testi interamente suoi, raccontando i motivi per cui ha lasciato l’Africa e descrivendo cos’ha trovato in Occidente
”.

Ormai da quasi sette anni Grazia Isoardi lavora dieci mesi su dodici con un gruppo di detenuti tra loro assolutamente eterogenei per età, provenienza e cultura. Una sfida che, dice, è vinta quando autonomamente decidono di scendere in palestra per il laboratorio: “Quel luogo diventa la loro bolla di libertà. Lì tutti gli stereotipi che esistono nelle diverse sezioni cadono. Rimane spazio solo per il lavoro fisico”. Per quasi tutto l’anno, infatti, lavorano sull’azione, la presenza e il corpo. Solo alla fine arriva Koji Miyazaki, regista giapponese da anni all’interno del Progetto Cantoregi, con cui – in poco più di un mese – lo spettacolo va in scena.
Il sudore azzera i ruoli e le tipologie di reato – prosegue Isoardi – Così, se nelle sezioni lo spacciatore non può vedere il rapinatore o il truffatore non sopporta l’omicida, in ambito teatrale tutti questi marchi scompaiono”.

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Van Gogh. Il suicidato della società (photo: Klp)

Non esistono particolari selezioni per partecipare al laboratorio ma è essenziale non temere la fatica: “Non c’è sconto per nessuno, neanche per chi
ha 74 anni
”.
E se le si chiede se preferisca fare un laboratorio con dei ragazzi o con i detenuti lei non ha dubbi: “Senz’altro con i carcerati. Fuori c’è il mito televisivo, che è devastante, ed è davvero difficile aiutare un ragazzo a togliere la maschera. Perché è questo che io chiedo. I risultati che amo li trovo, invece, qua dentro. Nel momento in cui i detenuti accettano di togliere quella maschera mi trovo di fronte a qualcosa di primitivo che mi affascina e che, fuori, non trovo più”.

Se i primi anni la presa in giro da parte degli altri detenuti verso chi faceva teatro era quasi d’obbligo, ora le domande per partecipare al laboratorio sono in continuo aumento, nonostante i posti disponibili siano solo venti. Tra le battaglie vinte, in questi anni di lavoro all’interno della casa di reclusione di Saluzzo, c’è anche quella

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Van Gogh. Il suicidato della società (photo: Klp)

con le rigidità della struttura carceraria: “All’inizio
è stata durissima per la storia stessa del carcere,
in cui
mancavano da molti anni sia un direttore stabile che delle attività. Poi è stato difficile far passare l’idea che il teatro avesse pari dignità del laboratorio di cucina o della falegnameria. Ma, poco per volta, tutto è andato migliorando e quest’anno è stato in assoluto il migliore”.
A perorare la causa è arrivata anche una trasferta che, a febbraio, ha portato i detenuti al Teatro Eliseo di Roma per presentare Lividi, spettacolo dello scorso anno che racconta la struttura del carcere nelle sue incongruenze e mancanza d’affettività. “Siamo stati accompagnati da molti agenti e, in un momento di così forte emozione e gratificazione, anche l’attività è stata valorizzata”.

Ma, più di tutto, sono gli occhi dei sedici protagonisti di Van Gogh quando rientrano a prendersi gli applausi di un pubblico in piedi che, per un istante, abbattono sbarre e recinzioni. Trasformando la prigione da suicidio della società in rinascita.

Van Gogh. Il suicidato della società
di Antonin Artaud
Regia: Koji Miyazaki
Aiuto regia: Cristiana Soci e Samuele Ghione
Laboratorio teatrale: Grazia Isoardi
Tecnico audio: Federico Merula
Tecnici di scena: Mino Appendino, Valentin Chiriac, Bruno Crippa,
Marco Mucaria, Giulia Priora, Ciro Urciuoli, Beppe Cornaglia
Segreteria: Agnese Bosio
Con: Lubjan Bushi, Giusto Canavese, Stefano Diamante,
Giuseppe Fichera, Indrit Jakupi, Younes Jerrari, Rachid Laklai,
Eduard Lyutaj, Antonino Lo Presti, Nabil Malaoui, Marian Neagu,
Paolo Pascussi, Youssef Raod, Ivan Speciari, Michele Tancredi

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Van Gogh. Il suidicato della società (photo: Klp)

 

Si ringraziano il Direttore della Casa di Reclusione “Rodolfo Morandi” di Saluzzo, dott. Domenico Arena, e la Responsabile dell’Area Educativa, dott.ssa Antonella Basile.

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