Kobane di Banfo e Renga, il fanatismo tra le mura di casa

Kobane (photo: Francesco Falciola)
Kobane (photo: Francesco Falciola)

Il nostro tempo scorre molto più in fretta che in passato, con criticità che la velocità non è in grado di risolvere. E così restiamo in un groviglio di sofferenza.

Fabio Banfo porta al Teatro Libero in prima nazionale “Kobane”. Al centro una famiglia: la figlia maggiore Maria (Valentina Cardinali) torna a casa dalla Siria (da Kobane, appunto), dove è stata rapita dopo essersi recata come interprete.
Ad aspettarla ci sono la madre Elena (Silvia Soncini), il fratello Teo (Daniele Vagnozzi) e il padre, “il Professore” (Corrado Accordino), malato di Alzheimer. Ma c’è anche Carlo (Vincenzo Zampa), amico di lunga data, perdutamente innamorato di Elena.

Il filo conduttore del lavoro è l’accoglienza di Maria, la cui conversione all’Islam sconvolge un equilibrio già instabile. Ad incrinare i rapporti non è tanto l’adesione a una nuova fede, quanto la trasformazione fondamentalista della ragazza, che ripudia i valori della società in cui è cresciuta, assoggettandosi a quello che Teo definisce lucidamente come “nuovo fascismo”.
Maria non esiste più: ora si fa chiamare Fatima. E Fatima si fa paladina di nuove e diverse jihad. Lo scopo del suo ritorno non è riabbracciare la famiglia, ma distruggerla: “Sono tornata dal deserto perché il vero deserto è qui, siete voi”. Svergogna così l’omosessualità del fratello. Aggredisce il padre in una scena di estrema violenza, rivelando gli abusi subiti in gioventù. Il piano di distruzione culmina con azioni efferate, che porteranno a una rottura definitiva e a una ricomposizione dell’ordine. Un equilibrio nuovo, insolito e precario, ma reso stabile dalla sincerità dei sentimenti: nessuno cerca più di nascondersi dietro le apparenze, ma tutti accolgono le proprie difficoltà e le condividono.


Vivere con un malato di Alzheimer, il dolore di non essere più riconosciuti da chi si ama, le esperienze in Medio Oriente e la difficoltà di reintegrarsi, i pregiudizi verso l’Islam, il terrorismo, il disagio di essere adolescenti gay. Tanti, tantissimi temi. Forse troppi per un unico spettacolo. Ma la scrittura di Banfo, accompagnata dalla lucida regia di Manuel Renga, procede per flash narrativi che rimandano alla velocità spasmodica del nostro tempo, riuscendo però a illuminare con puntualità le sofferenze del presente.

I salti temporali sono sostenuti da una recitazione intensa, che compatta la storia e la rende scorrevole, tenendo lo spettatore col fiato sospeso, come in cima a un’altalena. Il ritmo singhiozzato della narrazione è bilanciato dall’interessante soluzione di far interpretare a ogni personaggio anche il ruolo di narratore, che recita la didascalia della scena successiva, accorciando i tempi scenici, ma mantenendo intatta la coesione narrativa.
Solo la recitazione della Cardinali risulta un po’ apatica, quasi militaristica. Ma, a ben vedere, è abilmente in grado di interpretare un personaggio “senza anima”, come afferma Carlo. Oltre allo straziante verismo di Accordino, spicca un brevissimo momento della commozione di Teo, un istante fugace, ma vissuto così intensamente da arrivare nello stomaco del pubblico con la forza di un calcio.

La scenografia è essenziale e sfruttata: tre strisce di mappe geografiche trasparenti creano ambienti diversi, che diventano altre stanze. Un tavolo e una lampada ricreano il fulcro del focolare domestico. Da subito si nota la sabbia sparsa in alcuni punti. Progressivamente la scena verrà desertificata, impolverata di sabbia dai passaggi degli attori, così come affiorerà la polvere dei problemi che si cercavano di nascondere sotto un tappeto di apparenze. Non a caso, nel tenero dialogo finale tra padre e figlio, una lieve pioggia di sabbia scenderà dall’alto, a indorare un presente pieno di sofferenza, ma pur sempre fortunato, se vivificato dall’amore.

KOBANE
di Fabio Banfo
con Corrado Accordino, Valentina Cardinali, Silvia Soncini, Daniele Vagnozzi, Vincenzo Zampa
regia Manuel Renga
scene e costumi Aurelio Colombo
produzione TLLT – Teatro Libero Liberi Teatri

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 2’ 35’’

Visto a Milano, Teatro Libero, il 13 maggio 2018
Prima nazionale

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