Kunstenfestivaldesarts. Teatro oltre il teatro – 1^ parte

Jérôme Bel & Theater HORA

Jérôme Bel & Theater HORA (photo: © Constance Neuenschwander)

Finalmente due giorni al Kunstenfestivaldesarts, festival della scena contemporanea che si tiene a Bruxelles, e che era nei miei sogni da anni.
Non è facile scegliere gli spettacoli fra le innumerevoli proposte nei quasi venti differenti spazi teatrali di una città che, per venti giorni (ancora fino al 26 maggio), diventa sì festival ma contando un’infinità di proposte culturali anche durante tutto il resto dell’anno.

Il criterio adottato è stato allora quello di indirizzarmi verso artisti e compagnie che non avevo mai visto all’opera, con un occhio verso forme in un certo senso “estreme” di teatro, che col teatro in senso stretto non hanno (quasi) niente a che fare: eco allora il celeberrimo coreografo belga Jérôme Bel, il maestro francese Claude Regy, la performer italiana Anna Rispoli e la video artista belga Inne Goris.

Alla fine della due giorni, pur nelle moltissime differenze, affiora un filo conduttore che lega i quattro spettacoli: tutti si concentrano e hanno a che fare con le infinite possibilità della voce.
Nello specifico si è trattato della voce incerta e tradotta della compagnia di disabili svizzeri del Theater Hora diretti da Bel; della voce allucinata, straniante e cantilenante dell’attore in scena per Claude Regy; della voce di un edificio ovvero quella immaginata da Anna Rispoli per la scuola di cucina Elishout; e infine della voce soltanto sussurrata di Inne Goris a descrivere i suoi video bambini.
Tante voci diverse che trovano ulteriori forme di rigidità e/o poesia grazie alle lingue con cui vanno in scena: il tedesco, l’inglese, il francese e il fiammingo.

In prima assoluta a Halles de Schaerbeek è andato in scena “Disabled Theater” di Jérôme Bel, spettacolo – in coproduzione col Kunsten – che nasce dall’invito al coreografo belga a dirigere la compagnia di attori disabili del Theater Hora di Zurigo.
Una traduttrice al lato della scena presenta la compagnia (composta da undici attori con diversi tipi di disabilità, dalla sindrome di Down all’assenza di memoria) descrivendo le azioni che Bel ha invitato a fare agli attori, che prontamente eseguono: un minuto di silenzio di fronte al pubblico; dire i propri nome, cognome, età e professione; raccontare la propria disabilità; preparare un assolo su una musica a propria scelta; esprimere un’opinione sulle coreografie appena viste.

Mostrare questi corpi particolari per come sono dà una dignità di attori “contemporanei” agli undici protagonisti in scena; liberare la loro fantasia performativa e incentivare l’esperienza col proprio corpo sicuramente giova. Infine una coproduzione del genere è utile per dare visibilità mondiale (a luglio saranno anche ad Avignone, e scommetto che anche in Italia qualcuno vorrà accaparrarsi lo spettacolo) a una compagnia che altrimenti gira solo la Svizzera e poco più.
L’esperimento è interessante ma troppo ripetitivo e lascia un senso di incompiuto. Dolcezza e compassione diventano sentimenti troppo facili da stimolare, e le pur geniali intuizioni di Bel rischiano così di perdersi.

Meritano una citazione i momenti più interessanti dello spettacolo: la differenza di interpretazione del concetto di “un minuto” (alcuni stanno pochi secondi, forse per timidezza; uno invece non andrebbe più via); tutti e undici i protagonisti si proclamano con fierezza “attori” per professione; le differenze che vediamo nel modo di descrivere disabilità e performance: chi con una parola secca, chi con lunghe frasi sconnesse che la traduttrice prova a farci comprendere in tempo reale. Ma i momenti più esilaranti e intensi sono gli assoli, ognuno accompagnato dall’entusiasmo dei colleghi, seduti dietro sulle sedie disposte a semicerchio, supportati da una canzone scelta da ogni performer (immancabili Michael Jackson e gli Abba), svolti con passione e dedizione (ma molte volte senza equilibrio). Questo per sottolineare come per un attore diversamente abile sia indubbiamente più difficile danzare che recitare, ed in questo sta il valore della creazione di Jérôme Bel.

Claude Régy - Brume de dieu

Claude Régy – Brume de dieu (photo: © Brigitte Enguerand)

Nella piccola sala del Théâtre Les Tanneurs va in scena “Brume de dieu”, del regista francese quasi novantenne Claude Régy, mito nella sua terra natia ma pressoché sconosciuto in Italia.
Nel monologo, tratto da un romanzo dello scrittore norvegese Vesaas Tarjei, si racconta la storia di Mattis, un giovane e ingenuo contadino che parla agli uccelli. Nello specifico lo spettacolo affronta il primo capitolo del libro, in cui il protagonista attraversa un lago in una piccola barca che fa acqua.

Uno spettacolo sfiancante, in cui l’attore Laurent Cazanove interpreta un monologo di un’ora e mezzo con un tono di voce a metà fra cantilena e litania. A questo si uniscono i giochi gutturali nelle ripetizioni della lettera R e un movimento corporeo lento e incerto (come la nave che affonda). Lancinante, estenuante come pochi spettacoli sanno essere, descrive bene l’estetica di Régy: un minimalismo militante e irritante, volto allo scontro col pubblico, nel quale spiccano le eccellenti variazioni di luce nella scena completamente vuota e l’interpretazione straniata dell’attore che, nei suoi lentissimi movimenti, arriva quasi a superare il proscenio per sfidare il pubblico, prima di atterrare in terra per un finale – e non potrebbe essere altrimenti – faticosissimo.

Bilancio del primo giorno non entusiasmante, insomma, ma le sorprese arriveranno l’indomani, quando quello che mi riserverà il Kunsten non sarà (finalmente?) più teatro.
 

 

Krapp is a poor man


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