Kunstenfestivaldesarts. Teatro oltre il teatro – 2^ parte

Retroterra di Anna Rispoli & Edurne Rubio

Retroterra di Anna Rispoli & Edurne Rubio (photo: Bernard Neve)

Una domenica al Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles.
Come già si intuisce dal programma l’appuntamento delle 16 non è teatro ma una visita guidata, fuori dal centro storico e turistico, nel quartiere di Anderlecht.
Al meeting point ci danno un lettore mp3 con tanto di cuffie. Partiremo a gruppi dopo qualche minuto.

Il progetto site specific “Retroterra”, coprodotto dal festival e realizzato dall’italiana Anna Rispoli del collettivo Zimmerfrei insieme a Edurne Rubio, propone un punto di vista diverso dell’opera teatrale, immaginando un palazzo (nello specifico l’avveniristica torre Elishout, sede di una scuola di cucina) che racconta la sua storia a un gruppo di osservatori che si trovano catapultati in un contesto tanto periferico (e fuori anche dai giri cool del festival) quanto interessante da analizzare dal punto di vista sociologico e urbanistico.

La torre ci racconta la sua vita, ci descrive i suoi vicini (tra cui un altro palazzo molto alto preesistente, un campo da calcio, l’Ikea, la sede della Coca Cola) e si confessa con noi rivelandoci come si senta sola in mezzo ai campi (il progetto prevede un intero quartiere che non è mai stato realizzato).
Mentre ascoltiamo, condotti da una guida muta, facciamo una passeggiata prima verso la torre, poi all’interno di essa: passiamo da un parco pieno di simpatici conigli che saltellano, ci addentriamo in un paesaggio surreale a metà fra la campagna e la città ma dove la “bruxellisation” non è ancora arrivata, e gli unici schiamazzi (è domenica) sono quelli che vengono dal campo di calcio antistante.

La voce della speaker che interpreta Elishout è contornata da un lavoro sonoro molto accurato, anche se forse un po’ ridondante: tutto è enfatizzato, dai rumori delle macchine del ring accanto alla torre, alle grida al campo da calcio. Più di una volta mi giro ingannato dalla qualità di questi mille rumori, che contribuiscono a creare una situazione irreale.

Non mancano i momenti performativi: giovani cuochi affiorano durante la visita alla scuola; troveremo la cucina piena di futuri chef al lavoro; ci verrà servito nel fantastico roof top finale, con vista mozzafiato da tutti e quattro i lati, dell’ottimo vino.
Mentre sul campo incolto accanto alla torre un signore intento a tagliare l’erba ci saluta (faceva parte della performance o no?), grazie ai suggerimenti di mademoiselle Elishout restiamo stupiti davanti (e dentro) a una forma tanto strana per una scuola di cucina.
 

Complessivamente è una performance unica davvero. Spaesamento e complicità ci accompagnano nel tour. L’operazione ha un approccio molto interessante: è lo spettatore che diventa performer, attraverso la vista e l’ascolto, unendo la curiosità dei suoi occhi che guardano oltre la torre – quasi esclusivamente costruita a vetri – al racconto fantastico. Ognuno riesce a costruire la propria storia, che può essere critica verso i modelli di sviluppo urbano della città oppure semplicemnete ludica.

“Retroterra” è una performance dove il pubblico attivo invade la città e, conoscendola, se ne riappropria, trovando anche il tempo di scambiare due parole col vicino mentre sale le scale; l’evento teatrale serve da contorno a un momento partecipativo intenso e emozionante (la voce di Elishour è sexy e tenera). In questo agire, in questo guardare oltre il vetro, verso Bruxelles o rincorrendo una chiatta sul canale o cercando una vettura nel parcheggio dell’Ikea sta, secondo chi scrive, il futuro del teatro.

Purtroppo non riesco a godermi la parte conviviale finale, tracanno un bicchiere di vino al volo abbracciato dalla vista del quattordicesimo piano di Elishout prima di scappare dall’altra parte di Bruxelles per l’ultimo spettacolo.

Hoog Gras

Hoog Gras

Arrivo trafelato al KVS per assistere a “Hoog Gras” della videoartista belga Inne Goris. Anche qui di teatro c’è ben poco: 81 sedie per altrettanti spettatori, ognuno equidistante dagli altri a formare nove quadrati delimitati da una riga di telo/stoffa a terra; i nove piccoli quadrati ne formano uno grande, ai quattro lati del quale ci sono altrettanti schermi verticali, moderne pale d’altare.

Buio pesto e silenzio di tomba. Attraverso un notevole impianto sonoro sentiamo la voce di Inne sussurare parole in fiammingo.
Essendo arrivato praticamente per ultimo non ho la cuffia con la traduzione simultanea in francese, non capisco nulla ma non per questo non mi godo la performance: il giorno dopo mi leggerò il testo inquietante e poetico.

Come punto di partenza l’installazione prende le storie contemporanee di bambini soldato, storie che hanno permesso alla regista di esaminare la linea sottile tra l’essere vittima e l’essere carnefice.
Attraverso quattro video, a volte con la stessa immagine coordinata, altre volte con vari punti di vista della stessa scena, Inne Goris ci fa guardare il nostro lato oscuro, esaminando il punto di svolta che porta l’individuo – e il bambino – a commettere le atrocità più terribili. Ecco allora un bimbo biondo cattivissimo che uccide più volte la stessa Goris, vestita da sposa e da soldato.

È un corpo di artista in prima linea che prende un punto di vista deciso e politico ma riesce a sviscerarlo con fare artistico: i video – molte volte rallentati alla Bill Viola – sono di qualità ottima, affascinanti, ci cullano e ci affogano ripetutamente. Le sonorità sono ancora meglio: spaesanti, strazianti, angoscianti come non mai, e noi 81 spettatori equidistanti ci sentiamo un po’ come in una Guantanamo teatrale. Ma c’è di più, ed è il tocco spettacolare dell’installazione: i teli che delimitano i nove quadrati si alzano progressivamente verso il cielo, dandoci il buio completo da dove i video diventano solo accennati; per finire con un apocalisse di luce quando i teli si alzeranno ancora, facendo entrare dal basso il bagliore dei video dentro di noi a violare la nostra intimità.
Per chi volesse vederlo, lo spettacolo sarà al Noorderzon Performing Arts Festival di Groningen (Olanda) il 17-19 e 22-24 agosto.

Poco, pochissimo teatro in questa domenica al Kunsten, ma lavori decisamente più interessanti sia per qualità che per innovazione. Tanto da far pensare che il teatro debba necessariamente trovare nuove forme per sopravvivere.
 

 

Krapp is a poor man


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