La nostra generazione? Deve dire di no. Intervista a La Ballata dei Lenna / 2

REALITalY (photo: Bruno Calza)
REALITalY (photo: Bruno Calza)

Continuiamo oggi la lunga chiacchierata con La Ballata dei Lenna (il nome è un omaggio alla via in cui i tre ragazzi hanno abitato a Udine, mentre studiavamo all’accademia d’arte drammatica Nico Pepe) per conoscerne meglio aspirazioni e poetica, ma anche le problematiche che le giovani compagnie si trovano ad affrontare.
Nella precedente puntata (che potete leggere QUI) abbiamo parlato di maestri e della loro importanza, soprattutto in un’epoca come quella attuale, che sembra non avere il tempo per una trasmissione “ancestrale” del sapere. Ripartiamo oggi da qui.

Che spettacoli avete particolarmente amato?
Tanti e diversi. Per citarne alcuni in ordine sparso: “Obludarium” dei Fratelli Forman, “Lehman Trilogy” di Luca Ronconi, “MDLSX” dei Motus, “Amleto” di Michele Sinisi, “Mpalermu” di Emma Dante, “Metamorfosi” di Roberto Latini, “Idiotas” di Eimuntas Nekrosius, “Il Tiglio, foto di famiglia senza madre” di Massimiliano Speziani, “Socrate il sopravvissuto” di Anagoor,  “Ti regalo la mia morte, Veronika” e “Santa Estasi” di Antonio Latella, “Ceci n’est pas…” di Dries Verhoeven, “Tragedia Endogonidia” di Romeo Castellucci, “War and peace” di Gob Squad, “Vollmond” di Pina Baush

Quali sono, secondo voi, le urgenze (termine di cui si è perfino abusato) che il teatro deve mettere in scena?
E’ difficile dire di quali urgenze il teatro debba occuparsi, e soprattutto come e con quali codici debba farlo.
Viviamo in un tempo in cui siamo quotidianamente in uno stato di urgenza, o almeno è così che vogliono farci credere. La disparità sociale, le tensioni politiche, i flussi migratori, le appartenenze di culto, le rivendicazioni di genere – solo per citare alcune tematiche – ci pongono quotidianamente in uno stato di allerta. In una strana sensazione da codice rosso. E tutte queste informazioni sono facilmente consultabili e a portata di tasca, quindi la mia informazione non necessita di grandi ricerche.
L’attualità è argomento da salotto e materiale di conversazione, e il pubblico, protagonista di questa società dell’informazione, ha l’impressione di agire su di essa in modo assolutamente artificiale. Pubblicando foto, condividendo opinioni, alzando un dito virtuale per prendere la parola, diminuendo la propria capacità di ascolto, e aumentando il desiderio di interattività e protagonismo.
E sembra che, nella maggior parte dei casi, un’arte come il teatro, per essere appetibile, non possa rischiare di essere impegnata ma debba spingersi in cose divertentissime, sconvolgenti ed estremamente superficiali. Condannate alla superficialità dal tentativo di competere con una cultura di massa mediatica e virtuale, la cui parodia di sé stessa e di ogni valore già esaurisce ogni possibilità di confronto. E’ chiaro che con queste carte la partita è persa in partenza.

E voi di cosa sentite l’urgenza?
Sentiamo l’urgenza di non ingannare, di non accontentarci, di testimoniare, di prenderci delle responsabilità, con un’applicazione rigorosa degli strumenti di cui disponiamo. Non rinunciare al rigore, ricordandoci anche che la creazione artistica prevede l’abbandono all’innocenza del gioco. Che può sembrare un po’ un lusso di questi tempi, in un momento così ricco di inquietudini e paure, che ci fa sembrare una colpa sollevare gli occhi dal basso, dal pratico, dal quotidiano.
E’ un lavoro di fino quello che il teatro ha l’obbligo di fare. E’ andarsi ad infiltrare negli animi e scomodare la passività odierna. E’ pretendere uno sforzo e assicurare di poter ripagare quella fatica con un’emozione, con una risata, con una riflessione, con una possibilità di identificazione.
A noi questa sembra una ricompensa non da poco.

Come vede il mondo la vostra generazione?
Agli occhi della nostra generazione il mondo intero sembra ormai presentarsi come “familiare”, ma quello che consideriamo “familiare” è perlopiù qualcosa di mediato e illusorio. E dunque, diversamente dal passato, è proprio a questo dovere che oggi il teatro dovrebbe assolvere per distinguersi e consacrare una unicità nell’offerta: non più rendere familiare ciò che è strano, ma tornare a rendere strano ciò che ci sembra familiare. E’ un chirurgico lavoro sulle coscienze. Come un risveglio. Dove l’approssimazione è tassativamente bandita.
Noi crediamo che il teatro debba necessariamente riuscire ad esercitare il suo sguardo negli aspetti meno di tendenza della vita umana di tutti i giorni, quegli aspetti che ci fanno essere tutti uguali, tutti inermi e sconfitti allo stesso modo, tutti simili nelle paure e nelle routine, tutti aspiranti di un qualche desiderio. E lì, in quel bestiario di sconfitte e speranze, trovare l’umano. Riscoprirci uomini. Capaci di ridere, piangere e vibrare davanti a qualcosa che oltrepassa il reale.
Questo fa sì che la «cultura alta» si presenti come un viaggio scomodo e pieno di scossoni per coloro che ci si imbarcano. L’intrattenimento commerciale, no, quello smussa tutti gli spigoli, è consolatorio, familiare, sostanzialmente un anestetico che ci trasforma subito in spettatori passivi. Portando all’evidente soppressione di una coscienza mediatrice dotata di intenti propri. E così noi tutti possiamo avere un facsimile di relazione, senza la fatica di una relazione vera.
Ecco, il teatro deve cercare di fare esattamente il contrario e acutizzare nello spettatore la sensazione che ciò che gli arriva è mediato da una coscienza umana, animata da una serie di intenti che non per forza coincidono con i suoi. Lo spettatore deve essere consapevole che questo processo è un legame fra la coscienza dell’artista e la sua, e che per far sì che assomigli a una vera e piena relazione umana è costretto a ingaggiare un confronto con la voce che gli presenta il contenuto del lavoro che sta vedendo. E d’altra parte tutta l’attenzione, l’impegno, lo sforzo e anche la contemplazione che l’artista richiede devono necessariamente andare a vantaggio dello spettatore: quando lo spettatore esce dalla vera opera d’arte deve pesare di più di quando ci è entrato e sentirsi per sempre diverso da come era prima. Anche in un dettaglio.

Magari lo fosse… La realtà è spesso altra.
La grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre sta proprio nell’urgenza da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama invece di quella che vuole essere amata.
Un’opera valida nasce da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo fino a rischiare di apparire banali, melodrammatici, naïf, fuori moda o stupidi, e di chiedere allo spettatore di provare davvero qualcosa di forte. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare in qualche modo il cuore di chi è seduto lì davanti a te. E lo sforzo di farlo davvero, non di parlarne soltanto, richiede una grande consapevolezza, un grande coraggio, una grande responsabilità, un saldo entusiasmo e un buona dose di ironia.
Magari è tutto qui, semplicemente.

Quali sono le maggiori difficoltà che riscontrate nel vostro lavoro?
Le difficoltà di un lavoratore dello spettacolo sono innumerevoli, e non si riuscirebbe qui a svilupparle e affrontarle tutte. Ci sono difficoltà culturali, politiche, legislative, economiche, burocratiche, distributive, disparità remunerative, precarietà, mancanza di fiducia, di mezzi e di risorse. Eppure, nonostante tutto, si tira il carro.

A colpo d’occhio sembra essere una questione culturale.
Durante la spedizione degli ateniesi in Sicilia, i siracusani chiedevano ai prigionieri ateniesi, prima di giustiziarli, se sapevano recitare a memoria un verso di Eschilo, e quelli che ci riuscivano rimanevano in vita; non è che diventassero milionari, restavano schiavi, ma erano ancora vivi. Da quell’epoca in cui si salvavano esseri umani ad oggi è cambiato qualcosa.
Certamente il teatro non accompagna più in modo così importante la vita quotidiana della maggior parte dei cittadini, non è più popolare, non fa parte del bagaglio del sapere comune, ma è sempre più relegato ad una élitè che si fa via via più ristretta.
Se c’è stato un tempo (neanche molto lontano) in cui anche i ceti popolari conoscevano o avevano sentito nominare un dato drammaturgo o una data opera, adesso si è andato mano a mano perdendo l’interesse non tanto del singolo cittadino, ma in generale della cultura di massa.

Di chi è la colpa?
A nostro avviso molta responsabilità si deve in parte al settore educativo, che sempre di più è carente di proposte di avvicinamento e partecipazione agli eventi culturali. Nelle scuole, a parte rare eccezioni, il teatro si riduce spesso ad una gita che non riesce a catturare l’attenzione dei giovani. E non va meglio negli atenei, dove si vive spesso uno scollamento fra il teatro che si studia sui libri e quello che si pratica sulla scena. Con il rischio che l’università perda la sua caratteristica di fucina di un pensiero critico, non formando più giovani intellettuali preparati capaci di saper leggere la scena contemporanea ed esercitando su di essa un punto di vista personale in grado di seguire le trasformazioni e sostenere le nuove tendenze.

Ma le difficoltà sono causate anche da scelte politiche.
E’ chiaro che questo generale impoverimento è stato voluto anche da scelte politiche che, giustificate dalla tanto conclamata crisi, hanno deciso di privilegiare alcuni settori a discapito di altri. Il coinvolgimento delle forze di Governo nei confronti del settore culturale e, ancor di più, in quello teatrale si è notevolmente indebolito, questo si sa.
Parliamo tanto di innovazione, di nuove generazioni, di novità nei linguaggi, ma è chiaro che nessuna strategia di rinnovamento (rivolta alla scena o allo spettatore) è in grado di decollare senza sovvenzioni adeguate o con sovvenzioni mal distribuite, senza il vero desiderio di investire nel teatro come necessità, come atto politico, senza un pubblico che abbia i mezzi e sia disposto a seguirlo davvero questo tanto caldeggiato rinnovamento. Ma ancora ricadiamo nel risaputo…
Il problema vero è che a forza di sentirle certe cose ci siamo abituati. Qualche volta addirittura rassegnati. Figuriamoci, la nostra generazione ha proprio cominciato nel bel mezzo di questa solfa.
La mancanza di sostegno ha generato col tempo meccanismi sempre più cagionevoli, diffondendo subdolamente il morbo della paura da un lato e l’incondizionato spirito di sacrificio dall’altro.
La paura ci ha fregati tutti.

La paura?
Siamo letteralmente in un’epoca di paure, reali o recitate, fa poca differenza. E per lo stesso motivo per cui inneggiamo al nuovo, si preferisce di gran lunga essere rassicurati dal vecchio. Il classico, diciamolo, in quanto riconoscibile, conforta, cura, meglio se poco rivisitato. Non ce la sentiamo di rischiare, non tutti almeno. Non siamo pronti.
E diventa difficile, se sei giovane e hai scelto di fare drammaturgia contemporanea, ad esempio, trovare una solida collocazione all’interno di un sistema che ha paura di rigenerare le platee e fa fatica a legittimare e valorizzare le specificità. Sembra proprio che non ci sia posto per tutti.


Quali sono invece le difficoltà pratiche?

Le tournée lunghe (non quelle di tre date ogni tre mesi, una a Trento, l’altra a Napoli, l’altra a Montecarlo di Lucca), così come le sale strapiene, sono diventate lussi che cediamo ai soliti nomi e ai soliti titoli.
E qui apriamo una parentesi. E’ bene sapere che una giovane compagnia che produce i suoi spettacoli, li scrive, li interpreta, li dirige e li vende con lo stesso amore con cui li realizza; che svolge attività di formazione; che compila bandi che manco un progettista di professione; che si inventa progetti sul territorio; che intrattiene relazioni, scrive, telefona e rompe le scatole finché non riesce ad ottenere l’appuntamento con tale o talaltro direttore (anche a 600 km di distanza); che è chiamata in gran parte delle situazioni, piccole o grandi che siano, a “invitare” pubblico e smuovere masse, anche in quelle città dove non conosce un cane di nessuno, e addossarsi il lavoro da p.r. per non rischiare la sera di far cadere le battute nel vuoto.
Il lavoro sul territorio è davvero uno dei lavori più faticosi ma fondamentali, e c’è una certa confusione su chi debba assumersi questa responsabilità, specie quando tal direttore artistico o tale compagnia vive a 200 km dal teatro che gestisce.
Diciamo pure che le opportunità di visibilità sono sempre meno. E trovarsi nella città giusta, all’interno del teatro giusto, con una platea – piena o non piena sembra diventato un dettaglio – che almeno ospiti quei due o tre operatori giusti, nel momento giusto, in condizioni professionali lasciamo perdere giuste, ma almeno dignitose… è davvero una congiunzione astrale.
E se non ti vedono, non ti conoscono e se non ti conoscono come fanno a fidarsi e se non si fidano non scommettono e se non c’è scommessa, come potrà mai realizzarsi il cambiamento?
Detto questo, ti può anche andare bene, se sei nell’anno o biennio buono – in cui magari hai vinto qualche premio, o hai azzeccato la frequenza modaiola, o ti sei, anche per caso, agganciato al gancio giusto – in quell’anno o biennio ti fai tutti gli spazi possibili che hanno deciso di investire nel contemporaneo, o hanno affiancato la nuova drammaturgia alla stagione “ufficiale”, in rassegne che per tranquillizzare tutti tengono ben distinti l’off dall’in con tanto di sigla e riquadro a parte. E magari l’anno dopo qualcuno decide anche di produrti. Magari.
Ma arrivando all’incondizionato spirito di sacrificio di cui dicevamo sopra, c’è da sottolineare che una buona parte delle difficoltà del nostro mestiere sono incentivate da una certa generazione di mestieranti, dove con certa ci avviciniamo sempre più alla nostra, che pur di farlo il teatro si immola a vittima del sistema e accetta condizioni che stanno trascinando sempre più in basso la soglia di dignità della professione. Ed è bene che anche noi ci assumiamo le nostre responsabilità e troviamo la forza di dire no qualche volta.
Il teatro è il gioco più importante del mondo dove darsi delle regole è davvero la possibilità per fare di più.

Del resto la gavetta è parte del mestiere, non solo di quello teatrale…
Dobbiamo passarci tutti dalla gavetta, certo, ma qui pare che la gavetta ce la trasciniamo volutamente ben oltre le previsioni. Un po’ parandosi dietro alle difficoltà storico-economiche in cui riversa il mondo professionale tutto, un po’ approfittando della fame generale (dove ad ogni singolo artista che rifiuta ce ne sono almeno altri quattrocento che accettano), buona parte delle proposte remunerative non ambiscono minimamente a diventare dignitose. Perché del resto dovrebbero?
Questo naufragare tra le ingiustizie e le iniquità, paradossalmente, non fa che renderci tremendamente soli, invece di unirci, quantomeno nelle coscienze.

Allora perché continuate a far teatro?
Perché fare teatro in questa nazione, e decidere di continuare a farlo nonostante tutto, è davvero un meraviglioso atto di resistenza, una testimonianza, una presa forte di responsabilità, una quotidiana rivolta. E noi siamo convinti si possa fare.
Ma a volte pare non basti, e allora a tutti quelli che ci ripetono: “Perché voi giovani non fate una rivoluzione?” vorremmo rispondere traslando al teatro la riflessione che un grande autore, ultimamente a noi molto vicino, faceva sui futuri ribelli letterari [che rimandiamo alla fine dell’intervista, ndr].

A tal proposito, c’è anche chi prova ad investire sui giovani. Voi stessi ne siete testimonianza.
Sì. In questi mesi siamo immersi nella realizzazione del nostro prossimo spettacolo, che debutterà a giugno al Festival delle Colline Torinesi, una realtà che ha davvero di deciso di scommettere su di noi.
Il lavoro è risultato di un progetto di ricerca sulla noia nella società contemporanea, nato dallo studio del romanzo “Il re pallido” dell’autore americano David Foster Wallace.

«I veri futuri ribelli letterari in questo paese potrebbero benissimo emergere come uno strano gruppo di antiribelli, guardoni nati che in qualche modo osano rifiutare il ruolo di spettatori ironici e che abbiano l’infantile faccia tosta di essere sostenitori rappresentanti di una serie di principi privi di doppi sensi. Che semplicemente si occupino dei problemi e delle emozioni poco trendy della vita quotidiana con rispetto e convinzione. Che rifuggano dall’artificiosità, da quella forma di stanchezza annoiata che fa molto in. Questi antiribelli sarebbero fuori moda, sarebbero sorpassati, chiaramente, ancora prima dell’inizio. Morti in partenza. Troppo sinceri. Palesemente repressi. Retrogradi, antiquati, ingenui, anacronistici. Forse è proprio questo il punto, forse è per questo che saranno i veri ribelli del futuro. Perché i veri ribelli, per quanto ne so, sono pronti alla disapprovazione. […] I nuovi ribelli potrebbero essere artisti pronti a rischiare lo sbadiglio, gli occhi al cielo, il sorriso di sufficienza, le strizzatine d’occhio, la parodia dei fini umoristi, i “Dio quanto è banale”. A rischiare di essere accusati di sentimentalismo, di melodrammaticità. Di eccessiva sprovvedutezza. Di debolezza. Di essere ben disposti a farsi fregare da un mondo di spioni e guardoni che temono lo sguardo e il ridicolo altrui più di una condanna ai lavori forzati. Chissà. Oggi gli scrittori giovani più impegnati sembrano davvero arrivati a una specie di ultimo estremo capolinea. Immagino che ciò significhi che dobbiamo tutti trarre le nostre conclusioni. Che siamo costretti a farlo. Non fate i saldi di gioia?»
David Foster Wallace, “Tennis, tv trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)”, 1999.

 

Krapp is a poor man


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