La Bâtie 2015: grandi nomi ma poco coraggio

Dämonen di Thomas Ostermeier (photo: Arno Declair)
Dämonen di Thomas Ostermeier (photo: Arno Declair)

Dämonen di Thomas Ostermeier (photo: Arno Declair)

L’anno scorso l’artista svizzero Milo Rau aveva avuto il merito, durante il festival di Ginevra La Bâtie, di infuocare il dibattito intorno a temi di grande attualità, raccontando il genocidio in Ruanda e il ruolo che aveva avuto la radio, dunque un mezzo di comunicazione, nel fomentare l’odio.

Quest’anno al festival di teatro, danza e musica più importante della Svizzera romanda, giunto alla sua 39^ edizione, si è sentita soprattutto l’“assenza” dell’ospite d’onore, l’artista franco-austriaca Gisèle Vienne.
Vienne, presente al festival con “This is how you will disappear” e “The ventriloquist convention” (in collaborazione con Dennis Cooper e il Puppentheater Halle), non è riuscita infatti a lasciare una traccia convincente di sé.

In “This is how you will disappear” l’artista ricostruisce sulla scena una bellissima foresta sonora che muta col passare delle ore, dei cambiamenti climatici e della luce.
Ma al di là delle suggestioni create grazie alla curatissima (e costosa) scenografia, per il resto il racconto ha un linguaggio povero e violento, assai simile a quello utilizzato in alcune trasmissioni televisive, un linguaggio di cui a teatro faremmo volentieri a meno.

“The ventriloquist convention”, invece, se da un lato ha il pregio di far conoscere al pubblico festivaliero diversi ventriloqui di tutto il mondo riuniti per l’occasione, dall’altro non ha la forza di equilibrare momenti comici – tanti e simpatici – a quelli drammatici – pochi e spesso stucchevoli -, così che il risultato pare un lavoro monco e vuoto.

Altra protagonista della prima settimana del festival è stata Angélica Liddell con “Prima lettera di San Paolo ai Corinzi” (di cui ieri su Klp avete letto la recensione alla prima italiana a Vicenza) e “Esta breve tragedia de la carne”. In realtà l’artista spagnola era già stata invitata nel marzo scorso al Vidy di Losanna, dove il primo spettacolo aveva debuttato, e dunque non era proprio una novità per gli appassionati di teatro del lago Lemano.
Angélica Liddell è stata ben accolta dal pubblico ginevrino, incantato certamente dalla sua grande capacità di tenere la scena (davvero intensa la sua interpretazione) e dal tema proposto: l’amore assoluto, l’amore carnale, trattato con passionalità e in tutte le sue sfaccettature.
Hanno diviso gli spettatori, invece, alcune soluzioni sceniche puntate piuttosto a provocare: è il caso della violazione del corpo e del suo dissanguarsi in “Prima lettera di San Paolo ai Corinzi”, in un crescendo che sviscera sì le passioni ma col rischio di svuotarle.

This is how you will disappear di Gisèle Vienne (photo: Seldon Hunt)

This is how you will disappear di Gisèle Vienne (photo: Seldon Hunt)

A chiusura di una prima settimana che non ha convinto del tutto è arrivato “Sound of Music”, dell’artista svizzero Yan Duyvendak.
Il suo è un musical ammiccante e tutto paillettes, all’apparenza uno spettacolo impegnato politicamente e rivelatore di notizie fino a quel momento sconosciute ai più; in sostanza, sebbene in scena ci siano l’energia e l’allegria di ben 50 danzatori tra professionisti e non, il risultato è quello di una danza superficiale e pretenziosa.

A due grandi registi, assai diversi fra loro, è stato affidato il compito di risollevare la seconda settimana di una edizione che, rispetto al passato, è apparsa meno coraggiosa: l’acclamato regista tedesco Thomas Ostermeier e l’iraniano Amir Reza Koohestani.
Ostermeier ha presentato “Dâmonen”, una creazione del 2010 tratta dal testo dello scrittore svedese Lars Norén, che ha letteralmente incantato il pubblico ginevrino.

Dentro a un moderno appartamento assistiamo ai feroci litigi di una coppia in crisi, Frank e Katarina (interpretati straordinariamente da Lars Eidinger e Cathlen Gawlich), e ai loro dialoghi serrati e intensissimi. La coppia ha la forza di condurre alla deriva perfino dei vicini di casa apparentemente ingenui e innocenti, presi come sono dall’accudire i loro figli piccoli.
In un crescendo di pathos (che ha il solo neo di essere un po’ troppo “urlato” sul finire, laddove il testo mostra alcune fragilità ed è meno originale), la regia di Ostermeier si dimostra ancora una volta attentissima ai particolari, esaltati da una scenografia avvolgente.
Ostermeier sa osare e divertire senza mai eccedere, regalando al pubblico una storia drammaticamente vera basata sulle umane meschinità.

Amir Reza Koohestani (che già avevamo conosciuto in “Timeloss”), con “Hearing” riesce a raccontare una bella storia con toni delicati ma incalzanti.
La notte di Capodanno una collegiale fa entrare un uomo nella sua stanza, cosa severamente vietata in Iran. Le altre ragazze se ne accorgono, e la notizia corre in fretta. Cosa fare? Rischiare l’espulsione ammettendo il fatto o inventare una menzogna?
Due amiche devono decidere cosa raccontare al comitato che regola la vita del collegio ma anche alla loro diretta responsabile, anch’essa una studentessa.
In una scena spoglia e oscura, ne nascerà una discussione vivacissima, in cui le bravissime quattro attrici sono impegnate in una ricostruzione dei fatti che procede, come è solito per Koohestani, con svariati balzi temporali tra presente, passato e futuro, arricchendo di mistero lo spettacolo.
Rispetto a “Timeloss” ci sembra che in “Hearing” il regista riesca a raccontare meglio l’Iran contemporaneo e a denunciarne il sistema scolastico, con la cautela necessaria per superare il giudizio del comitato di censura iracheno sul suo lavoro.

Per quanto riguarda la danza è stata una piacevole scoperta “4&5” della compagnia indipendente cinese Tao Dance Theatre. Le coreografie di Tao Ye, coadiuvate dalle musiche di Xiao He e dalla straordinaria bravura dei danzatori (resi uguali da maschere e costumi identici nella prima parte, e da un costume aderente e teste rasate nella seconda), danno vita ad una performance in continuo movimento, è il caso di dirlo, con un esercizio persistente di pirouette rigoroso e sincronizzato che ha dell’incredibile.

E’ piaciuto anche “Vacuum/Neons” del coreografo svizzero Philippe Saire.
“Vacuum” è infatti una performance che ammalia: il corpo a corpo di Philippe Chosson e Pep Garrigues, nell’oscurità appena rischiarata da neon, è suggestivo. Un crescendo di intensità e di movimento che viene ben accompagnato dalle creazioni sonore di Stéphane Vecchione.

Per finire altri due spettacoli meritano di essere citati: il primo è “Ottof”, della regista marocchina Bouchra Ouizguen.
Lo spettacolo, sebbene a tratti ancora non perfettamente maturo, ha in sé qualcosa di liberatorio, di straordinariamente semplice e forte, e questo grazie alla bella interpretazione delle quattro donne in scena, donne del popolo, nonne e oggi pure artiste, con le quali Ouizguen lavora ormai da circa otto anni.
L’espressività di queste interpreti è naturale, è racconto di per sé: sanno trasmettere una tradizione culturale, un esser donne del Marocco attraverso lo sguardo, il corpo e la voglia di danzare con ironia al ritmo della musica. «La forza di Ottof è il legame che c’è tra queste donne, è la nostra relazione» afferma la regista nel corso di un incontro, e questa spontaneità, che non si ritrova nell’ingresso in scena della regista stessa, è la bellezza della performance.

Il secondo spettacolo che vogliamo ricordare è quello di Jérôme Richer, “Nous sommes tous des pornstars”.
L’artista francese, da anni residente in Svizzera, ha la capacità di parlare del mercato del porno senza mai essere volgare o superficiale. Richer vuole affrontare ciò di cui non si parla mai, l’unico mercato che forse non ha risentito della crisi.
Ecco allora che tre pornostar famose raccontano la loro vita, interpretate in scena con sobrietà e umanità da tre attrici, Fanny Brunet, Martine Corbat e Katy Hernan, che spiegano il motivo per cui hanno deciso di fare questo lavoro e le difficoltà che hanno incontrato il giorno che hanno dovuto dire – e con quanta ironia! -, a parenti e amici che lavoro facessero.

Nous sommes tous des pornstars di Jérôme Richer (photo: Isabelle Meister)

Nous sommes tous des pornstars di Jérôme Richer (photo: Isabelle Meister)

Senza tralasciare la violenza fisica e psicologica che si nasconde dietro ogni ripresa, Richer si chiede perché piace tanto la sodomia, perché si guarda tanto ma non si parla mai della pornografia e cosa si nasconde in questo mondo. Abbattuti i muri dell’ipocrisia e dei pregiudizi, il regista offre una visione diversa del porno con intelligenza e ironia, risparmiandoci lezioni di moralità.

Per l’edizione numero 40 de La Bâtie non si prevede una programmazione speciale, o almeno così anticipa la direttrice Alya Stürenburg Rossi: «Non amo gli anniversari» tiene a precisare. L’appuntamento sarà, a Ginevra e dintorni, dal 2 al 17 settembre 2016.

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