La capitale del dolore: Sinisi nella sfida con Godard

La capitale del dolore

La capitale del dolore (photo: Salvatore Insana)

Antonio Sinisi si è messo coraggiosamente di fronte ad una sfida ardua: usare il dolore della disumanizzazione – la sua risentita, amara, cognizione – come capitale umano e scenico, abusarlo come linguaggio della (mancata) comunicazione, denunciare sul corpo frammentato dello spettacolo quanto abbiamo perso della nostra socialità, mai presenti e sempre nell’apres-coup, nel rimaneggiamento a posteriori dell’incomprensibile esperienza del vivere.

Sinisi parte dalla linea narrativa di Alphaville di Jean-Luc Godard (“Agente Lemmy Caution: missione Alphaville”, un film di genere fantastico del ’65 in cui Alphaville è una città del futuro di un’altra galassia in cui tutto è diretto da Alpha 60, un computer che ha messo al bando i sentimenti).
Omaggiando nell’ambiguo titolo Paul Eluard, Sinisi adopera oggetti di riuso come unici elementi scenografici, sottraendo la scena da immagini e suoni (ovvero quel mondo “pop” che in parte ha reso dirompente il lavoro di Godard stesso negli anni ’60): l’attenzione si concentra così sui due attori – l’agente Ed Marfan (Simone Di Pascasio) e la donna geisha/replicante Susi Susha (Elisa Turco Liveri) – e sulle loro figure-maschere in azione (in occupazione, suggerisce il regista) all’interno di uno spazio sgombro di riferimenti.

Applicando il metodo godardiano del montaggio di materiali eterogenei (ricombinando tra loro Wilcock, Sanguineti, Godard, Beckett, Pinter, Bridgitte Fontaine), e suggerendo spettri tra il kafkiano e l’orwelliano in furioso tentativo di fuoriuscire dal senno diegetico, lo scheletro della narrazione poggia su un astratto assassinio: la morta è la conversazione, cadavere eccellente d’un delitto collettivo, miopia egoistica di generazioni e generazioni conquistate dall’idolatria dello stare in cuffia.

Nella solitudine dello stare in coppia, in tutto il loro districarsi tra il più e il meno e il poco altro che ci si può dire e disdire oramai, è evidente il dolore di mancarsi, di non potersi avvicinare, di non avere i modi né le parole per farlo. L’inchiesta assurda che Ed Marfan porta avanti vira proprio sul rintracciare la ricercata speciale, la conversazione, la sua assassina.

In un ostentato spiazzamento nato dalla mancanza di sostegni che aiutino il ritmo, con tutta la difficoltà di bastare a sé stessi, non ricevendo aiuti dall’esterno, “La capitale del dolore” diventa un banco di prova attorale: trasformare teatralmente un testo di tale portata, cantare a cappella, muoversi in uno spazio quasi vuoto, non potersi nascondere più di tanto dietro una storia scarnificata, sono armi che possono ferire a morte: così da un lato ci si imbatte nell’attrazione del corpo mastodontico e deformante di Simone Di Pascasio, possente nella sua fragilità, dalla vocina titubante, dall’eloquio sottotono, un’incertezza che corteggia la parodia, sconfinando nel più vero disagio d’approcciar non brillante questo mondo e/o ogni altro. Agli antipodi l’inarrestabile macchina malata di tenerezza, incarnata da Elisa Turco Liveri, contraltare nervoso e disarticolato all’ignavia del primo, esemplare interprete dello spirito più beckettiano e feroce dell’opera (si veda la sua travolgente “esecuzione” di “Non Io” prima del finale).

Se l’intento è “bombardare l’ordine logico”, ciò avviene soprattutto quando decade completamente il dialogo, nei momenti in cui i corpi-attori riescono a superare un certo didascalismo verbale, fuoriescono dal già residuale plot per mostrarsi nella loro tragica coazione a ripetere: lui che, oscillante, afferra il vuoto con le sue mani; lei che continua a “disadattare” il suo corpo e la sua voce nello spazio, fino all’afasia beckettiana, rifiuto definitivo dell’Io e approdo nel flusso a corto di soggetto.

“Ormai ci dimentichiamo di incontrarci”, confessa Antonio Sinisi, e questo vale tanto nella dialettica tra le figure sceniche quanto, per estensione, anche nel rapporto tra l’opera e il suo fruitore: quante volte il teatro non va oltre l’esecuzione dell’ordine di intrattenere sconosciuti?

La difficoltà è ovviamente sempre e ancora “realizzare”, e non solo dichiarare di non voler più fare quello che si sta facendo. Condannare a morte la rappresentazione non è la stessa cosa che ucciderla.
Il rischio è quello che faceva notare Carmelo Bene a proposito dello stesso Godard: passare più o meno consapevolmente dall’attenzione alla forma a quella per i contenuti, ovvero dall’incanto rivoluzionario di chi ha un’idea di cinema alla deriva troppo dichiaratamente politica di fare un cinema di idee.

La capitale del dolore

con: Elisa Turco Liveri e Simone Di Pascasio
scene e costumi: Maria Giovanna Spedicati
collaborazione ai movimenti scenici: Antonella Massimini
disegno luci: Alessandro Sclavo
foto di scena: Riccardo Floris
ufficio stampa: Giusi Palomba
messa in scena: Antonio Sinisi
produzione: Natacha Von Braun
applausi del pubblico: 1′ 40”

Visto a Roma, Atelier Meta-Teatro, il 27 aprile 2013


 

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