Sotto la panca la capra non canta: una tragedia firmata Diego Invernizzi

La capra canta
La capra canta

La capra canta

Le minimali note introduttive definiscono la performance come un tentativo di interrogazione sulla dimensione del Tragico. Non solo da intendersi come il più profondo battito (ancorché impercettibile, oggi) dell’operazione teatrale, ma anche, e più in superficie, come quel tremore che pervade la finitezza dell’umano dinnanzi all’incommensurabile sfacciataggine del sempre-di-più-disumano. Fremito che ricerca per la finitudine un senso, ma non lo trova. E il danno grave è che nella società liquida la tragedia c’è, eccome, ma non si vede.

Il gruppo romano Strumenti Umani restituisce visibilità al reale (tragico?) confidando nella potenza della parodia. E, in virtù della non ovvietà del risultato, con “La capra canta” si è guadagnata il premio Frammenti Teatro 09 di Semintesta.
Con un’agìto che coinvolge tutti i protagonisti di ciò che fu il Tragico, la rappresentazione si muove su un crinale che intercetta tutte le arti sceniche, ma va ben al di là della recitazione, verso l’installazione e la ricerca di “sonorità visibili”. Ecco dunque che il coro, affidato ad una presentatrice televisiva, senza volto poiché occultato da un paralume, è interpretato da una solida Clara Sancricca; che l’indimenticabile maschera (contenitore?) viene ideata da Federica Terracina insieme a Eva Seeber; e che la musica, qui insieme madre e nemica della parola, è di legittima responsabilità di un grande Mirco Buonomo, già fonico Rai. Il “molluscaccio” che agisce l’infausto tentativo di appropriazione di sé, invece, è interpretato da un divertente ed intenso Diego Invernizzi.

Sonorità imponenti predispongono all’entrata di una conchiglia vivente che secerne Volontà (in un mondo culturale che ringrazia Nietzsche che ringrazia Stirner). E la domanda straziante è: «C’è mica un quiz che ti regala l’eternità?». Chiuso dentro, appollaiato nella sua non-identità, inizia con entusiasmo le sue «esercitazioni dell’orifizio sonoro». Saranno tre, per raccontarne l’ingenuo apprendistato alla ricerca del Logos. Inizia così il “partone”, «pardon, la parte prima» (ma forse anche il grande parto) e suoni inarticolati accompagnano languidi movimenti. Il primo incontro è quello con il corpo, piacevole al tatto, autoerotica certezza di un mondo che comincia a disvelarsi. L’altro educa al linguaggio con espressioni vacue, attraverso il gergo della banalità, «che delirio…», ma non è ancora tutto. L’incontro devastante è quello con lo zapping televisivo, con la pubblicità, con il rispecchiamento in altri inautentici corpi che condannano a peritura e virtuale verginità. Solo nel sogno si palesa il linguaggio del sé, quello che esprime l’autenticità dell’io, peccato però che sia ormai già tardi per il neo-nato, contaminato com’è da quell’“estetica dell’accozzaglia” che lo ha già imprigionato alle parole sbagliate. La tragedia esiste, nel varietà. Se una capra tenta di cantare, infatti, finisce sotto la panca. E crepa.

LA CAPRA CANTA o la nascita del varietà dallo spirito della musica
drammaturgia e regia: Diego Invernizzi
con: Diego Invernizzi, Clara Sancricca, Milton Iezzi, Federica Terracina
maschere e costumi: Federica Terracina e Eva Seeber
musiche originali ed effetti live: Mirco Buonomo
luci: Aldo de Sanctis
durata: 60′
applausi del pubblico: 1′ 25”

Visto a Milano, PiM Spazio Scenico, il il 6 novembre 2009

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