La casa dei morti e il corpo dei vivi. Dai Rimini Protokoll a Nacera Belaza

Sur le fil di Nacera Belaza
Sur le fil di Nacera Belaza

Si viene introdotti in una stanza di legno chiaro, su cui danno otto porte. Chiuse. Sopra ognuna due timer, uno rosso e uno bianco. Il rosso dice fra quanto si aprirà, il bianco per quanto resterà aperta.
Nell’attesa, il piccolo gruppo di spettatori presente all’istallazione “Nachlass” del collettivo Rimini ProtokollLeone d’argento alla Biennale di Venezia 2011 – alza lo sguardo. Sul soffitto c’è un grande planisfero, una foto satellitare notturna. Di tanto in tanto è scossa da un puntino che si accende in questo o in quel continente. La legenda: simulazioni delle morti nel mondo.
Si aprono due porte. Con una coppia cinquantenne e una studentessa esile ci guardiamo, facciamo qualche complimento sulle precedenze, ed entriamo.

Il giorno prima Hans-Thies Lehmann, autore di “Il teatro postdrammatico”, invitato a Short Theatre poiché finalmente pubblicato in italiano da CUE Press, a una domanda sul tema della resistenza del teatro nell’epoca del web e della parcellizzazione dell’esperienza di fruizione artistica, aveva risposto che, in qualunque delle forme in cui il teatro si evolverà, esso funzionerà come una sorta di antidoto. Perché prevede una comunità, e perché chiama in campo qualcosa che le altre forme d’arte possono ignorare: il corpo.
Ignoro se parlasse del corpo dell’artista o di quello dello spettatore. Probabilmente di entrambi, e della interazione fra essi.

Hans-Thies Lehmann presenta Il teatro postdrammatico

Hans-Thies Lehmann presenta Il teatro postdrammatico

Nelle otto stanze di “Nachlass”, ciascuna delle quali porta il nome del suo ex abitatore, non ci sono corpi oltre ai nostri, ma oggetti, mobilio, fotografie, voci registrate e video, apparati (un ventilatore si mette a girare, un sipario si apre, una musica parte).
Con questi strumenti, sette individui e una coppia provano a raccogliere e porgerci ciò che è la somma critica della propria vita, in qualche minuto.
Il “lascito” (nachlass) di quelle voci e di quei video a cui assisteremo è spesso banale, balbettante, ripetitivo, e inoltre volutamente raffreddato e difficile da afferrare.


Chi attraversa questi ambienti, benché fisicamente immerso, rimane sospeso tra l’imbarazzo, l’ammirazione e uno scomodo dovere di partecipazione – che non scatta. Sediamo su quei letti e a quelle tavole che sembrano proprio vere, tocchiamo quelle fotografie, con la cautela di ospiti. Le voci ci parlano, si rivolgono a noi, ma non ci crediamo. E infatti non è vero, anche se i morti sono magari morti davvero, se le foto ritraggono proprio loro, se i mobili, chissà, provengono dalle loro case svuotate.

Non ci crediamo poiché preme troppo acutamente il peso della messinscena, che richiede una forma. Il tutto è confezionato con una perfezione disumana, compresi i discorsi e i video. Come il naso vero che Čechov opponeva al quadro di Stanislavskij. Un’operazione di lucida crudeltà; una performance brillantemente antiumanistica. La morte è un’asportazione chirurgica fatta in ambiente asettico. Lo stridore tra il sentire e il non sentire, tra la verità e la messinscena fa accapponare la pelle.
Anche grazie al meccanismo tecnologico, che lascia a occhi spalancati: la mirabile scenotecnica, l’origami delle tempistiche, il contesto di calcolo e inscenamento dell’assenza hanno del meraviglioso. Una perfetta casa degli orrori.
Se dentro un iceberg in lenta deriva, agli antipodi della cripta palermitana dei Cappuccini, si volesse costruire un’altra moderna catacomba, questa sarebbe perfetta, e ne condividerebbe la brutale compassione.

In un altro pianeta, “Sur le fil” di Nacera Belaza fa pensare che la visione frontale sia, anche in questo caso, ma ben diversamente, roba vecchia. Si sentirebbe il bisogno di circondare il palco, con gli spettatori ai quattro lati, come in una piazza, tanta è la forza di attrazione della scena – se scena ancora si può definire. Anzi, non basterebbero i quattro lati, bisognerebbe proprio che il pubblico potesse scendere immateriale dentro lo spazio, lievemente illuminato dall’alto, fra le tre danzatrici vestite di nero con i capelli raccolti (Aurélie Berland e Dalila Belaza oltre alla coreografa), che si danno il cambio sulla scena. Roteano, saltano, si impennano appena per invertire il giro, sfiorano i confini della platea e delle quinte, si lasciano agitare dal ritmo, tutte in un unico linguaggio comune di movimento, ma ciascuna dentro la propria individualità corporea, si direbbe in un agio perfetto, quasi strabordanti in sé stesse.

La prima ha nella linea delle spalle e nella flessibilità del collo il motore turbinante, e slancia le braccia come bolas all’inseguimento dello spazio circolare attorno a sé; la seconda si fa portare da una propulsione decisa, all’altezza delle anche, e sembra più meditabonda e virile; la terza (che è proprio Nacera) tiene quello spunto inarrestabile del moto, del consumare vuoti, in una dialettica fra linea verticale del corpo eretto ed estremità mobilissime, e nel semibuio dà l’impressione di una guizzante matrona, intenta alle fila di minutissimi nodi di tappeto.
La spinta dinamica, il linguaggio comune è la rotazione, e il balzo leggero (“saltare” in latino significa danzare, e più che ai dervisci fanno pensare all’arte del “dinos campana”).

“Sur le fil”, dato per la prima volta a Montpellier l’anno scorso, si può raccontare così. Le tre danzatrici si danno un cambio sempre più a breve giro, sino a ritrovarsi insieme sotto quattro diversi disegni semplicissimi di luce, mutando appena i rapporti vicendevoli – ma il lavoro non ha impianto collettivo. L’energia è in lenta controllata diminuzione. Il finale è una sorta di assolo.
Nacera Belaza sta a centro palco, sola, il misterioso impulso del corpo in movimento le percorre le gambe e i fianchi, le si arrampica sulle braccia, strisciando come fili d’acqua, arriva ai palmi delle piccole mani, raccolte dietro la nuca crespa, si sofferma un attimo, quasi pensieroso, e si produce in due battiti.
Il pubblico non è più in platea, non è più sul palco, è in quel corpo, in quella coppia di mani, in quel doppio tocco asciutto. Di lì a poco, buio.

Nachlass – Pièces sans personnes
ideazione | Rimini Protokoll (Stefan Kaegi / Dominic Huber)
video | Bruno Deville
drammaturgia | Katja Hagedorn
suono | Frédéric Morier
assistenti alla creazione | Magali Tosato, Déborah Helle (stagista)
assistenti alle scene | Clio Van Aerde, Marine Brosse (stagista)
ideazione tecnica, Costruzione | Théâtre de Vidy, Losanna
produzione  | Théâtre de Vidy, Losanna
coproduzione | Rimini Apparat, Schauspielhaus Zürich, Bonlieu Scène nationale Annecy e la Bâtie-Festival de Genève all’interno del programma INTERREG France-Suisse 2014-2020 Maillon, Théâtre de Strasbourg-scène européenne, Stadsschouwburg Amsterdam, Staatsschauspiel Dresden, Carolina Performing Arts
con il sostegno di  Fondation Casino Barrière, Montreux. Le Maire de Berlin – Chancellerie du Sénat – Affaires culturelles
sostegno per la distribuzione | Pro Helvetia Fondazione svizzera per la cultura
in corealizzazione con Romaeuropa Festival

durata: 1h 30′

 

Sur le fil
coreografia | Nacera Belaza
interpreti | Nacera Belaza, Aurélie Berland, Dalila Belaza
suono e luci | Nacera Belaza
tecnica | Christophe Renaud
produzione | Compagnie Nacera Belaza
coproduzione | Festival Montpellier Danse; La Villette Paris; CCNT / DirezioneThomas Lebrun; Centre National de la Danse – Pantin; Moussem; Collectif 12, Mantes la Jolie
con il sostegno di DRAC Ile de France – aiuto alla residenza; Bozar – Palais des Beaux- Arts de Bruxelles; Künstlerhaus Mousonturm di Frankfurt;
con il supporto del Fonds Transfabrik – Fondo franco-tedesco per lo spettacolo dal vivo
progetto supportato da Spedidam, Adami
la compagnia è supportata da DRAC Ile-de-France / Ministère de la Culture et de la Communication au titre du programme des Compagnies at ensembles à rayonnement national et international
CERNI); dalla Région Ile-de-France au titre de la permanence artistique at culturelle; da ONDA e ARCADI per la diffusione sul territorio francese e dall’ Institut Français per la diffusione all’internazionale.
con il sostegno | dell’Institut français Italia

durata: 40′

 

Visti a Roma, Short Theatre, il 14 settembre 2017
Prima nazionale

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