La Città Ideale di Punzo, tra Utopia e realtà

Photo: Stefano Vaja
Photo: Stefano Vaja

Una riflessione sulla “Città ideale” e sul concetto di utopia, a 500 anni dalla pubblicazione dell’“Utopia” di Thomas More: è stato questo il tema scelto per la 30^ edizione di VolterraTeatro, svoltosi dal 25 al 31 luglio.
Ma l’utopia a cui guardare, attraverso un variegato programma di spettacoli, performance, laboratori e attraversamenti, non è da intendere come quel “qualcosa che non potrà mai esistere, ma come ciò che non esiste ancora” scrive Armando Punzo nella sua presentazione.
Il senso del festival ruota attorno alla volontà e alla necessità di proporre un modo per scacciare quella sfiducia che abita i palcoscenici del contemporaneo, un’occasione per sperimentare anche l’impossibile, se esso può servire a muoversi, smuoversi, da un presente di catene e costrizioni.

Il festival, che per sette giorni ha animato i comuni di Volterra, Pomarance, Castelnuovo V.C. e Montecatini V.C., per la prima volta si è mosso in sinergia con l’associazione culturale giovanile e studentesca VaiOltre! e ha visto la collaborazione dell’Accademia dei Riuniti-Teatro Persio Flacco: un modo per nutrirsi di nuova linfa vitale, e godere anche di uno spazio, il Teatro Persio Flacco, nel cuore di Volterra, capace di accogliere artisti, proporre spettacoli, incontri e installazioni. Un luogo ideale per eccellenza, nelle parole di Punzo, che diventa «architettura concreta di uno spazio impalpabile, spazio dentro l’uomo che è contro la logica del quotidiano, da coltivare, da far crescere».

Come di consueto, cuore pulsante del festival, fulcro emotivo oltre che performativo, resta la Fortezza Medicea che, anche quest’anno, ha accolto centinaia di spettatori e trasformato un posto di detenzione in luogo accogliente e includente, in cui il dentro e il fuori, almeno per la durata dell’atteso spettacolo della Compagnia della Fortezza – realtà nata nel 1988 dal Laboratorio Teatrale nella Casa di Reclusione di Volterra –, diventano unico spazio condiviso, in attesa che possa concretizzarsi l’idea coltivata da Punzo, ovvero creare, in carcere, un Teatro Stabile.

Lo scorso anno “Shakspeare Know Well” aveva rappresentato il primo approdo di uno studio dedicato ancora una volta all’opera di Shakespeare. Ora, in occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla sua morte, arriva “Dopo la Tempesta. L’opera segreta di Shakespeare”, regia e drammaturgia di Armando Punzo e della Compagnia della Fortezza, andato in scena anche al Teatro Florentia di Larderello.
Nessuna riscrittura o adattamento, ma occasione per confrontarsi con l’intera opera del drammaturgo e soprattutto con l’eredità complessa e composita che essa porta con sé.

La struttura originaria dello spettacolo andato in scena lo scorso anno non è stata stravolta, bensì proposta con un tempo ancor più meditato, rarefatto. Nello “spazio Artaud”, scale e croci, immobili, appoggiate una sull’altra a costruire una scena entro cui i personaggi trovano posto, come incastonati, sempre in attesa. Servono da appoggio per la fatica che quelle anime fiere provano nell’attraversare il cortile della Fortezza che, coperto di sabbia, è carico di presenze, tormenti, inquietudini.
Sono solo frammenti quelli proposti, schegge di parole urlate, sussurrate, registrate, tratte da varie opere di Shakespeare, sviscerate con cura da Punzo insieme agli attori-detenuti. Come lo stesso Punzo precisa, il tentativo portato avanti è quello di proporre “un’opera totale che stravolga il canone occidentale di cui anche l’autore inglese è stato inventore, che stravolga il tempo, lo spazio, il ritmo, per mettere in discussione l’uomo, la sua forma rigida, la sua storia ingessata: l’apoteosi di quella utopia della libertà di poter sempre riscrivere tutto, anche quello che sembra impossibile da cambiare e da reinventare”.

Nel solco dell’utopia possibile si consuma quello che sembra essere un rito collettivo in cui, di volta in volta, si odono versi e si muovono le sagome di Enrico IV, Re Lear, Riccardo III, i cui passi segnano un tempo lento dello spettacolo, e ancora il giovane Calibano de “La Tempesta”, “Macbeth”, Frate Lorenzo del “Romeo e Giulietta”, e poi Desdemona, Ofelia, Iago e Otello, Riccardo II, Pericle principe di Tiro. Una drammaturgia di frammenti, come a ricercare quel “mistero che si nasconde nello spazio vuoto tra le parole” scrive Punzo, voci spezzate e struggenti, di sofferenze che diventano corpo, sudore, movenza, di chi le pronuncia.
Personaggi in attesa, gorgiere possenti, libri attorno al collo, abiti di carta o lunghe gonne, bianche o nere. Lentamente riempiono la scena con le loro istanze non risolte, sono sentimenti di paura, sofferenza, rabbia, rancore vestiti di accenti differenti, e non solo in italiano, ma anche in inglese.

Photo: Stefano Vaja

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Abito nero, Punzo/Shakespeare si aggira al centro della scena, leva in alto il calice accennando un brindisi mai risolto con due donne che lo osservano e lo seguono, non parla ma dà voce ai personaggi che lo circondano, come se volesse liberarli dai tormenti che li affliggono. E strappa le pagine di un libro, mentre l’avvolgente tappeto sonoro imbastito da Andrea Salvadori – che al Teatro Persio Flacco ha proposto il concerto installazione “Il figlio della tempesta. Musiche dalla Fortezza” per la regia di Armando Punzo – esalta la forza del momento.
Pagina dopo pagina si avverte come la sensazione che nulla più è necessario aggiungere, ma sia arrivato il tempo di mettere al centro la persona “come se il mondo dovesse cominciare solo ora” recita l’ultima frase pronunciata dall’alto di una scala.

Nei due giorni in cui Volterra ci ha accolto, la Città Ideale è stata anche attraversata da un corteo che, dalla Fortezza – dove si è riflettuto insieme ad Armando Punzo, Rossella Menna, Mario Perniola e Marino Sinibaldi sul senso dell’utopia nella comunicazione, in un tempo in cui una comunicazione diretta, veloce, pervasiva e ampia pare però anestetizzare memoria, consapevolezza e discernimento – sino al teatro Persio Flacco, grazie alla creazione originale per il festival “Ultima frontiera. Arte (Ri)Costituente”, a cura dell’Associazione Ultima Frontiera. Una orazione civile itinerante a partire dalle parole della Carta Costituzionale, per riscoprirne il senso profondo. E ancora la Costituzione al centro della riflessione condivisa dai ragazzi dell’associazione VaiOltre! insieme al giornalista e scrittore Graziano Graziani. “I principi fondamentali. Una costituzione ideale” ha dato voce alle istante degli studenti che hanno realizzato la loro personalissima Carta Costituzionale della Repubblica di Vailandia, un luogo dove ripensare a una convivenza ideale tra gli uomini che recuperi valori e il senso di condivisione. Ne parleremo su Klp nei prossimi giorni attraverso le parole e le immagini di Guido Mencari.

Narrazione divertente e divertita, dall’andamento rapsodico, quella proposta invece da Massimiliano Civica che per VolterraTeatro ha imbastito un monologo sui suoi “Concittadini ideali. Da Robert Mitchum ad Aldo Capitini”.
Solo un canovaccio e poi un fluire monologante tra aneddoti, pensieri ed episodi della vita di alcuni protagonisti del mondo del teatro, del cinema e dei movimenti religiosi non istituzionali dell’Oriente e dell’Occidente, esito di una personalissima scelta di Civica che, con leggerezza, ha  proposti ricordi personali legati, ad esempio alla figura di Andrea Camilleri, suo docente ai tempi dell’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico, mescolati a ricordi legati a figure come Robert Mitchum, Vittorio De Sica, John Ford. Poche pennellate per quelli che sono stati dipinti come modelli ideali.

Ancora Shakespeare, con “Amleto † Die Fortinbrasmaschine” portato in scena da Roberto Latini, che, attingendo al “Die Hamletmaschine” del drammaturgo tedesco Heiner Müller, dà vita ad una riscrittura che sin dal principio palesa quell’impossibilità nel dire parole nuove: «Io non sono Amleto, Hamlet, Hamletmachine. Dovrei dire così. Non recito più».
Latini ha fatto tappa a Volterra dopo il debutto alle Orestiadi di Gibellina, e la sua è stata una immersione nel dramma vissuto da Amleto e dai personaggi che lo circondano totale e totalizzante, fra suoni avvolgenti e stranianti, parole, danze e luci.

 

Krapp is a poor man


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