La classe operaia va in paradiso. Longhi e Di Paolo rileggono Petri

Photo: Giuseppe Distefano
Photo: Giuseppe Distefano

E’ sempre arduo, conoscendo bene le potenti armi espressive che il cinema possiede rispetto al teatro, trasporre sul palco pellicole che hanno segnato, soprattutto per il loro contenuto, un’epoca importante del nostro Paese e, al contempo, offrirle come esigenza di riflessione per un presente così contraddittorio come il nostro.
Ci ha provato il regista Claudio Longhi con la trasposizione teatrale de “La classe operaia va in Paradiso”, celebre film del ’71 del regista Elio Petri e dello sceneggiatore Ugo Pirro.
Longhi, da poco neodirettore artistico di Emilia Romagna Teatro Fondazione, che produce lo spettacolo, ne ha affidato la complessa e variegata riscrittura a Paolo Di Paolo.

L’urgenza è porre, ancora oggi, l’accento sul tema del lavoro, avvertita da Longhi e Di Paolo anche in vista delle prossime elezioni: la mancanza di un lavoro sicuro è la problematica più importante che le nuove generazioni avvertono sulla propria pelle.
E il teatro, quello importante, che si pone come specchio dei tempi, sente l’esigenza di parlarne, come hanno anche dimostrato, all’inizio di questa stagione teatrale, Fabrizio Arcuri e Antonio Calbi con il loro progetto-monstreRitratto di una Nazione” per il Teatro di Roma.

Ma ha ancora senso oggi parlare di classi, e soprattutto di quella operaia, in un mondo in cui, soprattutto i giovani, ne hanno perso il significato più intimo?
Secondo Longhi e Di Paolo assolutamente sì, e fin dall’inizio si sforzano, con citazioni da Esiodo a Valery, e con un veloce ma significativo viaggio nel tempo, di segnalarci come nulla sia in fondo cambiato.


Tutta la macchina scenica ci riporta con un occhio anche a Chaplin, ad un mondo in cui la fabbrica non era altro che una grande catena di montaggio (forse proprio come la vita). La scena è infatti essenzialmente costruita su due pedane-nastri trasportatori, su cui vengono rappresentati i due mondi in cui si consuma la povera esistenza del protagonista della nostra storia, Lulù Massa, operaio stakanovista che ha come mito indiscusso il sogno del guadagno con il lavoro a cottimo, e che invece finirà licenziato dopo la perdita di un dito, a causa di un infortunio sul lavoro.
Lino Guanciale, dopo “Ragazzi di vita” di Popolizio, si getta a capofitto e con caparbietà nel ruolo quasi impossibile che fu di Gianmaria Volontè.
Lo vediamo infatti prodigarsi tra la fabbrica e la casa, Lulù Massa, tra il lavoro defatigante per ottenere prestazioni sempre maggiori e il difficile amore tra la moglie e l’amante (Diana Manea e Donatella Allegro).

Fuori intanto, vicino al pubblico, vi è lo scontro ideologico, con tanto di megafono, tra gli studenti e i sindacalisti, mentre sopra di loro, come un corvo, si aggira il cronometrista che cerca di imporre i nuovi ritmi alla produzione, cari al padrone.

C’è poi Militina (indelebile nella nostra memoria l’allucinata interpretazione di Salvo Randone), qui interpretato con perizia da una donna, Franca Penone, che, finito in manicomio, rappresenta una sorta di coscienza critica della classe operaia.

La rappresentazione del film è accompagnata dalla musica di scena di Filippo Zattini: alcuni temi originali di Morricone vengono mescolati a Vivaldi, per una composizione di archi, tastiera e campionatore digitale di giusto effetto.

Se lo spettacolo si fosse però fermato solo ad illustrare pedissequamente il film, tutta l’operazione culturale e, diciamo pure, sociale, che questa pregevole creazione mostra allo spettatore, sarebbe diventata un’inutile, seppur onesta, rappresentazione di un’opera che non aveva bisogno del teatro per esprimere tutta la sua forza.
Longhi e Di Paolo invece hanno avuto l’accortezza di entrare ed uscire continuamente dal film, smontando e rimontando la quarta parete per sviscerare tutte le problematiche e le suggestioni che ancora oggi “La classe operaia va in Paradiso” possiede.
Ecco allora che prendono vita gli autori del film, Elio Petri e Ugo Pirro (Nicola Bortolotti e Michele Dell’Utri), che ne approfondiscono le ragioni, ci raccontano come allora fosse importante, anzi obbligatorio, anche attraverso il cinema, parlare di cosa urgeva e, di converso, ancora oggi, urge nella società. Le immagini d’epoca lo collocano nel giusto contesto, insieme alle impressioni “tipo” degli spettatori di ieri e di oggi. Ma, soprattutto, ecco il cantastorie Simone Tangolo che ogni volta, come il grillo parlante, ci ricorda, attraverso le ballate di Fausto Amodei, che la storia di Lulù Massa parla ancora di noi.

Perché sì, anche lo spettacolo teatrale, che in questo compito possiede più armi affilate del cinema, 47 anni dopo il film, ci parla ancora di noi, del lavoro come strumento essenziale della dignità di ciascun essere umano, del lavoro che per le nuove generazioni è ancora un miraggio, che esistono beceri tentativi di monitorarlo con nuove e sempre più sofisticate tecnologie, che dobbiamo lottare perché il mondo sia più giusto: e non è forse la più grande scommessa che il teatro deve portare avanti?

La classe operaia va in paradiso
liberamente tratto dal film di Elio Petri
sceneggiatura Elio Petri e Ugo Pirro
di Paolo Di Paolo
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Vincenzo Bonaffini
video Riccardo Frati
musiche e arrangiamenti Filippo Zattini
regista assistente Giacomo Pedini
assistente alla regia volontario Daniel Vincenzo Papa De Dios
con Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini
direttore tecnico Robert John Resteghini
direttore di scena Gioacchino Gramolini
macchinisti Marco Fieni, Riccardo Betti
capo elettricista Tommaso Checcucci
fonico e tecnico video Alberto Tranchida
sarta Eleonora Terzi
amministratrice di compagnia Yumi Suzuki
scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruttori Marco Fieni (costruzioni in ferro), Sergio Puzzo, Riccardo Betti
scenografo decoratore Lucia Bramati
costumi confezionati da Bàste sartoria
grafica AMS Lab
si ringraziano per i materiali di studio e iconografici Fondazione Cineteca di Bologna, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Gramsci Emilia-Romagna, Fondazione MAST
si ringrazia Paola Pegoraro Petri
si ringrazia Aglaia Pappas per la presenza in audio
si ringrazia il Gruppo Editoriale Minerva RaroVideo
si ringrazia il Centro Storico Fiat
produzione EMILIA ROMAGNA TEATRO FONDAZIONE
foto di scena Giuseppe Distefano

durata: 2h 50′

Visto a Modena, Teatro Storchi, il 15 febbraio 2018
Prima nazionale

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