La colonia penale di Philip Glass rivive alla Tosse

L'Eutopia Ensemble

L’Eutopia Ensemble

“E’ un apparecchio singolare”, disse l’ufficiale all’esploratore osservando con sguardo in certo modo ammirato l’apparecchio che doveva conoscere benissimo. L’esploratore sembrava aver seguìto l’invito del comandante soltanto per cortesia, quando questi gli aveva suggerito di assistere all’esecuzione capitale di un soldato condannato per disobbedienza e per altri oltraggi a un superiore”.
(Franz Kafka, Nella colonia penale)

A che punto l’indifferenza diventa un crimine? E’ in fondo la domanda che lo spettacolo “In the Penal Colony” porge a noi, pubblico, intervenuto ad assistere alla terribile esecuzione.

Philip Glass compone “In the Penal Colony” nel 2000 su libretto di Rudolph Wurlitzer, basandosi sul racconto di Kafka pubblicato nel 1919.

Si narra di una macabra macchina della tortura, ideata dal comandante di una colonia penale, che incide sul corpo del condannato la pena commessa attraverso un complesso macchinario di aghi che porta il malcapitato alla morte dopo una lunga serie di incisioni sempre più profonde.

Ad assistere a questo terrificante rito ci sono diverse figure: tra queste un ufficiale incaricato alla corretta messa in funzione dell’apparecchio e un ospite straniero, in qualche modo chiamato a valutare la crudeltà dell’operazione a seguito della morte dell’inventore del macchinario, ed essendo il nuovo comandante della colonia molto perplesso sul metodo applicato.

Emanuele Conte propone al pubblico del Teatro della Tosse di Genova una nuova reinterpretazione dell’opera collocando al centro della scena, su un piano inclinato, il quintetto dell’Eutopia Ensemble, musicisti di formazione classica, strumentisti e compositori volti alla sperimentazione, e di casa alla Tosse per aver curato una stagione di musica contemporanea.

Ai lati, anch’essi su pedane inclinate, gli unici personaggi che la regia sceglie di mantenere: il visitatore straniero, interpretato dal tenore Renato Parachinetto, e l’ufficiale incaricato al controllo della macchina, interpretato dal baritono Tiziano Tassi, entrambi vestiti in modo estremamente didascalico per l’immediato riconoscimento.

Sul fondo un grande schermo riproduce in diretta i disegni di Paolo Bonfiglio, allievo di Lele Luzzati e interessante artista video che propone un racconto parallelo per immagini di quanto avviene in scena. E’ forse questo l’aspetto più interessante dell’allestimento, che recupera un dettaglio estremamente importante del racconto originario.
Kafka infatti, nella minuziosa descrizione della macchina, parla di un disegnatore collocato in cima ad essa, incaricato di disegnare la scritta con la pena da incidere nel corpo del condannato. Una sorta di bozzetto precedente il lavoro degli aghi.

Altra scelta di Conte è il mantenimento del testo in inglese di Glass, tradotto dai sovrattitoli sul boccascena.
Per il resto la scena è estremamente scarna, con una forte predominante di bianco, che fa da contorno alle sedici scene più epilogo di cui l’opera si compone, senza interruzione.
Assente l’azione, così come il recitato in prosa; tutto viene affidato alla forza della musica e delle immagini: le ripetizioni ipnotiche di Glass mirano a restituire all’ascolto gli incubi dell’immaginario kafkiano; tuttavia, a tratti, in questa versione si ha la sensazione che ciò non sia sufficiente per trasmettere l’espressività ricca di simboli e rimandi di cui il racconto si compone.

“Per le prime sei ore il condannato vive quasi come prima, soltanto sente dolore. Dopo quasi due ore si può togliere il feltro, poiché l’uomo non ha più la forza per gridare. Qui in questa tazza dalla parte della testa si mette una minestra calda di riso, dalla quale l’uomo, se ha voglia, può prendere qualcosa con la lingua. Nessuno respinge questa occasione. Non ne ho veduto nessuno, e la mia esperienza è grande. Soltanto verso la sesta ora egli perde il gusto del mangiare. Allora di solito mi inginocchio qui e osservo questo fenomeno. L’uomo raramente ingioia l’ultimo boccone, lo gira soltanto in bocca e lo sputa nella fossa. Sono costretto a chinarmi, altrimenti mi viene in faccia. Come diventa silenzioso l’uomo però verso la sesta ora! L’intelligenza si apre anche al più cretino. Comincia intorno agli occhi. Da qui si allarga. Uno spettacolo che potrebbe spingere a coricarsi con lui sotto l’erpice. Non accade altro, l’uomo comincia soltanto a decifrare la scrittura con gli occhi; ma il nostro decifra con le sue ferite. Certo è una grande fatica; egli ha bisogno di sei ore per compierla. Dopo di che l’erpice lo trapassa da parte a parte e lo butta nella fossa, dove va a finire nell’acqua insanguinata e nella bambagia. Allora la sentenza è eseguita e noi, io e il soldato, lo copriamo di terra”.

In the Penal Colony
un’opera di Philip Glass
libretto di Rudolph Wurlitzer
da un racconto di Franz Kafka
regia Emanuele Conte
direttore d’orchestra Matteo Manzitti
video arte Paolo Bonfiglio
costumi Daniela De Blasio
luci Tiziano Scali
suono Emilio Pozzolini
assistente alla regia Yuri D’Agostino
con Tiziano Tassi (baritono), Renato Parachinetto (tenore)
e con Eutopia Ensemble
Franziska Schotensack e Roberto Piga (Violini), Federico Regesta (Viola), Kim Schiffo (Violoncello),
Federico Bagnasco (Contrabbasso)
sartoria Umberta Burroni, Andrea Monte (stage)
proiezioni Luca Riccio
capo elettricista Danilo Deiana
una coproduzione Fondazione Luzzati -Teatro della Tosse e Eutopia Ensemble
nell’ambito della rassegna Le strade del suono
con il contributo di Goethe Institut Genua

durata: 1h 10′
applausi del pubblico: 4′ 32”

Visto a Genova, Teatro della Tosse, il 14 marzo 2015
Prima nazionale

No Comments

  • Renato Parachinetto ha detto:

    Sono stati invertiti i nomi degli interpreti: Io, Renato Parachinetto (tenore) ho interpretato il ruolo del visitatore, mentre il baritono Tiziano Tassi ha interpretato il ruolo dell’ufficiale.

  • Redazione Klp ha detto:

    Apportando la correzione ci scusiamo con i protagonisti! 🙂

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