Celestini in fila indiana contro il razzismo

Ascanio Celestini

Ascanio Celestini

Dopo gli scroscianti applausi finali, Ascanio Celestini rientra in scena, mentre le luci calano nuovamente, a offrire una sorta di bis: una pratica che molti narratori (da Celestini a Moni Ovadia, da Paolo Rossi a Dario Fo…) hanno accolto volentieri dalla musica. 

Il bis è gradito, nonostante “La fila indiana”, seppure interessante, con momenti intensi e coinvolgenti, non si possa certo annoverare tra le novità della stagione.
È il Celestini che ci aspettiamo, il Celestini che non delude: talentuoso affabulatore, narratore attento e instancabile nella sua mimica corporale ridottissima, comico e tagliente, schierato e netto nella lettura della società contemporanea, che ci lascia invitandoci a partecipare al referendum del prossimo giugno, se mai avrà luogo. Tanti i riferimenti, dalla Lega Nord a Ustica, dall’immigrazione ai tagli all’istruzione, alla corsa al consumo di oggetti e tempo: un tempo in cui “camminando vedo quello che cammina avanti a me. Gli vedo la nuca, il collo, le spalle e la schiena, il culo e le gambe e infine le scarpe. La faccia non posso vederla. Non gliel’ho mai vista”. Tutti in fila indiana.

Celestini sa far bene il suo mestiere, è un bravo attore, tiene il palco per quasi due ore filate, tra accelerazioni e pause, invettive e sarcasmo, con un pubblico che lo segue con attenzione, divertimento, pronto a cogliere ogni minima sfumature delle sue storie.
Colpisce molto l’incipit, in un parallelo nel quale l’Africa diviene un giardino di una villetta da acquistare, e in contemporanea si parla di una società, la nostra, dove imperano benessere, lusso, consumi e piscine e di una realtà lontana, che ci sfiora appena e che noi trattiamo come materia inventata, irreale e distante.

Poi un susseguirsi di storie, dove i temi dominanti sono razzismo e omofobia, dove è il paradosso della materia trattata dai protagonisti delle storie a farla da padrone.
Nell’insieme il lavoro risente forse di una sensazione di “già detto”, ma non si prenda questo come critica eccessiva, bensì come puntualizzazione. Del resto le storie derivano in gran parte, come dichiarato dall’autore, da lavori precedenti e tematiche già affrontate in precedenza. Ma il marchio Celestini non tradisce. Nel panorama attuale è confortante assistere a un lavoro del genere.
Anche se due ore sono frastornanti per chiunque e si esce dalla sala anelando un silenzio liberatorio e riflessivo.

LA FILA INDIANA
di e con Ascanio Celestini
musiche di Matteo D’Agostino
suono di Andrea Pesce
durata spettacolo: 1h 43′
applausi del pubblico: 2′ 2”

Visto a Cascina (PI), La città del teatro, il 15 aprile 2011

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