La Fleur, un’esperienza noir di teatro immersivo

Il teatro esce dagli spazi consueti e si presenta sfacciatamente vivo tra il suo pubblico.
E’ accaduto il 15 luglio scorso, in una delle storiche zone industriali di Roma, per “La Fleur” di Riccardo Brunetti e Francesco Formaggi, un’esperienza di teatro dalla definizione sfuggente, al di fuori delle categorie consuete, dal sapore cinematografico e a metà strada fra teatro e gioco di ruolo, luna park e arte. Un teatro immersivo: una definizione particolare per il teatro, che dovrebbe essere intrinsecamente “immersivo”.

“La Fleur” pone lo spettatore di fronte ad emozioni contrastanti, in lotta con sé stesso tra il passivo e l’attivo. Immerso in una Roma proibita, i suoi occhi lo trasformano in voyer, segreto osservatore delle trame tessute dalla famiglia Andolini, fatte di morti misteriose, gioco d’azzardo e prostituzione.
Lo spettatore è così un fantasma presente e assente allo stesso tempo, che con una maschera bianca sul volto segue i personaggi e le vicende in un locale “d’intrattenimento” romano.

Lo spazio è quello di Controchiave di via Libetta, adattato a set più cinematografico che teatrale (in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Frosinone), con una attenzione per i dettagli quasi maniacale. Ogni oggetto, foglio di giornale stampato ad hoc, stoffa, poltrona e porta socchiusa è un indizio per il pubblico detective.
Lo spettatore, libero nello spazio e mascherato, viene guidato verso trappole narrative in cui può non cadere. La maschera sul volto racchiude tutto il senso della quarta parete, ma ha anche la funzione tecnica di aiutare a individuare i personaggi, smascherati, e non confonderli con gli spettatori. La maschera protegge inoltre l’attore dagli sguardi, spesso vicinissimi, col suo pubblico.

Gli attori danno grande prova d’abilità, concentrazione e di identificazione col personaggio, tanto da fare invidia agli allievi di Stanislavskji.
Lo spettacolo è concepito come una perfetta macchina di genere noir, in cui ogni ingranaggio è funzionante e nulla è lasciato al caso.
Il set ha il sapore del cinema, con riferimenti a Tarantino, Coppola, Rosi, Scorsese, Siodmak, Huston, Ray. Cinematografica è anche la recitazione realistica, la colonna sonora che accompagna magistralmente ogni luogo ispezionato dagli spettatori, l’illuminazione e il gioco di luci, così come il montaggio e la narrazione.

Si torna quindi alla ricerca di una definizione per uno spettacolo “ibrido” che si contraddistingue per la possibilità di scelta dello spettatore. Ogni quadro è agito in contemporanea con gli altri in altri luoghi dello spazio. Alcune scene vengono ripetute in loop, così da permettere d’esser viste a più spettatori; altre sono uniche.
Il pubblico, nel seguire ciò che accade, è quindi spinto a ragionare, valutare e poi scegliere cosa vedere. Questa possibilità di scelta e la consapevolezza dell’impossibile ubiquità non è solo una geniale manovra di marketing (non ho scoperto chi è l’assassino, quindi torno a vedere lo spettacolo), ma è una scelta ideologica e teatrale. Lo spettatore attivo è artista egli stesso. Immersive Theatre, lo definiscono nei paesi anglosassoni dove si è sviluppato ed è più in voga. Ma di esempi ne abbiamo molti nella storia del teatro, pensando alle origini stesse di quest’arte con il Teatro Greco classico, durante il quale gli spettatori erano distanti fisicamente, ma attivi e partecipativi; o le Sacre Rappresentazioni nel Medioevo, che coinvolgevano la popolazione intera; i banchetti teatrali durante il Rinascimento nelle corti di Ferrara, Urbino, Mantova; fino agli esempi altissimi di Grotowski con “Kordian” di S∏owacki (1962), che si svolgeva in un ospedale psichiatrico e gli spettatori erano seduti sui letti nel mezzo alla scena; e poi ancora “Akropolys” di Wyspian´ski (1962), “La tragica storia del doctor Faustus” di Marlowe (1963), “Studio su Amleto” da Shakespeare e “Wyspian’ski” (1964), e soprattutto il magistrale “Il Principe costante” di Calderón/S∏owacki (1965) durante il quale gli spettatori assistevano dall’alto al martirio.
Assai recente è invece stato l’esperimento romano di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con il particolarissimo, anch’esso “immersivo” e cinematografico, “Quando non so cosa fare cosa faccio?”.

“La Fleur” regala al proprio pubblico un’esperienza inconsueta. Ogni scelta trasforma lo sguardo dello spettatore in macchina da presa, e permette così di costruire primi piani, campi lunghi, carrellate, panoramiche, soggettive e piani sequenza.
Lo spettatore attivo ha così l’impressione d’essere regista del proprio spettacolo. Ovviamente è solo un’illusione, magia di un teatro dai mille volti.

La Fleur. Il fiore proibito
prodotto da Project XX1
drammaturgia: Riccardo Brunetti e Francesco Formaggi
regia: Riccardo Brunetti
performer: Adriana Gallo, Adriano Salieri, Alberto Mosca, Alessandro D’Ambrosi,
Alessandro Di Somma, Alfredo Pagliuca, Annabella Tedone, Anna Maria Avella, Azzurra Lochi, Chiara Capitani, Costanza Amoruso, Daniele Califano, Diego Migeni, Elisa Poggelli, Elisabetta Mandalari, Gabriella Indolfi, Giulia Scenna, Matteo Cirillo, Matteo Minno, Riccardo Brunetti, Sandra Albanese, Sarah Nicolucci, Silvia Ferrante, Valeria Marinetti
allestimento: Project XX1 e Accademia delle Belle Arti di Frosinone
in collaborazione con: Associazione Culturale Controchiave, Cinecittà World, Teatro Studio Uno, Accademia di belle arti di Frosinone, Circolo degli Illuminati

Visto a Roma, Controchiave, il 15 luglio 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *