La grande abbuffata di Sinisi: la bulimia in epoca Covid

La grande abbuffata (photo: Luca Del Pia)
La grande abbuffata (photo: Luca Del Pia)

Non abbiamo un’idea precisa di quando Michele Sinisi abbia pensato di trasformare “La grande abbuffata”, film di Marco Ferreri del 1973, in uno spettacolo per il teatro. L’importante in questi casi è non abboccare al consueto esercizio filologico di chi, intenditore o presunto tale, si spertica in acrobazie critiche per arrivare all’immancabile sentenza che il remake non è all’altezza all’originale.
Certo non è immediato cogliere l’essenza dell’operazione di Sinisi. Eppure ci sembra – nella crisi creativa che spesso rinchiude gli artisti nostrani in un’ovattata torre autoreferenziale – che questa produzione Elsinor/Teatro Metastasio sia uno dei rari lavori che si sforzano di intercettare il delicato passaggio storico che stiamo vivendo.

La colorata scena costruita da Federico Biancalani è tutt’altro che disadorna, a differenza di quanto Sinisi afferma nelle note di regia. C’è un tavolo da obitorio, una cucina economica sulla quale si preparano vivande vere, una tavola imbandita, tre celle che sembrano camerini di un negozio d’abbigliamento. C’è un water, da cui temiamo possa uscire di tutto. C’è uno schermo sul quale sono proiettate scene cartoon di danza macabra, e le immagini di un maiale, simbolo di sporcizia e ingordigia, ma anche di fecondità e benessere (il maiale è il mammifero la cui anatomia è più simile a quella umana, tanto da meritare l’approvazione del nostro inconscio). C’è anche una tastiera elettronica, parente povera del pianoforte che conferiva al film di Ferreri quell’aura fra nostalgico e decadente. E c’è infine una vespa della Piaggio, arrugginita eppure capace di traghettarci dagli anni Settanta al presente, con quello slogan anticonformista che la accompagnava e che qui è ripetuto come un refrain: Chi Vespa mangia le Mele!, con riferimento hot al frutto del peccato.

Tanti cattivi pensieri aleggiano in questo spettacolo scritto da Sinisi con Francesco Maria Asselta. In scena quattro attori assai bravi (Stefano Braschi, Ninni Bruschetta, Gianni D’Addario e Donato Paternoster) nel ruolo di mattatori e quatto attrici non meno credibili (Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri e Adele Tirante) a fare da sparring partner. Menzione speciale per Adele Tirante, buffamente capace d’incursioni nella lirica e nel burlesque.

Il film è uno snodo profetico e metaforico della pulsione alla ricchezza e alla prosperità dell’uomo occidentale. Ne sono protagonisti quattro uomini liberi e gaudenti che programmano la propria morte in un’orgia di cibo e lussuria. È la morale capovolta sia dell’antico apologo della Matrona di Efeso (perché Eros conduce a Thanatos), sia dell’Agape cristiana (perché il culto del cibo, inteso nella sua connotazione materialistica di status symbol e dipendenza, qui è foriero di morte anziché di vita).

Ma l’operazione di Sinisi e Asselta non è di semplice amarcord, perché ha la capacità di trasferire le atmosfere del film – disperatamente salaci, buffonescamente irriverenti – alla nostra civiltà edonista e opulenta: che non conosce il linguaggio della moderazione e deve confrontarsi quotidianamente con disturbi legati agli eccessi alimentari.
Bulimia e ipercolesterolemia, diabete e ipertensione, sono espressi attraverso una pletora di segni: gli audio in dialetto pugliese diventati virali; i jingle pubblicitari; i video di Save the children che precedono quelli demenziali di cui andiamo in cerca, e che tutti skippiamo allo scadere dei cinque secondi, anestetizzati come siamo al dolore e alla sofferenza.

Non è allora casuale la mascherina chirurgica con cui i quattro protagonisti maschili arrivano in scena. Dura un attimo, ma ci ricollega al presente e agli sketch del “Decreto quotidiano”, i laconici video su Facebook di un minuto con cui Sinisi ci ha fatto simpaticamente compagnia (ridendo castigat mores) durante la prima ondata Covid: quella del lockdown totale, dei Dpcm a gogò, della fame d’aria negli ospedali, dei camion dell’esercito pieni di bare. Il filo conduttore degli sketch era un mega-frigorifero colmo d’ogni prelibatezza, a stigmatizzare le nostre velleità di cuochi improvvisati sulla scia dei dilaganti programmi televisivi sulla cucina e dei libri di ricette.
Morire di cibo per non morire di noia: quella che stava per uccidere Gino Paoli (qui lo si cita come un tormentone) che tentò il suicidio all’apice del successo nel 1963. Morire di vanità: Sinisi sbeffeggia esibizionismo e pornografia e mette a nudo il maschio 2.0 in disarmo, capace solo di sesso virtuale e amori di plastica.

Ma “La grande abbuffata” è soprattutto uno spettacolo sul teatro. Quello come luogo fisico dove confluiscono presenze, sguardi, emozioni e calori. Quello che rifiuta streaming e piattaforme online. Altrimenti il prezzo è morire ibernati: come nella cella in plexiglass costruita da Biancalani, gigantesco cubo di ghiaccio che ingabbia un raggelato Donato Paternoster.
Troppa carne al fuoco? È lo stile di Sinisi. Soprattutto, è “La grande abbuffata”. Che raggiungerà il Metastasio di Prato da stasera a domenica 20 giugno, dopo il debutto al Teatro Fontana di Milano.

LA GRANDE ABBUFFATA
Dall’omonimo film di Marco Ferreri
Drammaturgia di Francesco Maria Asselta, Michele Sinisi
Scenografia Federico Biancalani
Direzione tecnica Rossano Siragusano
Con Stefano Braschi, Ninni Bruschetta, Gianni D’Addario, Sara Drago, Marisa Grimaldo, Stefania Medri, Donato Paternoster, Adele Tirante
Regia Michele Sinisi
Aiuto regia Nicolò Valandro
Produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Teatro Metastasio di Prato

Spettacolo inserito in abbonamento Invito a Teatro
Sono presenti scene di nudo integrale

durata: 1h 5’
applausi del pubblico: 3’

Visto a Milano, Teatro Fontana, il 10 giugno 2021
Prima nazionale

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