La Guerra ai tempi dell’amore di Jeton Neziraj

Jeton Neziraj
Jeton Neziraj

Se non fosse che in certi casi qualche brutto rischio lo si corre davvero, ci sarebbe da stare allegri a sentirsi chiamare “agitatori culturali”. Almeno le pressioni e le sofferenze, imposte dalla politica e dall’opinione pubblica, porterebbero con sé il riconoscimento di un valore.

Non sembra infatti dispiaciuto, né tanto meno preoccupato, Jeton Neziraj quando gli chiedo cosa significa essere un agitatore culturale in Kosovo.
Sorridendo mi risponde che è solo uno dei tanti epiteti che gli sono stati affibbiati; c’è pure “anti patriottico”, “filo serbo”, “jugo nostalgico”, “inquinatore di valori culturali” e così via.

Jeton Neziraj ha uno sguardo caldo e amichevole, sferzante di energia nuova. È il drammaturgo di Prishtina, la capitale del Kosovo. Non uno dei tanti. Nemmeno uno dei pochi. È ‘il’ drammaturgo. «La coraggiosa voce politica (spesso censurata) nel teatro del nuovo Kosovo», come ha scritto di lui Anna Maria Monteverdi, studiosa di teatro e autrice del documentario «Nuovo Teatro in Kosovo», di cui Jeton è protagonista.

È un “teatro mondo” quello che Neziraj porta in scena con i suoi testi: la matrice balcanica non impedisce l’apertura a ventaglio di una scala di valori e temi paralleli che, a seconda della realtà sociale, politica e culturale, appartengono ad ogni pubblico.
Anzichè partecipare alla definizione di un confine albanese, e di pretendere un passaporto geografico, Jeton ha già scelto di condividere un “passaporto culturale”. Al nazionalismo e all’esclusione, a stereotipi e condanne, ma anche alla tendenza della mente burocratica – che pure noi conosciamo bene – di considerare la creazione e il valore artistico solo in termini di numeri, importi e risultati, Jeton ha anteposto l’inclusione e la conoscenza intima che avviene attraverso la coesistenza, la cooperazione e il dialogo  interculturale.

Quello di Neziraj e di Qendra Multimedia, la compagnia da lui fondata nel 2002 – che vede recitare assieme attori serbi e albanesi – è  un nuovo teatro in una nuova nazione, che si sta ancora facendo e costruendo.

Nel 2008, quando il Kosovo si dichiarò indipendente, Neziraj veniva nominato direttore del Teatro Nazionale, ma dopo soli tre anni l’essere un agitatore culturale e per di più immune dal “numero di riconoscimenti”, sindrome dilagante tra le istituzioni culturali (collegata  alla corsa diplomatica per raggiungere il più alto numero di consensi all’indipendenza del Kosovo), gli costò la carica.
Tornato ad occuparsi di drammaturgia, ha dato vita a più di una quindicina di opere, tradotte e pubblicate in più di dieci lingue diverse, e oggi le sue commedie vengono rappresentate in gran parte dell’Europa e anche in America.
In Italia, non è ancora così facile assistere alla messa in scena di uno dei suoi testi. Lo scorso anno, il Festival Vie di Modena ha ospitato «Qualcuno volò sul teatro del Kosovo». Quest’anno la 28^ edizione di Intercity Festival ha voluto «Guerra ai tempi dell’amore», e per il momento bisognerà aspettare il prossimo 17 marzo per assistere ai Cantieri Teatrali Koreja di Lecce, a uno dei suoi testi più rappresentati «La distruzione della Torre Eiffel».

Guerra ai tempi dell'amore

Guerra ai tempi dell’amore

I testi di Neziraj non sono testi indulgenti.
In «Guerra ai tempi dell’amore» i personaggi sono umanamente portatori di contraddizioni, di aspetti ridicoli, effimeri, paradossali, grotteschi a tal punto da diventare disumani con sé stessi e gli altri. La pièce ha un sottomondo e un sopramondo capovolgibili come una clessidra.
È apparentemente ambientata in un salone di bellezza (non è un caso: dopo la guerra, in Kosovo, l’apertura di centri estetici ha avuto una crescita esponenziale) che si rivelerà essere in realtà, solo sul finire, un manicomio.
Quattro donne raccontano le loro storie d’amore mentre strappano, truccano, tagliano, limano senza pietà i corpi delle loro clienti.
Jenny è innamorata di Frank. Lui non è sicuro di amarla davvero, l’abbandona e parte per un viaggio, scoprendo durante la separazione di esserne veramente innamorato, ma al suo ritorno è Jenny a non esserlo più.
Emilie invece non crede di meritarlo l’amore, non ha mai avuto un ragazzo, e vive nell’angoscia e nell’attesa che un cancro al seno le si manifesti.
C’è poi Margarita, sposa di un uomo-serpente che la ama incondizionatamente. Lei invece riesce a stargli vicino solo di notte, quando lui, abbandonata la propria pelle, torna ad essere uomo.
Decide allora di bruciare la pelle-involucro, nella speranza di tener con sé solo la parte umana del suo sposo, ma lui morirà fra le sue braccia.
Una fiaba noir, struggente e ficcante da far rabbrividire e commuovere allo tesso tempo.

Infine c’è la vecchia signora che riuscirà a ricordare la propria storia, per la prima volta, solo nell’epilogo dell’intera vicenda. Follemente innamorata di un bel collonello, che ripetutamente ritorna a frammenti nella sua vita, scopre essere lui il soldato che, durante la guerra, uccise tutta la sua famiglia; e senza pietà lo ammazza.

Nessuno viene insomma risparmiato. Mentre l’ironia di cui sono costellati i dialoghi arriva fino ad un eccesso privo di cuore, incattivito da un prolungato dolore, rivelando molto più di quel che appare; i monologhi che ogni personaggio ricava per sé rivelano però l’intimità di un’anima.
Allo sguardo panoramico, al “vedersi da fuori”, si contrappone l’aprire “quel che c’è dentro”, che non permette più di pensare alla situazione ma di viverla.

La regia di Blerta Neziraj – compagna di vita di Jeton – colora di comica follia la messinscena. Inserisce la figura maschile (Shkelzen Veseli) – complice e allo stesso tempo vittima sacrificale – tra il quartetto di donne (Aurita Agushi, Shengyl Ismaili, Albulena Kryeziu, Molikë Maxhuni), e quasi a voler creare una spinta opposta alla drammatica intimità dei racconti (evitandone fortunatamente l’effeto lirico) combina assieme movimenti coreografici eseguiti a sincrono, rivisitazioni di brani pop, suoni sussurrati, canzoncine live, in un‘ambientazione che potrebbe sembrare un piccolo pezzo di cimitero perimetrato da miracolosi flaconi vuoti e tanti lumicini.

Drammaturgia e regia sembrano quindi spingere in direzioni opposte per convergere nello stesso intento: lacerare ciò che sta nel mezzo per lasciarlo uscire fuori.
In questo teatro, che ha trovato la sua forza tra le ceneri lasciate dalla guerra, si respira pienamente la voglia di parlare al pubblico di ciò che la società soffoca, nega, sopprime, nasconde.
“Per noi il teatro è come quando si ha una ferita e tu la tocchi non per creare pena ma per attivare un processo di guarigione. Certo, sentirai dolore mentre ti tocco, ma dopo starai meglio. Questo è quello che cerco di fare parlando di corruzione, terrorismo, discriminazione, nazionalismo… Cerco di far andare avanti la società, di non farla rimanere ancorata a un passato o al mito nazionalista, c’è molto di più. Non ho una missione, non credo di poter cambiare il mondo, ma forse posso contribuire a renderlo più umano. Credo sia questo il motivo per cui il teatro è stato creato, ed è questo il motivo per il quale noi facciamo teatro”.

Guerra ai tempi dell’amore
di Jeton Neziraj
regia di Blerta Neziraj
con: Aurita Agushi, Shengyl Ismaili, Shkelzen Veseli, Albulena Kryeziu, Molikë Maxhuni
coreografie: Adrienne Hart
musiche: Gabriele Marangoni
scene e costumi: Igor Vasiljev, Isidora Spasic

durata: 1h 10′
applausi del pubblico: 1′ 50”

Visto a Sesto Fiorentino (FI), Intercity Festival, il 17 ottobre 2015
Prima nazionale

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