La Letizia Forever di Teatrino Controverso: dramma familiare d’anni ’80

Letizia Forever (photo: Claudio Cavalli)
Letizia Forever (photo: Claudio Cavalli)

Gli anni Ottanta furono colore e lustrini, riflusso di furore e ed ebbrezza. Fu il decennio in cui ogni sogno sembrava possibile. L’Italia vinceva il Mundial, i politici invitavano all’ottimismo, l’economia sembrava lanciata verso un inarrestabile progresso. C’era la sensazione che le cose non fossero mai andate meglio. Sensazione effimera.
Ai “fabulosi” anni Ottanta seguirono i miserabili anni Novanta: Tangentopoli, sfaldamento politico, crisi dei grandi ideali, telecrazia.

A evocare quegli anni edonisti e rampanti ci pensa il monologo teatrale “Letizia forever”, coproduzione Teatrino Controverso / T22 / Acti Teatri Indipendenti, con Salvatore Nocera, testo e regia Rosario Palazzolo, di recente approdato al Verdi di Milano.

Un globo da discoteca, i mille colori di un mondo patinato. Trucco appariscente sulle labbra, una veste e una vita slabbrata. Furibonde interiezioni fuoricampo di Giada Biondo, Floriana Cane, Chiara Italiano, Rosario Palazzolo, Chiara Pulizzotto, Giorgio Salamone.
Uno spettacolo in palermitano stretto, a tratti urlato, introdotto dal timbro sussurrato di Viola Valentino, una delle cantanti pop di successo in quegli anni: «Che confusione di sbandati di fantasmi organizzati di macchine / Nelle stazioni i viaggiatori che s’inventano delle città per vivere / Signori fanno grandi affari rivendendo fuori le loro anime / Gente che ha almeno sette vite e neanche fosse dinamite le fa esplodere / Ma noi che di vita ne abbiamo una sola / E amiamo da sempre la stessa persona / E stiamo in silenzio per non disturbare / Siam gente che va sempre a finir male».

Impegnata o kitsch, la canzone italiana romantica degli anni Ottanta era un parco giochi variegato e sempre aperto. A narrarsi in quest’avvincente monologo di un’ora e mezza è una figura femminile stramba e sgrammaticata, partita da un Sud atavico, smarrita dentro una città-labirinto. Letizia, impersonata dall’estro di un Salvatore Nocera spiritato e assorto, è una donna grossolana e barbuta che può solo rimpiangere il decoro perduto. Come si perdono gli amori, gli affetti familiari, la bussola dell’esistenza, una purezza atavica.

C’è un che di timido, una ritrosia impacciata nei gesti e nelle reticenze di Letizia. Il monologo parte piano, a tratti pare ingarbugliarsi. Come in trance, Letizia viaggia a ritroso nella propria storia, pigiando i ricordi come si pigiava il tasto Rew dei mangianastri. Quel nastro si logorava fino a stritolarsi negli ingranaggi. Restava un fruscio tremante, a immortalare una ferita.
Dall’infanzia all’adolescenza, dai sogni alle fiabe. Poi la realtà nuda e cruda, il viso di un padre che muore, una famiglia che si sfalda, un marito che tradisce.

Un testo intriso di locuzioni idiomatiche, ibridazioni e solecismi disegna il corruscare di un’esistenza tempestosa, che promette attrattive e genera delusioni. Il sublime scivola nel comico, si arricchisce di tonalità fosche. La tragedia si stempera nell’ironia. Il riso coglie l’essenza dell’ambivalente natura umana. La lingua disarticolata, divaricata, violenta, trasporta lo spettatore in mezzo alla vicenda, immergendolo nelle trame della storia. Anche attraverso questa lingua nuda e schietta il racconto perde il carattere di finzione e guadagna quello di documento della condizione umana.
Letizia fa leva non sulla scienza del cuore, ma sul suo mistero, avvolgendo le proprie vicissitudini in un alone patetico di circostanze ingovernabili.

La verve logorroica e disperata di Letizia sfocia in uno sguardo languido, in una smorfia sardonica. Rimangono le canzoni di quegli anni, Pupo, Franco Simone, Santo California, Gianni Togni, Alberto Camerini, Alan Sorrenti; le proiezioni trasognate nel mondo dei divi della porta accanto; l’educazione sentimentale su “Tv Sorrisi e Canzoni”. E sbalzi melodici, pieni di sentimento e partecipazione, di bozzetti agrodolci. Per esorcizzare una profonda solitudine. Per esprimere un folle, tormentato, bisogno d’affetto e comprensione.

LETIZIA FOREVER
con Salvatore Nocera
testo e regia Rosario Palazzolo
e con le voci di Giada Biondo, Floriana Cane, Chiara Italiano, Rosario Palazzolo,
Chiara Pulizzotto, Giorgio Salamone
scene Luca Mannino
luci Toni Troia
assistente alla regia Irene Nocera
coproduzione Teatrino Controverso / T22 / Acti Teatri Indipendenti

durata: 1 h 30’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Milano, Teatro Verdi, il 7 febbraio 2017

Se apprezzi il nostro lavoro puoi farci una libera donazione. Grazie!


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *