La lezione di Peter Brook a Roma

The Suit - Peter Brook

The Suit – Peter Brook (photo: romaeuropa.net)

Ha ottantotto anni. Si prende un posto di rilievo in uno degli spazi ormai più prestigiosi di Roma. Si fa pagare (o forse lo fanno pagare) più di tutti.
Insomma: se stessimo parlando di politica, diventerebbe all’istante carne in pasto alle isterie pre-voto. E invece no. Perché la persona in questione è Peter Brook, ed avere la possibilità di incontrare ancora il suo teatro è soltanto una fortuna di cui esser grati. Un Brook che nella sua senilità brilla come la luce quieta di un calore assorbito con costanza per una vita intera, e ora lentamente rilasciato, in forma di tranquillità e sicurezza: i doni di un mestiere giunto alla perfezione.

Dopo aver diretto “Il flauto magico”, l’indiscusso maestro inglese del teatro contemporaneo torna a Roma con un adattamento di “The Suit”, romanzo scritto in pieno apartheid da un giovane autore sudafricano dalla vita troppo breve, Can Themba.

Il plot è molto semplice. In una baraccopoli si consuma il tradimento di una donna (Matilda, alias Nonhlanhla Kheswa) ai danni del marito (Philomen, ovvero William Nadylam). Come capita dalla notte dei tempi, Philomen torna a casa in anticipo e trova Matilda e l’amante in casa, facendo finta di accorgersi della presenza del terzo incomodo soltanto quando lo vede fuggire goffamente fuori dalla finestra.

Nella stanza da letto è rimasto, come una sorta di reliquia peccaminosa, dimenticato su una sedia, il vestito dell’uomo: l’occasione si rivela propizia per una vendetta asciutta, razionale e proprio per questo più profonda ed estrema.
Philomen costringe la moglie a trattare il completo rimasto appeso alla gruccia come un vero e proprio ospite: va fatto accomodare a tavola a pranzo, portato fuori a passeggiare, rimesso a dormire nell’armadio con estrema delicatezza.

Il vestito, assunto a simulacro del tradimento, diventa il centro drammaturgico attraverso cui passa l’involuzione inesorabile del rapporto fra i due coniugi. La scenografia è essenziale: qualche sedia, degli appendiabiti, la gruccia e il vestito, pochi altri suppellettili.
A fianco dei due attori già citati c’è Jared McNeill, poliedrico ed efficace in una serie di ruoli secondari, e un’orchestrina di tre componenti (chitarra, piano e tromba). Una cornice, insomma, di semplicità disarmante. In senso letterale, perché con questa semplicità Brook ci disarma dai canoni, dal gusto, dai preconcetti: ci insegna da capo il teatro come dovrebbe sempre essere.

Non passa il tempo del prologo iniziale (a testimoniare l’uso fertile della tradizione) che già riconosci, nel battere e levare dei gesti, nel ritmo con cui gli attori passano dalla narrazione esterna all’interpretazione interna del ruolo, nella transizione musicata e fluida delle scene, nell’evocazione di oggetti invisibili (l’acqua per pulirsi al mattino, le stoviglie della colazione), le note di una partitura corale, di un unico spartito per musica, corpi e voci.

Il dinamismo scenico è tutto affidato alla fantasia: gli appendiabiti diventano senza apparente fatica una porta, l’interno di un bus, una finestra da cui scappare.
Le intermittenze tra musica e parlato si dispongono in battute che potresti quasi seguire col piede, secondo un ritmo così levigato dal lavoro e dall’esperienza del regista, così precisamente e spontaneamente eseguito, che si riesce a coglierne l’individualità stilistica anche se si assiste per la prima volta ad una messa in scena di Brook.
La scena in cui Matilda infila un braccio nella giacca e, stringendosi da sé, comincia a ballare con la gruccia, rivela la stessa genialità di sguardo di quegli scienziati che rivoltano il mondo soltanto osservando con occhi nuovi ciò che da sempre era sotto il naso di tutti.
«Posso scegliere un qualsiasi spazio vuoto e dire che è un nudo palcoscenico. Un uomo attraversa questo spazio vuoto mentre un altro lo sta a guardare, e ciò basta a mettere in piedi un’azione scenica» scriveva Brook nel suo famoso “The empty space”, tradotto in italiano come “Il teatro e il suo spazio”.

Il vecchio Brook, se possibile, è diventato ancor più apollineo. La sua è una drammaturgia di linee, che come in certe opere di Calder diventano segno e fragile corpo nell’alternanza di vuoti e pieni: attraversano il vuoto per rivelare il pieno, e viceversa, innescando una danza delicata che riesce a non diventare mai troppo intellettuale, a rimanere sorgiva. Se vogliamo cercarle, queste linee delicate, sono davvero ovunque: nelle sedie, che hanno schienale e seduta vuoti, essendo composte solo dallo scheletro; nel rettangolo mobile degli appendiabiti; c’è la linea vocale, verticale, che la voce degli attori percorre nei cinque o sei assoli cantati (fra cui è splendido quello della Kheswa); c’è una linea che ci viene dritta contro, infrangendo la quarta parete, ed è quella di una recitazione spesso allocutiva, rivolta al pubblico in un coinvolgimento che sarà anche fisico; c’è ovviamente la linea del plot, anch’essa curva perché ellittica, avanzante per episodi e piccoli strappi significativi, come quello della festa finale in casa dei due protagonisti.

E non bisogna dimenticare una linea carsica, quella dell’atroce contesto storico, dell’apartheid e del non detto di violenza, che emerge esplicitamente soltanto nelle dita mozzate di un chitarrista amico di Philomen e seviziato dai bianchi.

Sarà la recente regia del “Flauto magico”, ma la sapienza del maestro sembra talmente insufflata negli interpreti, che vien quasi da cercare Brook in abito nero sotto al proscenio, a dirigere con una bacchetta in mano. L’esito felice del lavoro passa anche per un certo ‘mood’ che accomuna gli attori, tutti straordinari, una confidenza che ne aiuta la continua entrata e uscita dai personaggi (verso il finale Nadylam prima narra una scena, poi la esegue: un esercizio d’attore difficilissimo).  

A “The Suit” si potrebbe forse criticare il mancato coraggio di eliminare del tutto i riferimenti all’apartheid, confinati in un paio di monologhi, invece di spostare completamente la violenza nel sottotesto e nel piano metaforico dell’apologo domestico, dove il vestito appeso alla sterile gruccia diventa il simbolo dell’imperdonato, della mancata remissione da cui nasce il male.

«Forgive and forget», dice un amico a Philomen, che non riuscirà a seguire il consiglio. Eppure sul finale e su tutto il dramma si stende un calore flebile, invisibile ma persistente. Sarà che chiudere sentendo un’aria di Bach lascia sempre panorami elisi nella mente. O sarà che, mentre applaudiamo sul palco anche i tre spettatori chiamati in scena durante lo spettacolo, ci accorgiamo della semplice verità realizzata da Brook: il teatro è stato, ancora una volta, comunità; come comunità ci ha chiamato a partecipare, a riconoscerci in un’analisi che non diventa pervasiva e limitante proprio perché è teatrale, costruita sul vuoto, un vuoto che lo spettatore può riempire con fantasia ed esperienza personale; come comunità, infine, meritiamo di godere esteticamente i frutti migliori di chi, come quest’anziano maestro, ci dimostra che, se davvero trovi la vita interessante e non ti annoi di scoprirne gli infiniti albedi luminosi o gli angoli di male opaco, e continui a credere nel valore di condividerli, allora non invecchi proprio mai.

The Suit
tratto da: The Suit di Can Thembat
traduttore: Luca Delgado
adattamento, messa in scena e musiche: Peter Brook, Marie-Hélène Estienne e Franck Krawczyk
con: Nonhlanhla Kheswa, Jared McNeill, William Nadylam
musicisti: Arthur Astier (chitarra), Raphaël Chambouvet, (piano), David Dupuis (tromba)
luci: Philippe Vialatte
elementi scenici e costumi: Oria Puppo
assistente alla regia: Rikki Henry
produzione: C.I.C.T. / Théâtre des Bouffes du Nord Coproduction Fondazione Campania dei Festival / Napoli Teatro Festival Italia, Les Théâtres de la Ville de Luxembourg,
Young Vic Theatre, Théâtre de la Place – Liège
con il supporto di C.I.R.T.
co-realizzazione a Roma Palladium Università Roma Tre Romaeuropa e Teatro di Roma
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 5′

Visto a Roma, Teatro Palladium, il 15 febbraio 2013


 

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