Da Anna Barsotti la lingua della “famiglia” teatrale di Emma Dante

La lingua teatrale di Emma Dante
La lingua teatrale di Emma Dante

Photo: edizioniets.com

In occasione delle ultime repliche di “Vita Mia” è stato presentato a Roma, a gennaio, il volume “La lingua teatrale di Emma Dante”, scritto da Anna Barsotti e pubblicato da Ets.
Il saggio, che analizza i tre spettacoli della “trilogia della famiglia” (“Mpalermu”, “Carnezzeria” e appunto “Vita mia”) è un’attenta analisi della lingua teatrale dell’autrice e regista palermitana, messa in continua relazione con la lingua italiana e siciliana: un percorso che, partito dal lavoro scenico (i tre copioni), è poi anche diventato testo (“Carnezzeria. Trilogia della famiglia siciliana” uscito nel 2007 per Fazi).

Anna Barsotti, docente di Discipline dello Spettacolo presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa, nell’introduzione spiega come il libro abbia una struttura innovativa e sia double-face, potendo essere letto al contrario.
Cogliamo così al volo l’invito e partiamo dalla fine.
Eccoci, dunque, ai “percorsi bibliografico-artistici”, dove la biografia della Dante viene affiancata al percorso della compagnia Sud Costa Occidentale, da lei fondata nel 1999. Emerge subito da un lato l’attaccamento all’isola, dall’altro una vocazione continentale ed europea che porterà la regista in giro per l’Italia fin da subito, e poi la sua compagnia impegnata in coproduzioni e tournée all’estero.

L’analisi dettagliata dei tre spettacoli, cuore del secondo capitolo, porta a desumere alcune basi comuni nel lavoro dell’artista: in primis il rapporto “madre-figlio” tra la Dante e i suoi attori, un rapporto a tratti ossessivo, che sfocia quasi nel lutto di chi lascia la compagnia, attratto magari da altro teatro, o nell’abnegazione dello zoccolo duro, che resiste sin dalla creazione del gruppo. Il capitolo svela anche come questo sia un teatro che si forma e si sviluppa con la mentalità e il criterio dell’attore (Dante si è diplomata attrice alla Silvio d’Amico).

Ed è ancora il legame familiare a rappresentare il leitmotiv dei tre testi. La famiglia descritta da Emma Dante è vista nel suo lato oscuro, fatto di timori e veleni, e reso più carnale dall’uso del dialetto. E’ proprio il rapporto lingua-dialetto ad essere il fulcro del primo capitolo: un rapporto che cambia quando muta la funzione del testo, portando la Dante a reimparare e reinventare una lingua. “Lingua anche come polifonia variabile di dialetto e italiano, elaborata per e attraverso la scena”.

L’artista viene paragonata, nella premessa, ad illustri scrittori conterranei (dai veristi a Pirandello, da Sciascia a Tomasi di Lampedusa), mettendo in evidenza analogie e differenze nel rapporto di amore/odio con l’isola-mondo (la Sicilia, appunto) e nell’attrazione con l’Europa. Il rapporto con la madre patria, soprattutto, si sviluppa da una condizione di isolamento (dato dalla connotazione geografica), nella fuga (verso il continente) e da un ritorno (sia esso fisico o solamente emotivo e spirituale).

Un volume esaustivo, minuzioso. Una monografia critica che omaggia una protagonista assoluta della scena contemporanea e il suo percorso che, in dieci anni, l’ha portata dagli spazi off palermitani alla prima della Scala, tra acclamazione e dissenso.

Anna Barsotti
La lingua teatrale di Emma Dante. mPalermu, Carnezzeria, Via mia
pagg. 266
Edizioni ETS
2009

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