La mia India. Diario di viaggio di Koreja

Chandni Chowk, il mercato dei fiori (photo: Paola Pepe)
Chandni Chowk, il mercato dei fiori (photo: Paola Pepe)

Un caleidoscopio di suggestioni e contrasti, giustapposizioni di luci e ombre, stratificazioni di odori e denti imperfetti e bianchissimi. Polvere e sudore. Colori e rumori violenti riverberano contraddizioni ad ogni angolo. Le strade brulicano di vita come vermi su un corpo in decomposizione. Un immenso teatro di verità si offre nudo con la sua povertà e penso al sistema delle caste, la sua ricchezza e la sua storia.
E per quanto tu conosca, non conosci mai abbastanza. Per quanto tu abbia visto non hai visto mai a sufficienza.

L’india non ti risparmia niente, ma neanche si risparmia di nutrire l’anima di chi la abita, anche se per pochi giorni.

Riavvolgo il nastro.
Per noi, in realtà, si tratta di un ritorno. Ci siamo già stati l’anno scorso con “Giardini di Plastica”. Quest’anno portiamo “Il pasto della Tarantola” e celebriamo il matrimonio fra i sapori salentini e il palato speziato dell’India.

Partiamo da Lecce in sei, diretti verso l’aeroporto di Bari. Scalo a Istanbul con prima tappa a Mumbai, l’antica Bombay, ospiti del Consolato Italiano.
Sul momento non capiamo esattamente quanto duri il volo. Spostiamo di tre ore e mezzo in avanti il nostro orologio.

All’arrivo ci accolgono le fredde luci dell’alba e il caldo umido del giorno che nasce. Per molti chilometri lungo la strada che dall’aeroporto ci accompagna in centro si staglia Dharavi, la più grande baraccopoli dell’Asia. Guardarla, anche solo da lontano, fa a pezzi. Scava l’anima, la taglia. Credo che per un occidentale sia facile scambiare la povertà per spiritualità, ma lì, fra quelle costruzioni fatte di mattoni spaccati, carta, teli di plastica e tetti di amianto e lamiera, c’è la verità di un presente irrisolto.
La metropoli con un passato glorioso e i grattacieli abbracciano la povertà più assoluta. In città alberi enormi e rigogliosi convivono con l’inquinamento. Stormi di grossi corvi neri sono appollaiati sui rami. Ce ne sono centinaia, e il loro gracchiare assordante si perde fra i clacson.
Seppur di origine religiosa, la spiegazione della loro così numerosa presenza lì riporta alla mente scene di hitchcockiana memoria.

Il sole è alto e fa molto caldo. I 35° annunciati in Italia dal meteo ci accolgono a braccia aperte, come i portieri dell’albergo in cui siamo alloggiati.
Raggiungiamo il Consolato per un primo sopralluogo e facciamo un giro veloce da turisti. Visitiamo il Gateway of India, punto di ritrovo sul mare per visitatori e indiani, e la stazione ferroviaria Chhatrapati Shivaji, l’antica Victoria Terminus chiamata familiarmente VT, patrimonio Unesco dell’umanità.

L’aria ha odore forte di frutta, di spezie e di guano. Quell’odore ci resta addosso come un tatuaggio.
Nella piazza davanti al Gateway c’è il business delle foto fatte e stampate al momento. Ci lasciamo sedurre da un giovane indiano dal sorriso gentile, mentre alcune famiglie del luogo si avvicinano a turno e chiedono di poter fare un selfie con noi. Stentiamo a credere a quella richiesta motivata solo dal fatto che siamo turisti bianchi.

Il giorno successivo al Consolato fervono i preparativi per lo spettacolo. Le due repliche sono piene e siamo molto curiosi ed emozionati: insieme al Console e a Patrizia, il nostro contatto oltre che angelo custode e guida, ci saranno ospiti indiani ed italiani, ma anche turisti giramondo.
Risolviamo alcuni problemi, montiamo e allestiamo lo spettacolo in attesa del pubblico.

Patrizia ci racconta della vita a Mumbai, delle religioni e delle sette che convivono ciascuna con i propri dettami e le proprie regole; parliamo dei rapporti fra Italia e India e di come fare le friselle.

Accogliamo il pubblico sulla grande porta a vetri. Sono tutti gentili e cordiali. “Il pasto della Tarantola” è una degustazione teatralizzata molto particolare e non sanno esattamente cosa li aspetti.
Dopo lo spettacolo ci tratterremo a lungo: ognuno ha un ricordo più o meno recente dell’Italia o del Salento. Una proposta o un contatto da darci. Sono molto entusiasti, compreso il Console, e noi soddisfatti.

Andiamo a mangiare in un locale tipico: cucina speziata e piccante, dolci dai sapori intensi e salse della tradizione. Assaggiamo, fra gli altri, il riso biryani insaporito da zenzero, aglio, peperoncino e garam masala, il caratteristico mix di spezie tritate dal sapore particolarmente caldo e intenso, il chapati, pane non lievitato di farina integrale di frumento, e il masala dosa, un piatto tipico del sud dell’India: pare sia al quarto posto fra i cibi da assaggiare assolutamente prima di morire.

Il giorno dopo abbiamo l’aereo per Nuova Delhi, saremo ospiti dell’Ambasciata e dell’Istituto di Cultura Italiana.
Ad accoglierci nel nostro albergo due indiani Sikh coi turbanti colorati e il lusso un po’ kitsch di tanti stili messi insieme: dalle statue di marmo ai lampadari in cristallo, dalla moquette agli affreschi coi putti alle pareti.

Ci informano che al diciannovesimo piano c’è un party, ma preferiamo andare a riposare: la giornata successiva sarà dedicata ai sopralluoghi e quindi lunga e faticosa.

Al risveglio facciamo un’abbondante colazione e sorseggiamo masala chai, un decotto di the nero con una miscela di zenzero, semi verdi di cardamomo, anice, cannella, semi di finocchio, pepe e chiodi di garofano.

Sul tardi un taxi ci accompagna a destinazione. La direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura ci accoglie per il pranzo. Alessandra Bertini Malgarini ci appare subito come una donna forte e risoluta; la sua energia è pari al potere del suo sorriso.
Troviamo riparo nel fresco giardino del Diva, il ristorante italiano dell’Ambasciata. Nel pomeriggio incontriamo l’ambasciatore, uomo affascinante e cordiale. Respiriamo incenso mentre sorseggiamo un caffè e parliamo di noi, del teatro e dell’Italia. Chiacchieriamo e visitiamo la sua residenza.
Nel pomeriggio tappa all’Istituto di Cultura e all’Oxford BookShop, una modernissima libreria polifunzionale al centro di Delhi con annesso ristorante.

Nonostante la fatica e le pochissime ore di sonno ci divertiamo molto e ci misuriamo ogni giorno con un nuovo imprevisto da risolvere.
Un pomeriggio di pioggia inattesa ci regala veri e propri momenti di panico, compreso il black-out totale alla villa dell’ambasciatore.
Per tutte e tre le sere consecutive il nostro spettacolo riscuote successo.

La carnalità dei colori e i profumi terragni dei cibi allineati sui vassoi illustrati dall’evocazione di feste popolari e antichi riti, uniti al sottile piacere di provare sulla lingua i sapori del lampascione, della scapéce, del vino, dei pomodori secchi, degli africani, si mescolano alle contraddizioni circostanti, in una sorta di esperienza, tutta teatrale, di scomposizione alchemica degli elementi che compongono il magma saporito del Salento in India.

L’ultima sera restiamo a lungo a chiacchierare con l’ambasciatore, godendo del fresco della sera. Ci parla dei suoi libri e dell’Oriente, del fascino della filosofia di Osho e della seduzione del suo assumere comportamenti apparentemente in contrasto con l’immagine tradizionale di un individuo illuminato.

La mattina di sabato la dedicheremo alla cultura. Ci alziamo molto presto e prendiamo un tuk-tuk per andare nel cuore della città antica. Questi piccoli ed economici taxi sono molto simili alle nostre “Api Piaggio”. Come a Mumbai, le macchine, i taxi e gli stessi tuk-tuk chiedono, persino con adesivi posti sul retro del veicolo, di utilizzare i clacson il più possibile, e vengono sistematicamente accontentati dagli altri automobilisti, creando un frastuono a cui non siamo abituati.

Jama Masjid, la moschea più grande dell’India, sovrasta Chawri Bazar, la strada centrale di Old Delhi. Ci sono tre ingressi e per accedere all’entrata principale, la porta orientale, si attraversano le bancarelle del Meena Bazar, facendosi strada tra i venditori di oggetti usati o destinati ai turisti.
Uno scalone monumentale conduce al portale. Togliamo le scarpe.

Il silenzio all’interno restituisce subito la dimensione del sacro. I mattoni rossi incorniciano le quattro torri e i due minareti. Quel frammento di Islam trasuda storia.
E’ immensa, ci raccontano che può contenere fino a 25.000 fedeli.

All’uscita scegliamo di proseguire a piedi ma un giovane dagli occhi profondi e il sorriso aperto ci invita a salire sulla sua bici per soli 10 rupie. Tre persone per ogni bicicletta con rimorchio. Due biciclette per sei, ci sembra perfetto.

Lalu è una guida eccezionale. Facciamo amicizia. Ha 29 anni e gambe robuste. Parla sette lingue e il suo italiano è ottimo. Lo ha imparato dai turisti, come del resto le altre lingue che conosce.
Ci racconta ogni segreto di Chandni Chowk, uno dei più antichi e più frequentati mercati di Old Delhi: la ‘strada dell’argento o della luna’, nel cui centro correva uno dei canali di irrigazione progettati per l’adiacente giardino privato della principessa. Celebre un tempo come la strada più ricca del mondo per la straordinaria quantità di merci pregiate che le sue botteghe offrivano ai mercanti giunti dall’intero pianeta, Chandni Chowk è una meta turistica assai conosciuta.

Le sue strade tortuose, le mille botteghe, i templi di ogni confessione, umanità e mestieri convivono con le pecore della strada musulmana pronte al sacrificio, con le scimmie e gli scoiattoli che abitano i vicoli e con le mucche simbolo di ahimsa, la non-violenza, la dea madre portatrice di buona fortuna e ricchezza.

Lalu ci chiede cosa vogliamo comprare e ci spiega che, proprio come un tempo, il mercato è settoriale. Le spezie, i fiori, gli addobbi per il matrimonio, gli argenti, le stoffe e così via. In base a quanto vogliamo spendere ci porterà nelle varie zone del mercato.

Lo shopping riserva molte sorprese, ma quello che proprio non possiamo immaginare è il tour secondario che ci aspetta, lontano dai percorsi turistici ufficiali. Un tour che ci regala uno spaccato di Old Delhi che non dimenticheremo mai.

Il nostro compagno di viaggio ci fa scendere in un vicolo che sembra senza uscita e ci invita ad entrare in un portone buio. Lo seguiamo con fiducia. Il terreno sotto i nostri piedi è sconnesso. Lentamente i nostri occhi si abituano all’oscurità.

Lì risiede la più antica civiltà della terra. Lì, in quel buio, convivono le radici e il cielo, la saggezza degli anziani e delle loro rughe con gli occhi sgranati dei bambini.
Lì, in quel portone, c’era una volta l’india, e c’è ancora e ti si attacca addosso.

Il profumo delle spezie è dieci volte più forte, tanto forte da far girare la testa. Perché, nella penombra, ogni senso è più pronto. Più ricettivo.
Un grande presepe ci offre le sue strade come viscere e vene. Ad ogni angolo una piccola stanza custodisce sacchi di spezie profumate e foglie di betel, verdissime e lucide.
Il rumore del mercato è quasi impercettibile, sembra di essere stati inghiottiiti nel fondo del fondo, eppure saliamo.

Lalu ci conduce al piano superiore su per una scala piccola e stretta. Adesso possiamo affacciarci e godere la vista del chiostro interno della moschea che ospita la scuola di Corano. Saliamo ancora per una scaletta ancor più angusta. La luce ci restituisce lentamente la vista dei tetti e dell’intera città. Vuoto d’aria. Impossibile trovare parole adatte.

In silenzio sono io che ingoio ogni cosa: ingoio la pace di questo stato costituzionalmente laico e ingoio le esplosioni di violenza a matrice religiosa che mi bombardano dai Tg, ingoio la fame e i bambini denutriti, ingoio il fetore dell’immondizia sui tetti.
E contemporaneamente ingoio l’odore di una terra dove i misteri si fondono l’uno con l’altro, in una ragnatela naturale senza tempo, ingoio i colori forti, vivi e intensi di un’identità lontanissima dai modelli occidentali di bellezza e omologazione, ingoio anelli al naso, bracciali e cavigliere, vistosissimi ed eccentrici abiti che fanno delle donne piccole e minute principesse d’altri tempi.
Ingoio e tutto si mescola alla vista di quel cielo.
Quando il giorno dopo ripartiamo, sono ancora lì. Namaste.

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