La Nebbia della lupa: il teatro iper-sensoriale di Stalker

Photo: Giorgio Sottile
Photo: Giorgio Sottile

«Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa sia una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Sicché, non è una pipa».
(René Magritte)

Con queste parole il celebre pittore belga commentava il suo stravagante capolavoro del 1928, “La Trahison des images” o, per gli amici, semplicemente “Ceci n’est pas une pipe”. Una riflessione a colori sulla capacità di emanare “verità” e sul rapporto, così caro alle avanguardie storiche, tra arte e vita. Come sappiamo, d’altronde, tale “supposizione di esistenza” è il perno su cui si regge l’intera illusione scenica; di conseguenza il richiamo pittorico non poteva mancare nella nuova produzione di Stalker Teatro, compagnia – da sempre – attentissima alle contaminazioni fra teatro e arte contemporanea.

La sua “Nebbia della lupa”, nuovo debutto in scena la scorsa settimana sul palco delle Officine Caos di Torino, si prefigge infatti uno scopo “figurale”: «Rilanciare “visioni iniziatiche” di cui gli spettatori sono invitati a divenire co-autori. Un teatro immaginario che scaturisce dalla sostanza concreta degli atti performativi che indagano il mistero da cui tutti provengono e a cui si è naturalmente attratti».

Come elementi di raccordo fra gradinate e scena, il disegno registico tracciato da Gabriele Boccacini sceglie di collocare, a sinistra, la postazione musicale di Simone Bosco – che fa risuonare, oltre al proprio mixer, oggetti d’uso domestico, i quali perdono in questo modo la propria natura dozzinale, caricandosi della proverbiale “aura” mistica – mentre a destra, un cavalletto di legno con tela bipartita: si tratta di una sorta di surrealistico yin e yang. Da una parte la pipa di cui sopra, dall’altra la lupa eponima.
A legare le due metà, il percorso tortuoso del fumo, che – attraversando la linea di mezzadria del quadro – diviene flusso cerebrale. Lo spazio scenico è, come d’abitudine, spoglio e cupo: saranno i tre ottimi performer (Stefano Bosco, Erika Di Crescenzo e Dario Prazzoli) – entrando e uscendo dalle quinte laterali – a decorarlo con il loro moto coreografico. Uno spettacolo, questa “Nebbia della lupa”, che si carica – nel suo farsi – di animismo e di percezioni multiple: sono infatti chiamati in causa la vista, l’udito e persino l’olfatto. Una performance, insomma, iper-sensoriale.

Con il sostantivo “lupa” (glossano le note di regìa) si allude a quel sottile strato di nebbia che è solito addensarsi al di sopra della superficie marina dello stretto di Messina, per poi lambire la costa grazie al soffio dei venti. Sicché il primo quadro vede i tre protagonisti in veste di pescatori, circondati da un vapore salmastre, lieve e insieme inquietante. A scandirne i passi, la voce narrante, parzialmente meccanica, di Adriana Rinaldi, che guida i loro movimenti – sempre ampi, puliti e amabilmente in sincrono – stimolando la fruizione da parte del pubblico. Compaiono qui anche, come elementare rimando, tre pesci di plastica.

«Ci sono tuttavia diverse ipotesi sull’origine del nome. Nell’ambito del Cristianesimo, il lupo è da sempre stato identificato con il diavolo, declinato al femminile, per identificarvi la causa del male; secondo un’altra ipotesi, il nome di tale fenomeno deriverebbe dalla locuzione dialettale “avere la lupa nello stomaco” (traducibile in “avere una fame da lupi”) che caratterizzava la condizione dei pescatori [siciliani], in tutte le circostanze in cui, a causa della presenza della nebbia in mare, non erano in grado di rientrare poiché impossibilitati a individuare la luce del faro. Un’altra tesi vuole che il nome lupa derivi dal suono, simile ad un ululato, che le imbarcazioni emettevano per segnalare la propria posizione in mare in caso di nebbia».

In questo clima tra il sinestetico e l’onirico, si sussegue un tourbillon di figure allegoriche, cambi d’abito, scale cromatiche, maschere, ventagli, lanterne cinesi dei colori dell’iride, teste equine (à la “Midsummer Night’s Dream”), elmi celtici, epifanie sciamaniche. Un’estetica compositiva ed esecutiva (basti pensare alle ombre dietro il velo o al lento spegnimento delle luci colorate) che ricorda da vicino il fratello maggiore di questo spettacolo, “Drama Sound City”, presentato durante la passata stagione di CAOS.
“La nebbia della lupa” invischia dunque lo spettatore in una rete di percezioni differenti, stimolando la sua ricostruzione critica e creativa; o, per meglio dire, lo trincera all’interno di una muraglia di suggestioni dalla quale gli è difficile evadere.

LA NEBBIA DELLA LUPA
Progetto e regia: Gabriele Boccacini
Performer: Stefano Bosco, Erika Di Crescenzo, Dario Prazzoli
Voce: Adriana Rinaldi
Musiche originali OZmotic eseguite dal vivo da Simone Bosco
Luci e suono: Sancio Andrea Sangiorgi e Giorgio Peri
Scene e costumi: Stalker Teatro – assistente all’allestimento: Gaia Conti
Produzione: Stalker Teatro
Con il sostegno di MiBACT, Regione Piemonte, Città di Torino

durata: 50’
applausi del pubblico: 3′ 30”

Visto a Torino, Officine Caos, il 24 marzo 2018
Prima nazionale

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