La notte del Kamerni Teatar ’55. Perché la Storia riguarda tutti

La notte di Helver

Ermin Bravo e Mirjana Karanovic (photo: Ilaria Costanzo)

Negli imponenti spazi della Stazione Leopolda di Firenze, con lo sguardo ancora proteso in alto, in cerca di un gabbiano di cui sembra giungerci l’eco lontana, come un battito d’ali, assistiamo a “La notte di Helver”, del Kamerni Teatar ’55, per la regia di Dino Mustafic.

Il gruppo merita un’attenzione particolare per la testimonianza che viene a rappresentare. Durante il terribile conflitto che agli inizi degli anni ’90 devastò la ex-Jugoslavia, il Kamerni Teatar ‘55 continuò ad andare in scena (talvolta con l’ausilio delle sole candele) in una Sarajevo sotto assedio, producendo ben ventotto debutti. Ora lo ritroviamo qui, in occasione di Fabbrica Europa.

Mentre nella messinscena de “Il gabbiano” del Teatro Nazionale Serbo tutti gli sguardi erano puntati sull’astro fulgente di Tomi Janežič, stavolta al centro dell’attenzione sono i due osannati protagonisti: Ermin Bravo e Mirjana Karanović, presente in molti film di Kusturica, Orso d’oro a Berlino, e nomination all’Oscar per “Il segreto di Esma”.

Ambientato negli anni Trenta, “La notte di Helver” si svolge nello spazio temporale di una notte all’interno di una cucina minuziosamente ricostruita, nella quale si dipana una storia che ha come nucleo centrale il rapporto materno tra una donna (Carla) e un minorato psichico (Helver). La donna ha alle spalle un triste passato, segnato da un abbandono, che ancora incombe su di lei; Helver è invece affascinato dalle azioni punitive delle squadre naziste che pullulano in città, alle quali vorrebbe partecipare da protagonista, inconsapevole di come queste lo vedranno coinvolto tragicamente, senza alcuna via di scampo.

Il rapporto familiare è caratterizzato in scena dall’intrecciarsi di amore e odio, dolcezza e violenza, dinamismo e stasi, mentre all’esterno si prepara un clima di crescente brutalità, che finirà col devastare il destino dei due protagonisti.

Un testo compatto e potente, quello scritto da Ingmar Villquist (pseudonimo del drammaturgo polacco Jaroslaw Swierszcz) che, ad eccezione del finale dalle tinte un po’ melodrammatiche, offre allo spettatore un intreccio drammaturgico sviluppato appieno, senza intoppi o cedimenti di ritmo, in cui madre e figlio sono avvinghiati in un rapporto profondo e viscerale, del quale a poco a poco emerge la drammatica natura.

La notte di Helver

Photo: Ilaria Costanzo

“La notte di Helver” è un’analisi attenta dell’essere umano colto in molte delle sue sfumature, nelle sue diversità e nelle sue paure della diversità, negli egoismi e nei tentativi di redenzione. Un’indagine che si sofferma su rapporti familiari infranti e su come il passato incomba sul presente, pronto a devastare ciò che si è con fatica costruito. Ma è anche un’indagine sul “conflitto”, inteso nelle sue varie accezioni.

Nella violenza di cui ci giunge l’eco e che si riverbera in modo prepotente nel rapporto tra Carla ed Helver, in un clima da Germania nazista, si respirano gli acri fumi dei tanti conflitti civili ancora in atto, e da questo punto di vista il testo di Villquist è molto efficace per attualità e per capacità di generare impulsi che, a poco a poco, costruiscono una struttura drammaturgica altra rispetto a quella che osserviamo in scena, come a dire che la Storia, prima o dopo, ci riguarda tutti.

LA NOTTE DI HELVER
regia: Dino Mustafic
drammaturgia: Ljubica Oostojic
scenografia: Kemal Hrustanovic
interpreti: Ermin Bravo, Mirjana Karanovic
direttore di scena: Rade Jaglicic
produttore: Nusret Ceman
direttore: Zlatko Topcic
luci: Elvedin Bajraktarevic, Nino Brutus
suono: Edin Hajdarevic
attrezzisti: Mirsad Imamovic, Senad Bešic, Milan Novic
trucco: Jasmina Hadžic
costumi: Ramiza Saric

durata: 1h 28′
applausi del pubblico: 2′ 10”

Visto a Firenze, Stazione Leopolda, il 17 maggio 2014


 

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