L’Antigone di Eco di Fondo: la notte più lunga di Ilaria Cucchi

Barbone e Viana (photo: Chiara Asoli)
Barbone e Viana (photo: Chiara Asoli)

«Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino / non avevano leggi per punire un blasfemo, / non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, / mi cercarono l’anima a forza di botte»
(Un blasfemo, Fabrizio De André).

Il mito per parlare del presente. La tragedia greca per raccontare una storia esemplare e renderla viva attraverso i dialoghi e le azioni dei personaggi.
Torna il teatro in sala dopo sei mesi di streaming e sperimentazioni digitali. All’Elfo Puccini di Milano è di scena “La notte di Antigone” di Eco di Fondo, compagnia milanese che trasfigura nella poesia e nel sogno temi fra etica e diritti umani.
Avevamo apprezzato Eco di Fondo in “Orfeo ed Euridice” (con la regia di César Brie), “Sirenetta”, “O.Z” e “Dedalo e Icaro”, allegorie per argomenti complessi come l’eutanasia, l’identità sessuale, l’immigrazione e l’autismo.

Nella sala di corso Buenos Aires l’emozione è palpabile. Sei mesi di chiusura dell’arte sono un unicum nell’Italia contemporanea. Neppure le bombe delle guerre mondiali avevano fermato l’attività dei teatri.
È il 4 maggio, siamo al debutto. In platea i posti disponibili con le norme anti Covid sono sold out fino all’ultima replica. Tra gli spettatori, un’attrice tra le più brave della scena italiana si scioglie in lacrime liberatorie. Anche sul palco si avverte la fragilità di riprendere il dialogo interrotto, la difficoltà di rompere il ghiaccio.

Antigone è una storia d’affetti familiari e morte, che parte da Sofocle e giunge ai nostri giorni attraverso Alfieri e Anouilh. È la ragione del cuore e del legame di sangue, contro l’ipocrisia e la ragion di stato.
“La notte di Antigone” è la vicenda di Stefano Cucchi, morto a 31 anni all’ospedale Sandro Pertini di Roma nel 2009 in seguito alle violenze subite da un gruppo di carabinieri. Antigone è Ilaria, sorella di Stefano, che si batte per custodire la memoria e salvare la dignità di un ragazzo fragile con tutte le sue ambivalenze. Ilaria Cucchi, con forza e coraggio, si è battuta contro chi, indossando una divisa militare, una divisa ospedaliera o una toga, ha decretato che suo fratello Stefano poteva morire con lo stigma di ragazzo tossicodipendente.
Una storia di pestaggi, depistaggi e collusioni. La Giustizia ha fatto il suo corso. La sentenza d’appello, proprio lo scorso 7 maggio, ha inasprito le pene per i carabinieri imputati per le violenze che hanno determinato la morte di Stefano.

La scena della sala Fassbinder è un ogivale di mattoni bianchi. Attorno, si alzano veneziane metalliche come porte-finestre serrate. Lo spazio si fa claustrofobico. I suoni sono metallici, asettici, sordi. Sono fragori di lampi, e rombi di tuoni, scrosci di pioggia, frastuoni di traffico. Le luci fredde non colorano la scena. I costumi degli attori non la scaldano.

Antigone/Ilaria è Giulia Viana, autrice del testo con Giacomo Ferraù. Ferraù è anche raffigurazione in scena di Stefano, corpo inerte nel cellophane, vita inerme, ignuda, come nel “Trasporto del Cristo morto” di Raffaello, e come il “Cristo di San Giovanni della Croce” di Salvador Dalì. Stefano con i guantoni da box, a prendere a pugni una vita sdrucita; oppure nascosto dentro il cappuccio della felpa, a occultare le proprie fragilità. Stefano segregato tra le mura: quelle del bullismo subìto da bambino, delle compagnie sbagliate, della droga, degli anni in comunità.
In scena fanno capolino, nell’angolo immaginifico di teatro d’ombre cui Eco di Fondo ci ha abituato, i ricordi dell’infanzia. Sono dialoghi tenui, complici, in cameretta, quando Ilaria e Stefano creavano fiori di carta per la mamma. «Ilaria, che bello sarebbe far tornare indietro il tempo e magari cambiare il finale. Per capire cosa sarebbe potuto essere».

“La notte di Antigone” è il tormento di una sorella che deve decidere se pubblicare le foto strazianti del fratello pestato a morte, ucciso dallo stigma della tossicodipendenza nelle mani di apparati dello stato.
Riconosciamo in questo lavoro Ilaria, il coraggio, la tenacia, la lucidità, l’emotività. A tratti appaiono troppo marcate le nevrosi di questa donna, pur dentro una battaglia così logorante. C’è qualche indulgenza ai toni lacrimevoli. Ci pare esasperata anche la dialettica tra Ilaria e i genitori, qui preoccupati della sovraesposizione mediatica, di dare in pasto all’opinione pubblica Stefano, il suo passato fra droga e comunità, le foto violente che compromettevano l’immagine di ragazzo anche solare, che lui per primo avrebbe voluto preservare. I genitori di Ilaria nella realtà nulla condividono con l’ipocrisia di Creonte, e hanno coraggiosamente e convintamente infranto la propria chiusura dentro il dolore privato per salvare la memoria del figlio, e non lasciarlo morire come un tossico qualunque.

Stefano come Polinice, che la ragion di stato aveva stigmatizzato e disonorato. Stefano reietto come Federico Aldrovandi, diciottenne ucciso a Ferrara nel 2005 durante un controllo di polizia; come Giuseppe Uva, morto a 43 anni a Varese nel 2008 dopo essere stato fermato dalle forze dell’ordine.

Viana e Ferraù, in scena con Edoardo Barbone, Enzo Curcurù e Ilaria Longo, scoperchiano infine un dilemma meno scontato in Antigone: se sia più dignitoso e oculato sopportare la morte di una persona cara, l’arroganza di chi esercita un potere, la sconfitta della Giustizia pur di riprendere a vivere; oppure logorarsi per anni in una battaglia legale dall’esito incerto, consumando tempo, sostanze, salute.
«Essere, o non essere, questo è il dilemma: / se sia più nobile nella mente soffrire / colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna / o prender armi contro un mare d’affanni / e, opponendosi, por loro fine? […] È questo lo scrupolo / che dà alla sventura una vita così lunga. Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, / il torto dell’oppressore, l’ingiuria dell’uomo superbo, / gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge, / l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo / che il merito paziente riceve dagli indegni, / quando egli stesso potrebbe darsi quietanza…».
È nella complessità in cui la cronaca diventa mito, e Sofocle sembra tracimare in Shakespeare, che troviamo il tratto distintivo di questa messinscena.

LA NOTTE DI ANTIGONE
di Giacomo Ferraù e Giulia Viana
regia Giacomo Ferraù
movimenti scenici Riccardo Olivier / Fattoria Vittadini
paesaggi sonori Gianluca Agostini
luci Giuliano Almerighi
con Edoardo Barbone, Enzo Curcurù, Giacomo Ferraù, Ilaria Longo, Giulia Viana
regista collaboratore Libero Stelluti
assistenti alla regia Giacomo Nappini, Alessandro Savarese, Daniele Vagnozzi
consulenza drammaturgica Carlo Guasconi
organizzazione e distribuzione Elisa Binda
produzione Eco di Fondo
con il sostegno di MiBAC e di “Next – Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo lombardo” – Edizione 2019/2020
con il patrocinio di Amnesty International Italia
spettacolo inserito nel progetto “ECOMPLEANNO! – 10 anni di teatro etico” – con il sostegno del Comune di Milano

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’ 30”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 4 maggio 2021

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