La penna di Mattia Torre, da Boris a 4 5 6

4 5 6 di Mattia Torre
4 5 6 di Mattia Torre

4 5 6 di Mattia Torre (photo: teatroeliseo.it)

Ma è bella o no la vita dello scolapasta? Appeso alla parete, faccia contro il muro, nessuna aspirazione se non quella di lasciarsi attraversare dall’acqua piena d’amido: svolgere il ruolo umile (e umido) di chi non pretende, di chi ha il suo posto designato, l’identità che il caso e il gruppo sociale hanno voluto affibbiare, di chi, pur di non ribellarsi al già dato, preferisce sdilinquirsi lentamente, nella culla scura della stasi, nel catino da cui non è lecito affacciarsi.

Questo scolapasta ferale, per colpa di cui i nostri rigatoni non saranno più gli stessi, fa parte della scenografia realistica in cui avviene “4 5 6”, il lavoro con cui Mattia Torre, penna brillante e uno degli autori della serie cult “Boris”, si dimostra capace e arguto anche nel ruolo registico.

La scenografia, dicevamo, calca il realismo quotidiano e domestico di un Cechov: il desco al centro, una pentola con il sugo a bollire (che scopriremo essere una sorta di altarino posticcio all’onore di Nonna Merda, o meglio: un sugo museale), qualche suppellettile sparso, un significativo salame oscillante sopra il tavolo: la minaccia di un cappio suino.

All’interno di questo ambiente si muovono i tre membri – padre, madre e figlio – di un nucleo familiare appartenente ad un sud quasi metastorico e metageografico: “quasi”, perché nel testo si rifrangono accenni di attualità, seppure come l’eco lontana di una dimensione extrasiderale cui non si accederà mai, e perché il vocalismo pseudo-meridionale con cui parlano gli attori (molte le I e le U proprie delle aree dell’estremo sud, ma senza la costanza dell’intenzione mimetica) connota abbastanza chiaramente il contesto degli avvenimenti.

In una valle isolata, in cui i prodotti del territorio sono sacri e da cui è pericoloso allontanarsi, perché «non hai le difese immunitarie», questa famiglia che fin da subito sembra sull’orlo della pazzia si prepara ad una cena importante. Gli ospiti porteranno notizie fondamentali.

Così, il padre Massimo De Lorenzo si improvvisa regista di ogni dettaglio organizzativo, indottrinando moglie e figlio su cosa dire, come muoversi nello spazio, che risposte aspettarsi dai commensali, sul momento giusto per simulare una lite o per servire la carne: insomma, un regista padronale, vecchio stampo, uno Stanislavskij di ferro.

Questo gioco metateatrale regge bene tutta la prima parte della drammaturgia, svelando al pubblico i rapporti interni tra i familiari, che sono in realtà omogeneamente dediti alla sopraffazione: il marito zittisce in continuazione la moglie, è vero, ma succede anche il contrario non appena è possibile; il figlio trova il coraggio di proporre ai genitori un suo trasferimento a Roma, ottenendo di fronte a tal tracotante blasfemia una dose di violenza non solo verbale, incassata solo all’apparenza passivamente. Una violenza e una pulsione di morte che sono senz’altro l’energia più forte del sottotesto, emergenti spesso e volentieri nei gesti e nelle parole, ma sempre con trovate ironiche e caricaturali («Ti strozzo con la coda della provola»).

Il testo, soprattutto dal punto di vista linguistico, è davvero una miniera d’oro: un pastiche di dialetto, latino («mater» e «pater» sono gli epiteti con cui il povero Ginesio si rivolge ai «parentes») e paraetimologie o forme distorte dai popolani («infisimi» per enfisema), che nasce dal contatto-scontro fra il lessico tecnico e burocratico orecchiato dalla TV (oltre all’«infisimi», è esilarante l’elenco in stile farmaceutico delle proprietà antiossidanti di cibi improbabili) e le forme popolari emergenti in più punti (gli elenchi a mo’ di rosario, o il coro intonato all’unisono: «Siamo soli, soli e in difesa, attorno a noi e alle valli solo batteri e malanni»).

Mattia Torre, oltre ad aver creato un linguaggio originale e denso di neologismi potenti e divertenti, non va neppure troppo lontano dalla realtà, rappresentando con efficacia tutta quella provincia italiana in cui la paura dell’altro e del diverso è ancora il collante fondamentale delle strutture sociali, e in particolare della famiglia: il contatto forzoso fra quest’ambiente chiuso e le pulsioni indotte dall’alto di un mondo impossibile da inscrivere in qualsiasi traiettoria conosciuta acuiscono quel cortocircuito di violenza e rabbia repressa con cui “4 5 6” si chiude.

Ma prima del parossismo finale, il tanto agognato ospite arriva: entra Michele Nani e la seconda parte dello spettacolo è costituita sostanzialmente dalla messa in scena di quella cena preparata nella prima parte.
Qui viene fuori la solida acribia con cui Torre ha lavorato su scrittura e regia: gli spunti comici preparati nella prima metà si realizzano coi tempi giusti, grazie a un Ravera che, destinato l’indomani a diventare «omo di semi-chiesa» per pagare meno tasse (ha avuto la vocazione l’ultima volta che ha pagato l’Iva), tira fuori in realtà una recitazione semi-satanica, gutturale, che catalizza e specchia la follia latente negli altri tre interpreti: la Pellegrino, ad esempio, anela disperatamente la restituzione di una teglia prestata anni prima, non rassegnandosi allo scorno fin quasi a strapparsi i capelli.
Il ritmo cresce, ci porta diretti alla rivelazione finale, allo svelamento dell’affare importante. Che, inevitabilmente, riguarda la morte: l’unico spazio di progettualità concesso, la tradizionale ultima sede dell’orgoglio piccolo-borghese.

Come già ha fatto con Boris, Torre sfrutta l’irredimibile malattia italiana, quella sorta di tanatofilia che il nostro Paese si porta dietro da secoli e ci feudalizza, ci isola, ci rende miopi, ci soggioga agli interessi più biechi e grotteschi, per dare colori vivi a un ritratto efficace proprio perché non depone mai le armi della continua invenzione linguistica, dello straniamento e della parodia, coinvolgendo lo spettatore non tanto sulla condivisione critica, sul ribrezzo, sull’accusa a un modello decadente, ma sul vero e proprio sentimento d’assurdo.
È da questo assurdo che, con la forza della risata, si potrà forse cominciare il cammino identitario mai compiuto.
Fino al 6 gennaio.

4 5 6
di: Mattia Torre
regia: Mattia Torre
con: Carlo De Ruggieri, Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Michele Nani
disegno luci: Luca Barbati
scene: Francesco Ghisu
produzione: Maurizio Puglisi e Ninni Bruschetta
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Roma, Teatro Piccolo Eliseo, il 13 dicembre 2012

2 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *