La poesia delle macchine per il teatro incosciente

La voce delle coseL’ultima edizione di Teatro a Corte ha proposto al pubblico un piccolo gioiello del teatro di figura.
Si tratta dell’installazione artistica e teatrale “La Voce delle Cose”, ideata da Luì Angelini e Paola Serafini, bergamaschi, creatori di questo progetto teatrale tanto semplice quanto geniale.

Immaginate una vecchia valigia modificata e aperta da entrambi i lati, aggiungete alcuni oggetti di uso comune come cucchiai di legno, farina, posate, nastro adesivo, pezzi di plastica, scarpe, e mettete ai due lati opposti della valigia due paia di cuffie e un lettore cd. Ora visualizzate due persone che indossano le cuffie: una ascolta una storia e osserva gli oggetti muoversi, l’altra muove gli oggetti eseguendo il più precisamente possibile le istruzioni che le vengono date in cuffia.

Il risultato è la poesia e l’energia del teatro allo stato puro. Una relazione tra chi racconta e chi osserva, un piacevole e inaspettato ritorno alle origini del teatro e al suo forte legame tra lo spettatore e l’attore.
La forza evocativa del teatro di figura, portato alla sua essenza, vive attimi felici. Una semplice pinza da elettricista si trasforma in cappuccetto rosso, una bottiglia di plastica diventa una nonnina impaurita, alcuni conchiglioni di pasta si trasformano in alieni, semplici oggetti di uso comune prendono vita, animati da un manipolatore incosciente che, divertito dal gioco, esegue con precisione e concentrazione le istruzioni che riceve via audio.

La “Voce delle Cose” è una piccola opera d’arte, un progetto che permette al featro di Figura di ammaliare il pubblico, anche quello più schivo, conquistandolo con il divertimento e  il gioco, senza trascurare la ricercatezza della costruzione scenica e del racconto teatrale.
Le macchine per il teatro incosciente, ognuna caratterizzata da oggetti sempre differenti, sono come tanti piccoli sogni pronti ad essere animati dal pubblico.
Pochi minuti bastano per risvegliare l’incanto del teatro e per far venire voglia di giocare con una storia, e con quella dopo, e con quella dopo ancora… fino a volerle provare tutte.

Paola Serafini, ideatrice del progetto insieme a Luì Angelini, ha accettato di scambiare due chiacchiere in una calda serata torinese per raccontarci come è nata questa bellissima idea.

Da dove è partita l’idea delle macchine teatrali?

Noi facciamo teatro d’oggetti da metà degli anni ‘80, spettacoli e laboratori di formazione. Nel 2000 avevamo bisogno di far capire, in un’attività di formazione, come funziona il teatro d’oggetti e quindi c’è venuta questa idea: far fare direttamente al nostri “allievi” il lavoro, il gioco.
L’altra cosa che volevamo far capire ai partecipanti è il valore associativo che gli oggetti hanno nel nostro metodo, che è quello di partire da una parola, da un verbo o da un’azione e trovare l’oggetto che meglio la può rappresentare.
Questo ci ha portato a separare, in quello che è un testo teatrale normale, il “racconto” da quelle che invece sono le didascalie, i movimenti di scena e tutte le questioni tecniche.
Trovata la soluzione tecnica per questa “separazione”, e fatti i primi esperimenti, abbiamo capito che tutto questo divertiva e non aveva solo uno scopo pedagogico ma piaceva molto al pubblico. Da lì abbiamo cominciato a produrre storie diverse, fiabe classiche, storie vere, fatti storici molto famosi, brani letterari, estratti di Shakespeare. Le ultime cose che abbiamo fatto sono tre pezzi collegati, tre storie che vengono dall’epica cavalleresca, un omaggio ai Teatri dei Pupi e del Cunto, pensato per Palermo.
Ogni volta cerchiamo di fare qualcosa di diverso e nuovo per non annoiarci! In questo ultimo lavoro abbiamo divisto la storia in tre installazioni differenti.

Il pubblico quindi le vive una dopo l’altra?

Si possono fare in qualsiasi ordine, il pezzo di letteratura al quale ci siamo ispirati lo permette, e a noi piace che il pubblico scopra pian piano che cosa sta raccontando.

Infatti è molto divertente, dopo che uno ha raccontato la storia, scoprire di quale soggetto si trattava.
Sì, abbiamo scoperto che il progetto funziona molto bene anche se viene tradotto in altre lingue, quindi abbiamo provato a proporlo anche all’estero. Siamo stati in Francia, Spagna, Olanda, Norvegia e in Brasile.

Il pubblico è sempre entusiasta, a qualsiasi latitudine?
Il pubblico si diverte ma in realtà poi apprezza molto anche il meccanismo costruttivo, l’uso degli oggetti, il modo di raccontare la storia. La cosa bella è che non c’è differenza né culturale, né di età. Forse perchè gli oggetti che usiamo sono molto semplici e facili da capire.

Fate questi progetti anche con i bambini?

Abbiamo fatto due storie apposta per bambini non scolarizzati. In questo caso le storie sono favole adatte alla loro età e con istruzioni molto semplici, non ci sono lettere e numeri ma solo colori. E poi gli oggetti che utilizziamo sono particolari. Ad esempio una delle macchine teatrali è fatta tutta di mattoncini di Lego grandi, mentre l’altra è fatta di solidi geometrici di carta, materiali con i quali i bambini giocano e che conoscono già.

Il rapporto che proponete è sempre di uno ad uno?
Sì, sempre. Abbiamo fatto dei tentativi per uscire da questa cosa ma non hanno avuto lo stesso effetto. Ci siamo accorti che, quando due persone giocano, condividono una cosa, in tre o in quattro la relazione è diversa. Il manipolatore, colui che muove gli oggetti per raccontare la storia, si sente molto più in scena e giudicato, e non tutti se la sentono. Come quando in alcuni spettacoli arriva qualcuno che prende delle persone dal pubblico: ci sono quelli che parteciperebbero tutte le sere, ma la maggioranza della gente non gradisce.

L’installazione sarà di nuovo “giocabile” a Torino, al Teatro Astra, dall’1 al 20 ottobre.
 

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