La prima stanza dell’anima. Tra Euripide e Dorfman

La prima stanza

La prima stanzaLa Prima Stanza” è una piccola arca di legno senza pareti, illuminata dal basso, che fa pensare alle gabbie usate nel Medioevo per esporre al pubblico ludibrio e mandare al rogo le streghe.
Dentro questa gabbia si mette in scena un passo a due, un gioco sottile e crudele, tra una donna, prigioniera di un abito nuziale e del suo passato, sofferente di un dolore ancora fresco, e un uomo in abito scuro. Lui, nonostante l’apparente posizione di forza, si presenta piegato su sé, dolente.

L’uomo interroga e mette alla prova la donna, la riporta continuamente all’origine delle sue colpe e dei suoi mali, per redimerla e renderla libera dal passato, pronta per una vita nuova di zecca.
Lei, rovistando nella sabbia del tempo e della memoria, rivive e riattualizza le atrocità che sembrano far parte di un destino immutabile, qualcosa che esisteva ancora prima del passato, del presente e della stanza. “[…] Non si soffre mai abbastanza” dirà la protagonista: il dolore è come la risacca del mare, che sempre va e sempre rimane, è tempo che non si consuma, come la rena che le scivola tra le dita.

Una videocamera, che riprende e proietta alternativamente le azioni e le espressioni dei due “prigionieri”, tecnologico ausilio per scacciare il male fuori da sé e farne materia di osservazione, è l’unico tramite del gioco, oltre alle parole. L’uso che si fa dell’apparecchio è decisamente interessante, tanto che potrebbe forse essere potenziato rendendolo ancora più presente.
Suggestiva anche l’illuminazione, che rischiara la penombra del campo scenico, oltre che dal basso, attraverso l’incrocio di due proiettori laterali.

Nella seconda stanza i protagonisti hanno ruoli invertiti: aguzzina lei e vittima lui, nel leggere al microfono le rispettive battute da un copione. Ora è lui a doversi salvare, a doversi purificare. Compito ben arduo, considerato che crede ancora di avere un corpo ed anela a rivivere la stessa vita appena trascorsa.

Il lavoro, assemblato da Alfonso Postiglione e Valentina Capone in una settimana, potrebbe essere definito uno “scherzo” sui quesiti, potenzialmente infiniti, dell’anima. La pièce sarà completata in fasi successive dell’allestimento, con la messa in scena di una terza stanza.
Sulla struttura del dramma di Ariel Dorfman, “Death and the Maiden”, i due artisti hanno innestato la Medea euripidea, ma “non li chiameremo mai né Medea né Giasone e non siamo neanche così sicuri di riconoscerli nei due personaggi mitici – spiegano nelle note di regia – Ciò che hanno fatto avremmo potuto farlo noi, ognuno di noi, donne e uomini, e qualcuno di noi lo ha fatto”.
Il loro dialogo, l’alternanza di ruoli, lo scivolamento lungo un filo di sottile confine tra la confessione e la dissimulazione, può essere letto come un complicato scavo dentro l’io di un solo soggetto: il tormento di una coscienza che tortura e blandisce se stessa.
Un inizio avvincente. In attesa della prossima stanza.

LA PRIMA STANZA. Studio da Purgatorio di Ariel Dorfman
liberamente ispirato ad Euripide, Ariel Dorfman e Fernando Pessoa
regia: Postiglione & Capone
con: Valentina Capone e Alfonso Postiglione
scene e costumi: Tiziano Fario
partitura video a cura di Rocco Marra e Alfonso Postiglione
produzione: Vesuvioteatro in collaborazione con Armunia, Fest Teatro Tirano e Rio Film
durata: 48’
applausi del pubblico: 1’ 20’’

Visto a Castiglioncello (LI), Castello Pasquini, il 18 aprile 2009
Armunia Festival Costa degli Etruschi

 

 

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