La regia? E’ in ottima forma! Intervista a Corrado d’Elia

Corrado D'Elia in Don Chisciotte

Corrado D’Elia in Don Chisciotte

A Milano, dal 24 al 26 marzo, si è tenuto il Festival Internazionale della Regia, importante e stimolante iniziativa curata e diretta da Corrado D’Elia, regista e direttore di Teatro Libero di Milano, che ha chiamato a raccolta decine di registi di ieri e di oggi (da Luca Ronconi, Andrée Ruth Shammah, Gianfranco de Bosio a Fabrizio Arcuri, Marco Martinelli, Andrea De Rosa solo per citarne alcuni), che hanno discusso, insieme a studiosi e critici, se sia ancora valido e come si declina oggi il concetto di regia. Nel contempo si è parlato di come la funzione della critica sia ancora importante e come possa rapportarsi ed influire su uno spettacolo.
La manifestazione è poi terminata allo Spazio Oberdan dove Alberto Oliva ha curato una sezione Fringe dove si sono espressi alcuni giovani registi e di cui ci parlerà prossimamente Martina Melandri.

Tre sono state le macro aree e tematiche. Si è partiti con l’analisi del teatro di regia considerato nella sua evoluzione storica fino al dilemma del teatro di regia contemporaneo, ritenuto superato da alcuni. Si è passati poi al nuovo rapporto che si è venuto instaurando nei decenni fra regia e drammaturgia, ed infine la discussione è stata centrata sul confronto fra contaminazione e destrutturazione dell’evento spettacolare, riassunto nell’incontro fra rappresentazione e “performatività”.

Abbiamo chiesto a Corrado D’Elia di farci una sintesi rappresentativa di queste tre giornate.

Qual è il tuo bilancio di questi tre giorni di Festival della Regia?
Sono state giornate molto intense. Giornate importanti, di aperto incontro e di discussione vivace e sincera. Giornate preziose dunque, rare, che voglio sperare possano maturare per tutti gli intervenuti, pubblico e relatori, in nuovi pensieri, nuovi stimoli e nuova energia. Da troppo tempo non si avviava un dibattito tutti insieme. Da troppo tempo eravamo lontani.
La grande partecipazione al festival di operatori e anche di pubblico ha raccontato, tra le varie cose, forse proprio questo desiderio di confronto e la necessità di costruire tutti insieme un nuovo modo di vivere e di intendere quello che alla fine tutti più amiamo nella vita e che ci accomuna: il teatro.
La discussione sulla regia (credo non ci siano dubbi sul fatto che quest’ultima esca dal convegno più viva che mai) è stata in questo senso, nei suoi più alti momenti, l’occasione per parlare anche della condizione del nostro teatro e del nostro Paese in un momento così difficile.

Quali sono stai i momenti salienti?
Sicuramente l’incontro con il maestro Luca Ronconi, l’aperto dibattito sulla critica e il tavolo europeo. Ronconi che, a dispetto degli anni dimostra oltre ad una capacità di analisi e di sintesi impeccabile anche freschezza di idee e lucidità di esposizione, si è raccontato al limite del privato, ribadendo l’impossibilità di non avere una regia in un evento spettacolare.
Il tavolo della critica poi è stato tra quelli più attesi, sia in preparazione, sia poi nell’esposizione. Alcune posizioni personali sono state ribadite con forza, con passione, ma sempre nel rispetto delle idee degli altri. Sono felice, è stato uno dei successi di questo convegno che siano finalmente uscite ammissioni che solo fino ad un anno fa sarebbe stato impossibile raccogliere. Sentire noti critici ribadire: “E’ ora di smetterla di pensare che siamo i padroni e i padri degli artisti” oppure
“Siamo una minoranza sconfitta” mi ha molto colpito. Come l’ammissione della responsabilità di Franco Quadri e di una certa critica nell’odierna crisi del teatro italiano. E’ chiaro che sono cambiate le regole deontologiche, i critici per sopravvivere fanno altri mestieri. Questo ha complicato tutto. Ci si è anche interrogati a lungo di quando i critici abbiano smesso di fare i critici. Dall’altro lato è stato molto forte ascoltare la passione che loro mettono nel proprio mestiere. Più volte è stato ribadito che fare il critico è passione. Ecco, la discussione sull’umanità del critico è un aspetto che ha molto colpito. Serve ora un nuovo rapporto tra critico ed evento spettacolare, tra critico e regista, e credo che il convegno sia stato un momento giusto per discuterne e per indicare una strada.
Occorre stare lontani però da un infido spirito assolutorio per cui ogni piccola manifestazione di novità, ogni vagito alternativo, diventa per il critico la strada maestra da seguire.

Luca Ronconi e Antonio Calbi durante il Festival di Regia

Luca Ronconi e Antonio Calbi durante il Festival di Regia

E tu personalmente come vedi la funzione del critico? Come vorresti fosse analizzato un tuo spettacolo?
Io credo che la critica sia una componente essenziale del teatro. L’artista non può bastare. Serve un testimone, un osservatore professionista che, con passione e libertà, non solo racconti dei percorsi, ma mostri all’artista anche la parte di sé che lui non può vedere. Dove sta andando e il rapporto che il suo lavoro ha col tempo e con gli altri.
Ho sempre rifiutato i maneggi, il dover per forza contattare il critico, l’atteggiamento spesso sprezzante che ricordo all’inizio del mio lavoro di attore e regista soprattutto verso i giovani artisti. Sono stati tempi terribili. Forse per questo, soprattutto in gioventù, ho avuto un netto rifiuto per quel mondo. Tra l’altro da giovane direttore di una sala, so bene che una certa critica è venuta nel mio teatro solo quando sono stati rappresentati testi pubblicati da case editrici a loro vicine.
Ora sono più sereno. Credo sia un tempo nuovo.

La funzione del regista è quella di coordinare tutti gli aspetti della scena o deve imbevere di sé tutto ciò che avviene in scena, facendosi in qualche modo autore?
Si è registi per necessità. Non solo per mestiere. Questo Ronconi, ma anche tanti grandi maestri, l’ha raccontato bene. La regia ha diverse funzioni. Non solo di punto di vista critico, di coordinamento estetico e di linguaggio, ma anche di impulso di necessità, di racconto poetico e quindi essenziale. Io la vivo così. Non ho mai accettato, per esempio, di fare una regia su un testo che non piacesse. Sono un regista-autore, anche quando racconto una drammaturgia che non è mia.

Fondamentale nel teatro contemporaneo è il rapporto tra regista e drammaturgo, a volte molto conflittuale. Com’è stato affrontato durante il festival?
Uno dei tavoli di riflessione era proprio dedicato alla drammaturgia. Non solo al rapporto tra regista e testo drammaturgico, ma a comprendere se e come questo rapporto sia cambiato negli ultimi anni. Gli interventi, così diversi tra loro, hanno riportato la pratica al centro del lavoro. Non solo una drammaturgia della parola quindi, ma attraverso le diverse esperienze, la necessità di una drammaturgia dell’azione e dell’immagine, strettamente connessa col lavoro di regista.
Per tanti artisti, per esempio, il concetto di regia e di drammaturgia in qualche modo coincide.
Non solo quindi due ambiti dello spettacolo che procedono all’unisono, in accordo nella costruzione dell’evento, ma un intreccio necessario e indistricabile. L’idea di performatività che si affianca e spesso si sostituisce all’idea di rappresentazione va in questa direzione.

Come organizzatore e nello stesso tempo critico, come è stato il livello del Fringe?
Non sta a me dirlo ovviamente. Io sono molto soddisfatto, è ovvio. E’ stato a metà tra un congresso scientifico e un momento di grande riflessione artistica. Un momento prezioso quindi. Sicuramente possiamo osservare che la partecipazione delle più alte personalità del nostro teatro al convegno l’ha trasformato in una sorta di Stati Generali. Unico. Non si era mai fatto così. Non si era mai visto.

E’ un’esperienza che vorrete riprovare? Se sì in che modo?
Organizzare un convegno così è molto faticoso e anche molto costoso. Non dimentichiamoci che ad organizzarlo è stato Teatro Libero, un piccolo teatro milanese che ha scarsissime risorse pubbliche. La mia vocazione ad unire è stata il motore, ma ora occorre capire come far tesoro dell’esperienza. Al momento credo che nei prossimi mesi mi concentrerò a raccogliere in una pubblicazione gli atti di questo convegno e a mantenere vivo il dibattito.
Vedremo nel futuro se e come portare avanti la riflessione. Sicuramente non come atto fondante, come è stato questo, data l’impressionante chiamata al dibattito.
Ora ci aspettano forse percorsi più ragionati, ma occorre lasciar depositare ancora per un po’ quanto appena avvenuto per decidere il prossimo passo.
 

No Comments

  • paolo bosisio ha detto:

    Ho letto con interesse il pezzo, non avendo potuto partecipare ai lavori cui pure ero stato invitato. Su parecchie cose mi trovo in dissenso, ma almeno due, piccole, voglio segnalarle. De Bosio si chiama Gianfranco da 90 anni e non Luca: è proibito il refuso in questo caso. E poi, bravo Corrado, ma forse occorreva dire che per 10 anni consecutivi la Statale ha organizzato un evento in tutto simile, da cui sono sfociati altrettanti volumi che hanno scritto la storia della regia in Italia.

  • Mario Bianchi ha detto:

    Non so dove sia uscito il nome Luca. Boh! Correggiamo subito.. grazie

  • D'elia???? ha detto:

    Mah….proprio d’elia che nei suoi deliri fessobookianti scrive spesso che dagli spettacoli di ronconi ospite a scrocco si annoia scappa al primo tempo ….quanto e’ falso mamma mia…speriamo rimanga nella scientology teatri possibili e non prenda mai altre gestioni se no sara’ sciagura per tanti che dio lo perdoni

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