La rivincita (riuscita) di Teatro Minimo

La rivincita

La rivincita (photo: Alessandro Rivera Magos)

Quando ci lamentiamo dei capelli bianchi o delle rughe che gli anni ci scavano sulle guance, dovremmo pensare che ci sono parole su cui il passare del tempo – a volte basta una generazione – decreta un destino molto peggiore.  

Sì, perché se la vulgata vuole che alcune parole (come certi neologismi di Dante) si guadagnino l’immortalità correndo da un secolo all’altro, cambiandosi semmai il vestito delle accezioni, è piuttosto vero che ce ne sono altre a cui le evoluzioni della lingua hanno riservato un’esistenza vile e grama; sono quelle che si pronunciano in automatico, senza neanche conoscerne il significato, cristallizzate nella forma di un modo di dire, di una frase fatta.

Se potessero parlare, queste parole sfortunate, rimpiangerebbero di non essere bruciate assieme ai fogli che le contenevano un tempo, dimenticate dall’umanità con la stessa velocità del lampo di genio da cui erano nate. Eccone subito una: poche righe più su avete letto “piuttosto”. Ma avete idea dell’insopportabile onta caduta sulla velocità nobile e fulminea di “tosto”, che dai palafreni degli eroi cavallereschi, dai cuori palpitanti di Dante e Petrarca, si ritrova ora ingabbiata tra le pareti algide di un avverbio?


Krapp ci perdonerà quest’incipit pseudo-linguistico: ci serve, infatti, a spiegare con un po’ di colore un momento chiave della “Rivincita”, l’ultimo testo di Michele Santeramo (vincitore del Premio Riccione 2011) messo in scena da Teatro Minimo che ha debuttato al Teatro Valle di Roma nei giorni scorsi.

“Porca miseria”: è lei, la vittima del tempo che ci interessa, questo nugolo di lettere che ci viene da sputare se ci cade una penna, se sbagliamo a digitare, se non ne possiamo più di un discorso. Come se la “miseria” c’entrasse qualcosa.
Bene, quando vi sarete alzati dopo aver visto questo spettacolo, state certi di una cosa: vi ricorderete benissimo cos’è sul serio la “miseria”, e perché è davvero, al di là di ogni stereotipo linguistico, una porca.

“La rivincita” è quella di Vincenzo, un contadino del Sud a cui il progetto per una nuova ferrovia (classica infrastruttura all’italiana: non verrà mai realizzata) strappa quel terreno che è la sua unica fonte di reddito.
La sfortuna si accanisce: per colpa dei diserbanti, diventa pure sterile e non può più dare alla moglie il figlio promesso.

Santeramo ci racconta, con il ritmo veloce della destinazione cinematografica per cui il testo era stato originariamente scritto, l’evoluzione della vicenda di Vincenzo e della moglie, intrecciata a quella della coppia speculare composta dal fratello Sabino e consorte.
I protagonisti si muovono in uno spicchio d’Italia metaspaziale, sebbene dalle inflessioni dialettali e dalla provenienza della compagnia sia facile immaginare una specifica marca pugliese.

Ci sono, dovremmo dire purtroppo, degli elementi che, pur calati nel contesto, rappresentano la generalità della nostra nazione: fra il cittadino ed il potere c’è sempre un diaframma, un vice per cui passare, un segretario del segretario del segretario del politico di turno, quello a cui nel nostro caso Vincenzo prova a chiedere di deviare il percorso della ferrovia; c’è il bisogno di “aderenze”, di amicizie forti, come primo e forse unico strumento di legittimazione sociale; c’è l’avvocato azzeccagarbugli che approfitta dei guai dei clienti per fare affari; ci sono le banche, un organo di giudizio oltre che di credito, e il giudizio, è evidente, dipende dal tuo conto corrente.

La messa in scena di Leo Muscato è il riflesso perfetto della semplicità (apparente) della scrittura di Santeramo: nessuna scenografia se non due pannelli sullo sfondo a fare da quinte; la storia si sviluppa per brevi scene incatenate, a volte con minime sovrapposizioni, e a netta prevalenza dialogica.
Se nei primi minuti la rapida entrata e uscita dei personaggi e il giustapporsi di scene dislocate temporalmente e spazialmente può sembrare meccanico, in poco tempo il lavoro di Muscato sa conquistarsi la sua fluidità, sia perché il ritmo ci coinvolge, sia perché gli attori hanno fatto un ottimo lavoro sui personaggi, dando loro uno spessore e una riconoscibilità anche solo attraverso le pennellate brevi di uno scambio di battute (grande merito soprattutto agli interpreti dei due fratelli, Sinisi e Cipriani).

A parte qualche transizione ancora da oliare (la scena in cui gli assistenti sociali strappano il figlio alla madre è poco verosimile per la sua tragicità improvvisa) la regia costruisce con efficacia il castello kafkiano in cui Vincenzo deve muoversi: costretto ad ogni tipo di artificio per poter mangiare, e poi anche per potersi pagare una cura per la fertilità, deve affrontare ogni tipo di imprevisto, e il comun denominatore di queste difficoltà è quello di scendere dall’alto, come per un’ineluttabile fatalità.

Uno dei meriti del testo di Santeramo sta proprio nell’evocare una popolarità per troppo tempo soltanto abbozzata nei nostri teatri (fanno eccezione grandi narratori come Celestini e Baliani), illustrando con brillantezza e ironia – ma senza intenti caricaturali – il modo in cui certe informazioni e certi stereotipi che vengono dall’alto sono recepiti dalle classi basse: esilarante, ad esempio, vedere Vincenzo fissarsi (e ripetere a tutti) sul numero preciso di spermatozoi sotto cui sarà considerato definitivamente sterile, dopo averlo sentito da un medico; oppure lamentarsi che, se continua così, sarà costretto a vendersi un fegato.

Il vero miracolo però è che le anime povere create da Santeramo, anche quando devono accettare, per avere qualche soldo, di farsi scaricare rifiuti tossici nel terreno, non perdono mai in ingenuità, legate in modo atavico alla necessità di sorridere o di pensare ai piccoli piaceri del quotidiano. «Sei la rovina della mia vita, perché mi riempi di bambini e non sai farmi un panzerotto», dice Sabino alla moglie.
Ed entrambi i fratelli, in una sola delle tante simmetrie che fanno da trait d’union alla frantumazione delle scene, tornano sempre a casa esordendo con la fatidica domanda: «Che c’è da mangiare oggi?».

Forse proprio da questa semplicità prende forza l’empatia tra i due fratelli: anche se si fanno sgarri a vicenda (ed è soprattutto Vincenzo a subirne le conseguenze), le identità dei due sono sempre affiancate, a tratti si confondono, fino alle estreme conseguenze che si realizzano in uno dei nodi decisivi del racconto. E grazie a questa empatia che non ha nulla di abbacinante, ma che nella sua opacità si rivela autenticamente umana, Vincenzo e Sabino si conquistano un finale positivo: tanto che può venir voglia di “raddoppiare” perfino un figlio che si chiama “vaffanculo”.

La giustizia di questa “Rivincita” rimane asimmetrica, come quella della vita vera: non segue le geometrie nitide di un’etica astratta che non riesce e forse non può incarnarsi. Nel finale di Santeramo non c’è niente di facilmente artificiale. I due fratelli ce la fanno; ma per sopravvivere devono ricorrere a piccole e grandi bugie, gesti generosi alternati a sottili vendette, atti di coraggio e di ostinata speranza accostati a umane e inevitabili viltà, rassegnazioni.

La morale di questa fiaba reale è profonda proprio nella sua – come da nome della compagnia – minimalità: non ti arrendere mai, come ripete sempre Sabino a Vincenzo, ma, soprattutto, non smettere mai di seminare; alla giustizia che non c’è, alla crisi, si risponde con la giustizia del futuro, piantando metaforicamente e concretamente semi. Sémi, non sèmi: ché dai grovigli semiotici di certo teatro qui ci si vuol tenere lontanissimi.   

Infatti, assistendo a “La rivincita”, ci ricordiamo le possibilità ancora vivissime della drammaturgia del testo. Ma, con altrettanta importanza, si riscopre la forza artigianale dell’evocazione gestuale. Quella per cui un amplesso può avvenire, in scena, anche senza accadere: rappresentato, in questo caso, dalla relazione fuori fuoco di uno sguardo prolungato.
Si tratta, semplicemente, di un teatro che vive di un rapporto non agonistico con il testo: un po’ come nei Maestri del Novecento (o almeno in quelli meno iconoclasti), la sapienza del lavoro dell’attore e del regista sta nell’emanciparsi dal testo, plasmarlo coi corpi scenici, ma preservarne l’organicità e farvi ritorno con tutta la forza dell’interpretazione individuale. Senza, dunque, che si stabilisca una chiara gerarchia fra la drammaturgia testuale e quella scenica.

Eppure anche nei lavori di Babilonia Teatri, soltanto per fare un esempio di teatro contemporaneo impegnato, si nota un rapporto tutto sommato paritario col testo. Forse, allora, se “La rivincita” ci sembra uno spettacolo così potentemente onesto, è per un motivo ancora più semplice: c’è, in esso, la comprensione e la cura della funzione esemplare (e non per questo didascalica) dell’affabulazione, della storia.
Il teatro civile di questa compagnia sta tutto nell’assumersi i rischi del racconto: sì, perché quando si costruisce, quando si attivano i meccanismi identitari propri di ogni narrazione, il pericolo di essere banali o poco incisivi è molto più evidente. Tutt’altra cosa rispetto alla comodità di certe decostruzioni che, dietro un alone tragico ormai fin troppo manierato, nascondono i relitti postmoderni di una complessità fine a sé stessa.

Teatro Minimo, invece, si prende pienamente il rischio di raccontarci una briciola di reale, che da una parte ci aiuta a guardare in modo più oggettivo gli aspetti bui dell’attuale tessuto sociale italiano, perché li proietta sulla scena come ombre cinesi; dall’altra ci propone delle fratture in cui inserire la nostra analisi, il nostro contributo e dunque la nostra consapevolezza.
Detta così, con le nostre parole povere, può sembrare, a vostro piacimento, un riassunto della “Poetica” di Aristotele o una garzantina sul teatro politico: eppure, vedere questi principi semplici realizzarsi in scena è un’esperienza molto più rara di quanto si possa pensare. Trovarsi al posto giusto (al Valle) e al momento giusto (fino al 20 gennaio) è forse la prima delle rivincite da doversi prendere.

LA RIVINCITA
di: Michele Santeramo
regia: Leo Muscato
assistente alla regia: Antonella Papeo
con: Michele Cipriani, Michele Sinisi, Vittorio Continelli, Simonetta Damato, Paola Fresa, Riccardo Lanzarone
scene e costumi: Federica Parolini
luci: Alessandro Verazzi
direttore tecnico: Nicola Cambione
prodotto da: Teatro Minimo, Fondazione Pontedera Teatro
in coproduzione con: Bollenti Spiriti Regione Puglia, Comune di Andria
durata: 1h 20′
applausi del pubblico: 2′

Visto a Roma, Teatro Valle Occupato, il 10 gennaio 2013


 

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