Con Teatrino Giullare nella Stanza di Pinter

La Stanza
La Stanza

La Stanza (photo: Nicola Boccaccini)

Due attori, sei personaggi. Il dato di fatto contenuto in questa frase potrebbe quasi bastare a dare conto e motivazione de “La stanza”, produzione che fa incontrare Teatrino Giullare e CSS Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia nel progetto “Living Things – Harold Pinter: formati classici e contemporanei per un maestro del teatro”.
Il primo testo teatrale di Harold Pinter (1957) rivive qui in un’atmosfera nuova, al contempo consona e dissonante, al servizio di quella che ormai possiamo definire l’estetica di Teatrino Giullare. Dal 1957 al 2005, anno in cui gli verrà consegnato il Premio Nobel per la Letteratura, Pinter avrà tempo e soprattutto modo di dimostrare al mondo dei lettori e degli spettatori la possibilità di tenere segregato il senso dei grandi sistemi nel pozzo di battute frammentarie, tra le sbarre di una struttura ostinatamente votata alla sottrazione; sarà lui a scoprire la formula per condensare la linfa vitale di riflessioni profonde in tortuosi alambicchi di silenzi e lunghe pause, da chiudere poi in refrigeratori che abbassano la temperatura del cuore; sarà sempre lui a forzare la serratura della drammaturgia classica per lasciar entrare il gelo secco di un’umanità mai così reale.

Ma in questo primo testo queste scoperte non sono ancora state raggiunte, le certezze non ancora consolidate, soprattutto la tecnica non ancora definita. La scrittura di Pinter procede ancora un po’ a tentoni, il suo talento è alle prese con tempeste ormonali nei confronti di segni tutti ancora da codificare. È come se l’autore stesse attraversando la pubertà della propria arte. Cosa che in parte accade anche a Teatrino Giullare.

Una donna e il suo ermetico marito vivono in un minuscolo interno una quotidianità difficile ma stabile. A turbarla sarà l’arrivo di una giovane coppia in cerca di un appartamento, che insiste per aver sentito dire da un misterioso figuro che proprio quella stanza sta per essere liberata. Intorno alla padrona di casa si costruirà una fitta rete di sospetti e oscure allusioni: riferimenti a personaggi che non compaiono mai, criptici discorsi interrotti a metà delle frasi e soprattutto uno spazio estremamente claustrofobico contribuiscono a montare una tensione che finirà per non risolversi del tutto.

Teatrino Giullare si avvicina al testo facendo perno su scelte estetiche davvero personali, radicali. Lo spazio scenico è compresso all’eccesso: un palazzo centrale ospita un’unica finestra, che offrirà un voyeuristico punto di vista allo spettatore. In questo spazio eccezionalmente angusto i due attori si muovono come burattinai nella propria baracca. Come detto, l’idea che due soli attori interpretino sei personaggi fa da linea guida e istanza insieme, un’occasione per tramutare rigorose scelte estetiche nella sostanza del lavoro stesso: con l’ausilio delle semplici ma sorprendenti maschere create da Cikuska – lattice che aderisce alla faccia dell’attore – si raggiunge un’espressività altra. Non sono le maschere in sé a dettare legge sul carattere del personaggio, che resta invece in possesso della mimica facciale e manuale degli abilissimi Giulia Dell’Ongaro ed Enrico Deotti, alle prese con un vero e proprio teatro di figura. Non è una novità nel lavoro di questo interessante gruppo quella di giocare all’interno della messinscena e nella drammaturgia con la scelta di usare le maschere. Allora, soprattutto in una trama come questa, basata in gran parte sull’ambiguità dei caratteri, è straniante ed efficacie arrivare a pronunciare la battuta: “Chi sei?” tirando il lattice della maschera quasi a scoprire il vero volto.

È piuttosto chiara l’intenzione di Teatrino Giullare di modellare la propria estetica nel calco ancora imperfetto di un testo così acerbo, proprio per provare l’efficacia di certe intuizioni. Un po’ quel che succede con le maschere. Tuttavia, se è accattivante l’illusione ottica che moltiplica i caratteri senza moltiplicare gli attori (le conversazioni a tre sono controllate animando – a scomparsa – mani e piedi del terzo interlocutore), corre il rischio di monopolizzare l’attenzione. In altre parole, alcune invenzioni tendono a derubare la tensione a favore di una seducente ma statica frontalità. Resta assolutamente interessante il lavoro concettuale portato avanti da Teatrino Giullare sul ruolo dell’attore, che si fa “marionetta di se stesso” in un senso che allunga una mano agli scritti di Craig e strizza un occhio ai più inquietanti esperimenti di Kantor. E, se vogliamo fare a meno dei riferimenti colti, possiamo limitarci a premiare le scelte estreme di un gruppo che va alla ricerca del diverso. Non del nuovo, ma del diverso. Tanto di cappello. O tanto di maschera.

LA STANZA
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra
interpretato, diretto e costruito da Teatrino Giullare
scene e maschere: Cikuska
produzione: Teatrino Giullare / CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
durata: 55’
applausi del pubblico: 1’ 03’’

Visto a Radicondoli (SI), Scuderie, il 30 luglio 2010
Estate a Radicondoli

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