La Tetralogia del Lemming, manifesto di un credo teatrale

Massimo Munaro (photo: Marina Carluccio)
Massimo Munaro (photo: Marina Carluccio)

“La Tetralogia del Lemming, il mito e lo spettatore”, libro edito da Il Ponte del Sale, e scritto durante il lockdown da Massimo Munaro, illuminato regista e fondatore del Teatro del Lemming di Rovigo, nonché direttore artistico del Festival Opera Prima (in corso fino al 13 settembre) è un nuovo ed emozionante tuffo nell’esperienza sensoriale che moltissimi di noi hanno vissuto grazie agli storici spettacoli del Lemming, nati a cavallo tra la fine degli anni ’90 e il nuovo millennio, e che ancora oggi fanno parte del repertorio della compagnia. Parliamo di “Edipo – Tragedia dei sensi per uno spettatore”, “Dioniso e Penteo – Tragedia del Teatro”, “Amore e Psiche – Una favola per due spettatori”, “Odisseo – Viaggio nel Teatro”, e “A Colono- Rito augurale per uno spettatore solo” che nel libro compare come postfazione insieme a “L’Odissea dei bambini – Viaggio nel Teatro per venti bambini di tutte le età”.

Saranno passati all’incirca vent’anni, ma la conservo ancora la lettera che Massimo Munaro mi consegnò all’uscita da “A Colono, rito augurale per uno spettatore solo”: il primo spettacolo del Teatro del Lemming a cui presi parte, e l’ultima tappa, il congedo, di una “Tetralogia sul mito e lo spettatore” unica e rivoluzionaria nel suo genere. In realtà la regola del regista voleva che allo spettacolo prendessero parte solo coloro che avevano partecipato a tutti i lavori precedenti; regola che aveva il suo perché, ma che a causa di un equivoco, di cui ora non ricordo i particolari, mi trovai mio malgrado a trasgredire. Partecipare a “Colono”, come unica spettatrice, fu un’esperienza estrema, fortissima, indimenticabile. E nonostante fosse un’esperienza orfana di un percorso che iniziava da “Edipo” e proseguiva con “Dioniso e Penteo”, “Amore e Psiche” e “Odisseo”, prima di giungere a “Colono” – percorso che solo dopo compresi essere necessario – mi svelò un’idea di teatro di cui allora ignoravo l’esistenza, e la fattibilità.
Era possibile realizzare uno spettacolo per un solo spettatore? Era possibile affidare allo spettatore il ruolo dell’eroe tragico protagonista: bendarlo, spogliarlo, toccarlo, odorarlo, risvegliarne i sensi, e iniziarlo al sacro?

Quella con il Lemming fu la prima volta – per intensità e folgorazione – in cui mi trovai coinvolta in prima persona, in modo così profondo, fisico, emozionale in una pratica teatrale che, sovvertendo le convenzioni teatrali di allora, e ponendo lo spettatore al centro del processo creativo, incendiava con nuovo ossigeno la relazione tra attore e spettatore: una relazione che, nello spazio scenico, teatrale e non, diventava intima, empatica, viva. Non si andava a vedere ma a vivere la tragedia.

Ancora oggi mi rivedo sconvolta e disorientata, in preda alla vertigine di emozioni contrastanti: curiosità, paura, eccitazione, vergogna quando, una volta guadagnata la luce dell’uscita, mi trovai di fronte Munaro che, accorgendosi del mio stato, mise da parte la sigaretta e mi strinse in un abbraccio tranquillizzante. L’avrei rincontrato ancora, lì, prima e dopo ogni tappa, come un Virgilio contemporaneo sulla soglia di un abisso o di un sogno.

Il volume è pertanto un prezioso archivio da aggiungere alla propria libreria, sia per chi conosce il lavoro della compagnia, sia per chi ne è ancora a digiuno. A ogni spettacolo è dedicato un capitolo, e ogni capitolo è un racconto appassionato e corale. Corale perché il Lemming è il teatro del noi, il teatro di un intero gruppo, e le 461 pagine prendono vita grazie alle voci, ai pensieri, alle emozioni all’esperienza di tutto il gruppo: del regista, degli attori, degli spettatori, e anche dei critici.

L’opera letteraria, attraverso le note di regia – ricche di riferimenti filosofici e antropologici -, la descrizione degli spettacoli, i diari di lavoro degli attori i cui occhi sono stati inchiostro vivo per la drammaturgia così come le foto di archivio propongono una lettura immersiva nel mito della Grecia antica, nel rito, nell’origine e nella natura profonda del teatro.
I lavori del Lemming, come scrive Munaro nella prefazione, “si pongono innanzitutto come interrogazione al teatro. Interrogano la sua natura, la sua funzione, la sua attualità […]”.
La Tetralogia è per l’autore e per il Lemming un punto insieme di arrivo e di partenza, “il manifesto di un credo teatrale”, una palestra per l’attore, e un modus operandi che, mettendo al suo centro lo spettatore, ha preceduto qualsiasi politica di audience engagement su cui negli ultimi anni si stanno investendo tante risorse.
Non è un caso quindi che la parte finale del libro, più di duecento pagine, sia dedicata proprio a loro, alle centinaia di spettatori che, con le loro lettere e i loro scritti, dal 1996 a oggi, hanno lasciato un commento, un ricordo, una sensazione, una traccia indelebile della loro avventura.
Come spett-attrice della Tetrologia è bello poter finalmente condividere, attraverso le loro testimonianze, il segreto di quel vissuto che ognuno di noi ha custodito a lungo, rompendo la promessa fatta allora di non rivelare a nessuno ciò a cui si era preso parte, ed eravamo stati parte. Ecco allora che la lettura di quelle pagine riaccende la memoria del profumo di arancio amaro di cui s’impregnava il corpo e la pelle durante ogni spettacolo: l’odore del Lemming, l’odore dei suoi attori, che altri – bendati come me – avranno riconosciuto solo più tardi, in un altrove, tra le genti, proprio grazie al loro indimenticabile profumo.

“La Tetralogia del Lemming, il mito e lo spettatore” verrà presentato domani, 8 settembre alle ore 18, ai Giardini Due Torri di Rovigo, in occasione del Festival Opera Prima. Sanno presenti l’autore Massimo Munaro, il giornalista e poeta Roberto Lamantea, la storica del teatro Roberta Gandolfi e il filosofo Giovanni Leghissa.

La tetralogia del Lemming. Il mito e lo spettatore
di Massimo Munaro
Il Ponte del Sale
2021
Pagine: 464 p., ill.
EAN: 9788889615997

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