La vita arrugginita di Woyzeck secondo Tamás Ascher

Woyzeck del Katona Jozsef Szinhaz

Woyzeck (photo: Lenke Szilágyi)

Si respira aria internazionale grazie al progetto “Teatro d’ogni passione” dello Stabile di Torino, che ha portato alle Fonderie Limone di Moncalieri le uniche due date italiane del Woyzeck di Tamás Ascher e della compagnia Katona József Színház di Budapest.

L’imponente scenografia a vista ci accoglie appena entrati in sala: due grandi pareti trasversali piene di grate e sbarre di ferro tagliano il palcoscenico, creando uno spazio chiuso e dal sapore soffocante. Il metallo e le declinazioni cromatiche della ruggine, elementi dominanti della struttura, sembrano voler già anticipare la palette emotiva di questo lavoro, in cui frustrazioni, amore, delitto e passioni si mescolano.  

Appena le luci in sala si abbassano, gli attori della compagnia Katona József Színház entrano in scena e lo spettacolo ha inizio. Da una balconata laterale, ma quasi completamente nascosti al pubblico, i musicisti suonano il primo brano mentre gli attori intonano “Misery is the river of the world”, il primo dei bei brani scritti da Tom Waits. Interagendo con la scenografia, arrampicandosi alle grate e appendendosi alle sbarre o alle panche sospese, gli otto interpreti danno vita ad una coreografia netta e meccanica che sembra ricordarci che in fondo siamo tutti ingranaggi di un meccanismo più grande che ci divora, mastica e digerisce.

Il dramma di Woyzeck scorre davanti ai nostri occhi con un alternarsi di canzoni e dialoghi. La fatica del soldato semplice e la sua vita che si consumano ogni momento di più sono rese perfettamente dal bravo Tamás Keresztes (Woyzeck) che, durante l’ora e mezza circa di spettacolo, canta, marcia, si arrampica e suda senza sosta.
La vicenda, nata dall’incontro tra la fantasia di Büchner e un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1824 al barbiere Johann Christian Woyzeck di Lipsia, decapitato per aver ucciso per gelosia la donna con la quale aveva una relazione, è diventata negli anni uno dei drammi più apprezzati dal teatro contemporaneo.

Il testo racconta la triste vicenda del soldato Woyzeck, sfruttato e umiliato dai suoi superiori, uomini senza scrupoli che lo considerano una “cavia”, uno schiavo a disposizione delle loro necessità. Per mantenere Marie, la sua amata, e il bambino che hanno avuto insieme, Woyzeck si sottopone ad umiliazioni continue da parte del capitano, al quale il soldato è costretto a fare la barba ogni giorno, e dal dottore, che studia su di lui gli effetti di una folle dieta a base di piselli in scatola. Il dramma si scatena quando Marie, stanca di un uomo consumato, grigio e sempre assente, tradisce Woyzeck dopo essere stata sedotta dal colorato ed esuberante tamburo maggiore, il “macho” della situazione. Da questo momento in poi il passo verso l’omicidio e la spirale di disperazione finale è breve. Accecato dalla follia, Woyzeck assiste impotente al sensuale e vitale corteggiamento dei due amanti e decide di mettere fine alla vita della sua donna. In un duetto finale poetico, riassunto dalla bellissima canzone “All the world is green” Woyzeck e Marie si danno il reciproco addio prima dell’ormai “necessario” omicidio.

Allo spettatore non resta che assistere a questa tragedia dal sapore contemporaneo in cui gelosia, dramma interiore e miseria umana si mescolano, dando vita ad una vicenda che potremmo leggere anche oggi sulle pagine dei giornali.
La messa in scena di Ascher, sostenuta dal progetto registico di Bob Wilson e dalla forza evocativa delle canzoni di Tom Waits, mette in luce questi aspetti giocando abilmente su un attento uso dei colori di scena e dei costumi. Tutta la vita di Woyzeck e dei personaggi che gli ruotano intorno è avvolta dalle sfumature rugginose del ferro e della terra. Gli unici tocchi di colore compaiono, non a caso, addosso ai costumi del tamburo maggiore e di Marie durante il loro ballo sensuale. Quello è il mondo colorato che una volta apparteneva anche a Woyzeck e che ora può solo essere osservato da lontano e invidiato. Nella miseria di un uomo portato al limite della sopportazione e della sopravvivenza non c’è più spazio per i colori.

Lo spettacolo, recitato in ungherese e proposto con sopratitoli in italiano, risente di un’unica piccola-grande pecca. Le canzoni, momenti chiave di commento e riflessione, sono giustamente cantate nella versione originale inglese, ma non godono del privilegio dei sopratitoli (che sarebbero bastati anche solo in inglese). Alcuni dei momenti più intensi dello spettacolo scivolano così troppo in fretta per essere apprezzati in pieno e si rimane con un quadro non perfettamente compiuto.

Nel complesso Ascher ci offre comunque uno spettacolo strutturato e godibile. Sul finale il pubblico applaude entusiasta la misera vita del soldato Woyzeck ma soprattutto l’eccellente interpretazione degli otto attori, sei uomini e due donne, che con i loro corpi e voci sanno dare forma e concretezza ad un mondo ostile e cinico in cui resta pochissimo spazio per i sentimenti. Asher ci permette di vedere l’esistenza con gli occhi dello stesso Woyzeck, uscendo da teatro con ancora addosso il sudore e la sofferenza di questo misero soldato, consumato dalla vita e deluso dall’amore.

WOYZECK
di Georg Büchner
musiche e versi: Tom Waits e Kathleen Brennan
progetto registico orginale e visual concept: Robert Wilson
testo dello spettacolo originale: Ann-Christin Rommen e Wolfgang Wies
drammaturgia: Annamária Radnai
con: Tamás Keresztes, Adél Jordán, Zoltán Bezerédi, Ernő Fekete, Ervin Nagy, Lehel Kovács, Ferenc Elek, Eszter Kiss
musicisti: György Philipp / Lázár Balogh, Tamás Szalay / András Csizmás, Keve Ablonczy / Zsolt Bartek, Gábor Bizják / Gergely Kovács / János Keveházi, Krisztián Kurucz/ Mihály Simkó-Várnagy, Gábor Pusztai / Ádám Maro
regia: Tamás Ascher
scene: Zsolt Khell
luci: Tamás Bányai
costumi: Györgyi Szakács
coreografo: Casaba Horváth
musiche: György Philipp
Katona József Színház Theatre (Budapest)

durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Moncalieri (TO), Fonderie Limone, il 27 febbraio 2014
Prima nazionale


 

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