La vita dal dente d’oro di Claudio Morganti

La vita ha un dente d'oro

Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur

“Un tempo, se mi ricordo bene, la mia vita era un festino in cui tutti i cuori si aprivano, tutti i vini scorrevano.
Una sera, ho preso la Bellezza sulle mie ginocchia. – E l’ho trovata amara.”
(A. Rimbaud)

La vita ha un dente d’oro non è solo un proverbio, non è solo un’antica espressione bulgara per parlare dell’artificio all’interno del vero.
“La vita ha un dente d’oro” di Claudio Morganti è un’opera d’arte meravigliosa.
Quando la bellezza arriva, per prima cosa è importante saperla riconoscere. E qui arriva in forma di teatro, questa parola ambigua e univoca al contempo, come tutte le parole.

Sotto il termine teatro ci sta di tutto, ma solo una cosa è teatro. Ecco, qui c’è questa cosa. Ogni elemento che compone il tutto sta al suo posto in una compostezza rifrangente, che dunque rende questa ora insieme variegata, molteplice, potenzialmente lunghissima, come una lenza lanciata e che ci segue per giorni, non solo nello spazio dunque, ma nel tempo.

Questa poi è l’altra parola. Potremmo dire il ‘tema’, se fossimo a scuola. Ma siamo invece qui a vivere, e dunque non un solo tema conduce ma un intreccio si compone, e in questo intreccio il nostro attraversare il tempo facendoci da lui cambiare è un continuo allontanarci.

Due uomini, un tavolo attorno a cui sedere, occasione fortuita – fuori dal tempo. L’atmosfera potrebbe ricordare a tratti “L’uomo dal fiore in bocca”, questo stare in mezzo alla notte incrociati per una manciata di minuti, lasciando galleggiare segreti e pensieri nel buio, insieme alle stelle che vibrano nelle pozzanghere. E forse c’è un altro punto di contatto, con questa suggestione: vero ospite a sedere al tavolo con noi è la morte. Un richiamo che resta costante, come una nota bassa che si prolunga, o l’effetto larsen della chitarra appoggiata all’amplificatore.  

Ma la schiuma di questo nero fondale subacqueo e abissale, di questo buio pronto a inghiottire, è lo spumeggiare di gesti, parole a volte incomprensibili, sguardi, giochi, versi, pensieri a tratti quasi ebeti e poi profondissimi, dialoghi surreali composti dai due uomini seduti al tavolo.
Non si può riassumere questo “La vita ha un dente d’oro”, drammaturgia di Rita Frongia e regia di Claudio Morganti; non si può raccontare esattamente ‘cosa succede’, perché di fatto non succede ‘niente’.
Certo, ci sono le carte, e una bottiglia, un faro, un cane invisibile…

Eppure è così che succedono le cose nella vita che passa – anzi, che resta mentre noi passiamo. Gli eventi delle nostre piccole esistenze hanno forse una vera ‘trama’?  Sappiamo descrivere la trama dei nostri lutti e innamoramenti, al di là del dato sensibile? La ‘cosa vera’ che accade, insomma. Quella accade e basta, resta sotto la superficie come un animale marino che forse potrebbe inghiottirci come Giona. O come Pinocchio.

Nel perturbante di questo accadere siamo accompagnati da due attori non solo eccellenti ma magistrali (Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur), la cui bravura già da sola potrebbe portare alla commozione. O al riso. Due espressioni umane qui prese in esame, attraverso una lente impietosa e inclemente, quella che ci fa fare delle domande, quella che non ci lascia stare, che ci mette scomodi, denudati. Per questa ragione, l’importanza dello spazio: bene sarebbe stare vicini, nel piccolo, per entrare nel dettaglio degli occhi che si illucidiscono nel chiedersi se siamo, noi, forse, qualcosa più d’un ginepro – alberino negletto, puntuto e dimenticato. Tutto è. E infine finisce.
In questo nostro ‘dopo’ non possiamo far altro che ringraziare Morganti, Frongia, Stetur, Pennacchia per avercelo saputo ricordare con tanta maestria.

La vita ha un dente d’oro
regia: Claudio Morganti
drammaturgia: Rita Frongia
con: Francesco Pennacchia, Gianluca Stetur

durata: 1h
applausi del pubblico: 2’ 45’’

Visto a Monteroni d’Alba (SI), Straligut, il 14 marzo, e rivisto a Pistoia, Villa di Scornio, il 23 aprile 2014


 

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