La Vita di Galileo, paradossalmente, non sorprende

Franco Branciaroli

Franco Branciaroli è Galileo (photo: Tommaso Le Pera)

Vita di Galileo, scritto da Brecht durante l’esilio dalla sua Germania in mano al regime nazionalsocialista, è un’opera possente che, nella versione originale, dura più di sei ore. I numerosi fatti e personaggi sono tutti volti a raccontare la storia del celebre scienziato pisano che sovvertì il principio assoluto e millenario della Terra al centro dell’universo, come avevano fatto prima di lui Copernico e, solo dieci anni prima, Giordano Bruno, andato al rogo proprio per questo motivo. Tuttavia Galileo, che fino ad allora “non poteva dare nessuna prova” delle sue teorie, grazie all’invenzione del telescopio può dimostrare la sconvolgente veridicità delle proprie tesi. Basterà guardarci dentro per scoprire che le stelle non sono appese ad una calotta di cristallo e compiono precise rotazioni.

Ma come non c’è più sordo di chi non vuol sentire, non c’è più cieco di chi non vuol vedere, e in quel telescopio non ci vuole guardare nessuno degli uomini di fede. Si avvia così uno dei più famosi processi della storia, condotto contro il padre della fisica moderna, costretto ad abiurare le sue teorie nel 1633 dopo la condanna della Santa Inquisizione. Solo grazie a questo tradimento forzato tornerà libero dalle persecuzioni e potrà condurre in segreto le ricerche, terminando i suoi Discorsi che saranno poi pubblicati all’estero.

L’allestimento di Calenda, che vede protagonista un Branciaroli-Galileo con camice da artigiano (come a sottolineare il senso pratico da ricercatore e i pochi fronzoli dello scienziato), tenta di restituire le contraddizioni e l’emblematicità del protagonista: uomo di mente e carne, dominato da una passione fisica e quasi erotica tanto per la scienza quanto per le cose terrene perché, dopotutto, ama mangiare e deve lavorare per pagare il lattaio. Il “voluttuoso e tirannico impulso scientifico”, al quale accenna lo stesso Brecht, rende Galileo un uomo vulnerabile, spaccato, egoista, ed incredibilmente solo di fronte alla portata delle sue scoperte.


Lo spazio scenico, sontuoso e minimalista insieme, è una sorta di cosmo, una calotta celeste che sa essere tanto luminosa e piena di stelle, quanto oscura e presagio di tempi bui. Qui gli attori, numerosi e di carismi assai diversi, si calano in doppi e tripli ruoli, alternandosi alla corte del mattatore Branciaroli.
Eppure, nonostante sulla scena appaia tutto impeccabile, nonostante la magia evocata dagli esperimenti scientifici condotti sul palco, e nonostante alcune interpretazioni meritino davvero un plauso particolare, prima fra tutte quella di Branciaroli, assistere allo spettacolo è come puntare lo sguardo al firmamento infinito e sbattere il naso contro il  vetro della finestra. Un esercizio di stile che dona rari momenti di emozione (coerentemente a quello che forse avrebbe voluto Brecht), rari momenti di sorpresa (contrariamente a quello che forse avrebbe voluto Brecht), un filo di rabbia per la posizione ottusa degli illustrissimi uomini di Chiesa, un sospiro di sollievo sapendo che, nell’ombra, Galileo ha continuato a condurre le sue ricerche, e un’assoluta incapacità di prendere atto di una qualche lezione da applicare all’oggi, nonostanteVita di Galileo sia l’opera, parafrasando lo stesso Calenda, “più avvincente, presaga, ricca di ambiguità poetiche, quella che con maggior urgenza e incisività ci invita a riflettere sul nostro tempo”.

Sebbene l’allestimento volesse far riferimento a tematiche urgenti e contingenti nei nostri giorni, quali il conflitto tra scienza e potere o tra ricerca ed etica, l’attualità non è trapelata in nulla, nemmeno in quella moto fuori tempo e fuori luogo comparsa in scena per un siparietto felliniano che, se non altro, ha fatto sì che sul quel palco succedesse finalmente qualcosa.

VITA DI GALILEO
di Bertold Brecht
traduzione di Emilio Castellani
regia: Antonio Calenda
con: Franco Branciaroli
e: Giancarlo Cortesi, Daniele Griggio, Giorgio Lanza, Dora Romano, Alessandro Albertin, Giulia Beraldo, Tommaso Caldarelli, Nicola Ciulla, Emanuele Fortunati, Jacopo Venturiero, Nicole Vignola
scene: Pier Paolo Bisleri
costumi: Elena Mannini
musiche: Germano Mazzocchetti
luci: Gigi Saccomandi
produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Teatro degli Incamminati
durata: 1h 30′
applausi del pubblico: 3′ 32”

Visto ad Ancona, Teatro delle Muse, il 17 ottobre 2008

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