La vita nuova di Castellucci, verso un’utopia inattesa

La vita nuova (photo: Stephan Gagla)
La vita nuova (photo: Stephan Gagla)

Un immenso capannone avvolto nella nebbia. Una distesa di macchine ricoperte da teli bianchi. Luce suffusa, neon intermittenti. Suggestiva e inquietante, “La vita nuova” di Romeo Castellucci finalmente arriva in Italia, a due anni dal suo debutto al Kanal – Centre Pompidou di Brussels, che lo ha commissionato.

E proprio dal Kanal, un antico ed enorme deposito di auto, è arrivata la prima suggestione a Castellucci per il suo ultimo spettacolo: le automobili. Ma quell’enorme garage era anche situato in un punto particolare della città, dove la vecchia Bruxelles incontra un quartiere di forte immigrazione africana. Ed ecco la seconda suggestione.

Lo spettacolo arriva a Bologna, presso lo spazio DumBo, in occasione di Art City. Ed è sold-out in tutte e quattro le repliche. Del resto, un artista del calibro di Castellucci è una forte attrazione per il pubblico, che si ritrova in coda dentro a un (altro) capannone.

La scenografia essenziale è formata da una ventina di automobili parcheggiate. Alti uomini di colore, vestiti con lunghe tuniche bianche, abitano questo luogo isolato scelto per celebrare quello che pare essere un rituale. Oggetti simbolici e ornamenti d’oro vengono rivolti al cielo e alla terra con movimenti lenti e gesti ancestrali. Cosa stanno celebrando?

Un continuo sottofondo musicale, anche stavolta firmato da Scott Gibbons, accompagna la partitura scenica degli attori: rumori di macchine, lamiere, ingranaggi. Poi il caos, il traffico incessante e i clacson ci ricordano la frenesia della nostra vita quotidiana, quelle auto che ormai ci circondano ovunque.

I performer mantengono calma ed autocontrollo, camminano fra le macchine come fossero pecore da portare al pascolo: un gregge; mentre loro – eleganti, imponenti, ancor di più per i sandali col tacco che indossano – li scopriremo profeti di una nuova vita.
Il rituale sembra procedere come prestabilito. I cinque performer spostano, sollevano, ribaltano le automobili come fossero normali oggetti di scena, con estrema precisione coreografica e in apparenza senza sforzo alcuno; il pubblico ne rimane estremamente colpito. Le doti atletiche e il controllo del corpo permettono loro di realizzare azioni rischiose e fuori dal comune, che incutono un certo timore ma destano anche curiosità, stupore, meraviglia. E chi mai immaginerebbe che un luogo desolato come un garage di automobili possa generare un’impattante bellezza?

La visione di queste immagini, ancorate all’immaginario urbano, diventa un’esperienza estetica per il pubblico, che forse vorrebbe persino sentirsi attivamente coinvolto: passeggiare fra le macchine, prendere parte in qualche modo alla ribellione dal degrado…

Fino a quando, uno degli attori inizia a declamare un sermone, come fosse una sorta di manifesto da offrire al mondo per salvare l’arte dal suo declino. La parola ora è in primo piano, attraverso un tempo dilatato in cui fermarsi a riflettere.
Il testo, scritto da Claudia Castellucci, fornisce in parte la chiave di lettura dell’enigmatico rituale. Si incolpa l’arte di non arrivare più al cuore delle persone: ormai al museo ci vanno solo gli artisti che non vengono esposti in quel museo. L’arte non è più una necessità, bensì un vezzo. L’artigianato invece non necessita di uno spazio espositivo per potersi affermare, e gli oggetti che crea sono realmente in grado di riscattare la fatica e la povertà della gente, entrando nella vita in modo più profondo. Il discorso elogia anche le donne, che hanno inventato l’arte nell’era delle caverne, ed esalta l’ornamento in quanto bellezza necessaria e tangibile.

Il testo, che rimanda al pensiero di Ernst Bloch e all’opera “Lo spirito dell’utopia”, un classico del pensiero filosofico contemporaneo, è arrivato ai fratelli Castellucci come una scoperta durante l’elaborazione del progetto. Alcune concezioni sviscerate nel testo, come il primato dell’artigianato sull’arte o il valore dell’ornamento (solo attraverso l’ornamento e la decorazione la nostra povera vita può migliorare), trovano così piena espressione attraverso l’immagine e la parola. L’arte, oggi – sostiene infatti Romeo Castellucci -, è debole, già vista e prevedibile. Ecco allora, come anche in passato da alcuni sostenuto, la possibilità di vedere il bello attraverso l’ornamento. Del resto, affermava lo stesso Bloch, “d’ora innanzi […] deve dominare la grande tecnica, il ‘lusso’ per tutti, il lusso democratico e ingegnoso che allevia la fatica e dà refrigerio”.

La macchina ribaltata, col motore acceso e le ruote che girano a vuoto verso il cielo, desta nel pubblico quello stupore di cui parlava ancora Bloch: la visione di grandi oggetti, come segnali, ci annuncia, inaspettata, la possibilità di una salvezza, che in Castellucci diventa più un’utopia, la visione di un nuovo mondo dopo che si è ribaltato quello attuale. E allora, dall’abitudine alle forme della nostra vita sociale (il lavoro, la politica, l’arte…) ci si può separare; e anche dalla povertà di un’esperienza, di un luogo, di un oggetto, si potrà generare una “Vita nuova”.

LA VITA NUOVA
Concezione e regia: Romeo Castellucci
Testo: Claudia Castellucci
Musica: Scott Gibbons
Attori: Sedrick Amisi Matala, Abdoulay Djire, Siegfried Eyidi Dikongo, Olivier Kalambayi Mutshita, Mbaye Thiongane
Assistenza alla regia: Filippo Ferraresi

Durata: 1 h
Applausi: 2’ 05”

Visto a Bologna, spazio DumBo, il 24 gennaio 2020
Prima nazionale

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