La vocazione di Danio Manfredini: essenza umana d’attore

Danio Manfredini in Vocazione (photo: Manuela Pellegrini)
Danio Manfredini in Vocazione (photo: Manuela Pellegrini)

Danio Manfredini in Vocazione (photo: Manuela Pellegrini)

Non è un caso che Armunia abbia ospitato nella rassegna “Dimore d’autunno”, l’ultimo lavoro di Danio Manfredini, “Vocazione”, poi approdato a Milano. 
Lo spettacolo prosegue infatti il discorso intrapreso a Inequilibrio 2014 riguardo al ruolo e alla professione dell’attore, attorno al quale ruotavano diverse messe in scena della sezione teatro del festival toscano.

È proprio tale tematica la direttrice lungo la quale si snoda lo spettacolo in cui l’attore lombardo “traccia un quadro sulla figura dell’attore teatrale nei diversi stadi che attraversa durante il suo percorso”.
Una riflessione sull’attore profonda, esibita e dichiarata, venata di tristezza, autoironia e confessione dell’impossibilità di essere altrimenti, nell’incapacità di rifiutare per l’appunto una ‘vocazione’, moto interiore dell’animo al quale è impossibile disubbidire.

Manfredini estrapola frammenti eterogenei e li unisce a sue parole, canzoni e spunti autobiografici per costituire la drammaturgia dello spettacolo. Che si tratti di Bernhard, Harwood, Čechov – per citarne alcuni -, di parole dell’autore, di squarci lirici o quadri (assieme a Vincenzo del Prete), tutto è incentrato sulla condizione dell’essere attore, evidenziando come siano labili i confini tra palcoscenico e realtà, e come le due cose si intreccino fino a germinare in un tutt’uno. 

In “Vocazione” Manfredini abita la scena dall’inizio alla fine, con frequenti cambi di abito in cui espone un corpo che diviene metafora di una verità dell’animo, facendo emergere in modo quasi perturbante “la figura dell’artista nella sua essenza umana scarna”. Un’essenza che colpisce dritto lo spettatore, lo scuote, reclama attenzione, manifesta sentimenti ed emozioni, paure e tormenti, risate e disillusioni che non lasciano certo indifferenti. 

E questo al di là dell’esito dello spettacolo, che nell’equilibrio d’insieme non risulta pienamente riuscito. C’è tanta materia, c’è forse il bisogno di dire troppo, ci sono momenti più riusciti di altri e alla fine vengono a mancare un’omogeneità d’insieme e una fluidità forse impedite dalla troppa frammentazione. Ma questo poco importa rispetto al “fatto teatrale”. 

“Vocazione” si apre con la famosa aria “Vesti la giubba” da “Pagliacci” di Leoncavallo e termina con una figura di trans, in minigonna di piume, tacchi alti e alette rosse d’angelo (e la memoria corre a “Tre studi per una crocifissione”) che timidamente esce di scena lanciando baci al pubblico per ringraziarlo, come a dire che, senza il suo sostegno, questa esistenza d’attore e uomo sarebbe stata di gran lunga più sofferta. 

VOCAZIONE
con: Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete
assistente alla regia: Vincenzo Del Prete
progetto musicale: Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri
disegno luci: Lucia Manghi, Luigi Biondi
collaborazione ai video: Stefano Muti
sarta: Nuvia Valestri
produzione: La Corte Ospitale

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 2’ 50’’

Visto a Castiglioncello (LI), Armunia, il 16 novembre 2014

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