L’affaire Palladium e la cecità dei nostri tempi

Canio Loguercio

Canio Loguercio (photo: Bianca Madeccia)

Ieri la Fondazione Romaeuropa – un’organizzazione di primo piano che in questi anni, per la scena contemporanea di Roma e non solo, ha fatto davvero molto – ‘si è data voce’, attraverso una conferenza stampa all’Opificio Telecom, per spiegare il proprio punto di vista su quello che è diventato ‘l’affaire Palladium’.

Romaeuropa si è data voce per spiegare il proprio punto di vista a giornalisti, artisti, pubblico… che volevano capire come mai fosse stata interrotta così, dall’oggi al domani, la stagione 2014 al Palladium, nel pieno del suo sviluppo. E soprattutto perché circolassero voci in cui si diceva che Romaeuropa fosse stata in qualche modo ‘estromessa’ da quello spazio, di proprietà dell’Università Roma Tre, nonostante avesse contribuito fortemente a renderlo vitale e significativo.

Pronta è arrivata, dopo la conferenza stampa, la replica dell’assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale guidato da Flavia Barca, tra i maggiori imputati in questa vicenda: “L’apprezzamento dell’amministrazione capitolina e dell’assessorato alla Cultura nei confronti del contributo di Romaeuropa alla città è tale che, nel 2013, sono stati versati alla Fondazione euro 750.000. Il taglio rispetto all’anno precedente è stato di 200.000 euro, inevitabile a fronte delle difficoltà di bilancio 2013. Per quanto riguarda il 2014, l’Amministrazione Capitolina non ha ancora approvato il Bilancio Previsionale. E’ tuttavia piena intenzione dell’assessorato alla Cultura continuare a contribuire al successo di Romaeuropa”.


Klp ha deciso allora di ‘dare voce’ ad un artista (romano d’adozione) che ha spesso intrecciato il suo lavoro, in questi dieci anni, col Teatro Palladium.
Fornendogli semplicemente un’indicazione: raccontaci cosa significa per te questa vicenda.

Canio Loguercio – musicista, performer & altro ancora – l’ha fatto.


Ho sempre pensato al Palladium come a un luogo di ricerca e sperimentazione aperto alla città. Uno spazio polivalente nel ‘mainstream’ del contemporaneo, in grado di intercettare tendenze e visioni del cambiamento. Capace di essere sia vetrina di esperienze internazionali che ‘driver’ locale per la disseminazione e l’apprendimento di codici, culture e linguaggi propri dei processi di innovazione.
Ma anche una piazza per incontrarsi e riconoscersi nel presente, per confrontarsi e condividere progetti, pratiche ed esperienze. Uno ‘strumento’ per promuovere azioni trasversali oltre i confini degli specifici e delle soggettività. E quindi una sorta di cantiere per la costruzione di una non impossibile e forse un po’ sentimentale poetica sociale.​

Per me è sempre stato uno spazio politico, non solo teatro o ribalta, ma simulacro di una comunità mutevole e dinamica, eppure radicata. Partner “di servizio pubblico” per l’elaborazione, la produzione e la diffusione di modelli e prodotti artistici e culturali, ma anche per il riconoscimento di nuove professionalità, intersecando università, enti, istituzioni, associazioni.

Ho sempre pensato al Palladium come a una ‘Casa delle arti performative indipendenti’, a supporto del consolidamento di una rete, nel rispetto delle autonomie e delle identità. Punto di riferimento operativo per la parte più significativa e vitale del tessuto culturale del nostro territorio, in grado di facilitare e sostenere percorsi artistici plurali e differenti.

E in questi dieci anni questo spazio è stato tenacemente permeabile e aperto. E quindi vulnerabile, in quanto non semplice e provinciale centro di aggregazione di quartiere, o ‘fortino’ locale, ma crocevia esposto alla rosa dei venti, come una stazione di frontiera in una terra di confine, frequentata da una community di liberi viaggiatori, artisti, pubblico, operatori.

conferenza stampa #laversionediromaeuropa

I conti non tornano durante la conferenza stampa #laversionediromaeuropa

Credo che il Palladium abbia rappresentato una sfida quasi impossibile in un contesto in cui la sempre maggiore concentrazione tematica dell’offerta, la drastica riduzione dei finanziamenti pubblici, l’assenza di una politica culturale innovativa a scala metropolitana hanno del tutto penalizzato e marginalizzato le strutture ‘eccentriche’ popolate prevalentemente, per l’appunto, da comunità provvisorie per loro natura anarchiche e nomadi.

Ma anche se oggi questa sfida è stata persa e il Palladium ha dovuto soccombere alla normalizzazione di una politica insensata, resterà per sempre un simbolo per tutta la scena indipendente, locale e nazionale.
Bastava passarci ogni anno, più o meno verso metà maggio, per rendersene pienamente conto, quando si trasformava in faro o torre di controllo dei “teatri di vetro” disseminati nei lotti del quartiere nel fiabesco skyline della Garbatella.

Simbolo, ricovero e dimora per la scena indipendente e laboratorio/vetrina per la performing art contemporanea, il nuovo ex Cinema Teatro Garbatella, a partire dal 2003, ha sempre puntato esclusivamente sulla qualità e quindi su un’offerta sicuramente ‘formativa’, originale e colta, ma mai elitaria, soprattutto grazie alla lungimiranza del Rettorato di Roma Tre e alla gestione della Fondazione Romaeuropa, una ‘crew’ formidabile stimata ed apprezzata in tutto il mondo, ma direi anche all’intelligenza politica di alcuni degli amministratori che in questi anni si sono succeduti e che hanno voluto sostenere, pur fra mille difficoltà, il ‘progetto Palladium’.

Penso a Vincenzo Vita, assessore alla Cultura della Provincia di Roma dal 2003 al 2008, con il quale all’epoca collaboravo e con cui focalizzammo l’idea che questo spazio avrebbe potuto essere uno strategico anello di congiunzione nel panorama culturale, consentendo orizzontalmente un’osmosi territoriale in grado di generare flussi, sinergie e nuovi meccanismi partecipati nel sistema centro/periferie e, verticalmente, produrre creatività ‘di default’ fra locale e globale. Un ponte, dunque, ma anche uno snodo o un incubatore di idee dagli inediti risvolti antropologici, mettendo in campo pratiche esplorative reciproche fra saperi più o meno attigui che sicuramente hanno a che fare col teatro, la danza, la musica, le arti performative in genere, ma anche con la videoarte, l’elettronica, il digitale e perché no la matematica e la scienza.

La  mia interazione/collaborazione col Palladium è sempre stata di questo tipo, mai finalizzata alla ‘compiutezza’ di un prodotto, bensì alla nascita e allo sviluppo di un processo.
Clausola che mi ha consentito di fornire un contributo al progetto complessivo attraverso le ‘cantierizzazioni’ di Teatri di vetro, delle produzioni ZTL, del portale “scenarindipendenti”, della rivista online La Differenza, di Cortoons, del Poetry Slam, di Ethnicus, del Festival RETI, non semplici contenitori di prodotti o di ‘spettacoli dal vivo’, ma inediti format per la produzione e diffusione di ‘storie’ di mondi paralleli, attraverso percorsi complessi (bandi, laboratori, studi, assemblee, ecc..), ardite partnership (ministeri, università, municipi, centri sociali, radio, blog, testate online..) e faticosissime giornate di incontri, stages, proiezioni, maratone, lezioni.

Un lavoro impegnativo e articolato dunque, portato avanti poi soprattutto da Cecilia D’Elia, assessore alla Cultura della Provincia di Roma dal 2008, e condiviso con gli amministratori del Municipio, dallo staff di Romaeuropa e dai tanti soggetti, singoli o associati (artisti, gruppi, compagnie, ecc..) – un enorme patrimonio umano di idee e di professionalità, con cui ho avuto modo di percorrere un bel pezzo di strada insieme – che hanno potuto trovare, soprattutto nel Palladium, un luogo dove confrontarsi e crescere, mentre lentamente assistevamo alla chiusura di molti spazi che sostenevano la scena creativa e davano una qualche visibilità alle produzioni contemporanee.

Ma oggi anche il Palladium, questo Palladium, muore.
Al suo posto dovrebbe nascere un “hub” finanziato da fondi destinati alla formazione. Un progetto/non progetto, annunciato con una certa enfasi nei giorni scorsi, in cui non sarebbe previsto alcun ruolo per la Fondazione Romaeuropa, ossia la testa e il cuore, il vero motore di questo teatro.

E allora, ancora una volta, penso che i destinatari di una rigorosa formazione dovrebbero essere proprio i politici che ci amministrano, incapaci di cogliere gli aspetti più significativi del nostro tempo, spesso ciechi ed arroganti, senza alcuna visione di lungo periodo, senza un’idea di futuro, costringendo all’estinzione le più intelligenti, originali e indipendenti forme di narrazione critica del presente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *