L’album di famiglia di Teatro Nucleo: una finestra aperta dal carcere

In questo periodo storico i concetti di chiusura e apertura si stanno arricchendo di nuovi significati per ognuno di noi, portando con sé timori, paure, speranze e sguardi.
Porte chiuse dei teatri, porte chiuse delle case, porte chiuse alla cultura.
Eppure ogni tanto qualcuno riesce ad aprire finestre.

Questo accade dal luogo di chiusura per eccellenza, la Casa Circondariale Satta di Ferrara. E ad aprire le finestre, metaforicamente parlando, sono i 35 detenuti che partecipano al laboratorio “Album di Famiglia” nell’ambito del tema biennale “Padri e Figli”, individuato dal Coordinamento Teatro-Carcere della Regione Emilia- Romagna, e che si affacciano al mondo con una nuova e originale serie web inserita nel più ampio progetto delle Magnifiche Utopie di Teatro Nucleo.

Guidati dalla professionalità ed esperienza di Horacio Czertok e Marco Luciano i detenuti, provenienti da diverse parti del mondo, da due anni compiono un percorso creativo volto alla produzione di uno spettacolo che avrebbe dovuto debuttare, prima ad aprile e poi a novembre 2020, presso il Teatro Comunale di Ferrara. A causa dell’emergenza sanitaria ancora in atto, questo non è stato possibile.
Questa assenza di un obbiettivo a cui guardare stava indebolendo il gruppo e la motivazione interiore dei partecipanti, fino a quando, casualmente, si è deciso di registrare le scene con una videocamera, inizialmente con uno scopo strettamente documentaristico.
Improvvisamente, Horacio Czertok e Marco Luciano si sono accorti che la presenza della videocamera generava nuovi stimoli tra i partecipanti-attori, ed ecco che ha aperto una “finestra”.

Il regista Marco Luciano ce lo racconta: “E’ scattata questa scintilla. Le riprese non solo stimolavano la creatività, ma la scrittura stessa, arricchita dalla scelta del set e dei movimenti di camera. In questi ultimi 3-4 mesi è diventata una finestra, un modo per venire fuori con ciò che avevano creato, un nuovo obbiettivo”. E aggiunge: “L’evasione artistica è un orizzonte che non gli si può sottrarre”.

Una finestra, seppur virtuale, per “evadere” artisticamente, cioè creativamente, produttivamente e ideologicamente. Per una creatività che determina una crescita, e una performance che genera trasformazione, da performare cioè “dare forma” all’uomo.
Tutto ciò che la chiusura impedisce, l’arte genera finestre, crea aperture e dà forma al nuovo.
Questo sembra di fondamentale importanza quando si parla di detenzione, e ai concetti di “formazione” e quello più utilizzato di “riabilitazione” il Teatro Nucleo affianca quello di “professionalità”.
“Ogni giovedì ci incontriamo, e abbiamo solo un’ora e mezza disponibile per lavorare – prosegue Marco Luciano – Quindi il giovedì strutturiamo ciò che riprenderemo la volta successiva. Questo richiede da parte degli attori grande professionalità, puntualità e precisione, con cui arriviamo poi al giorno delle riprese. Per loro è chiaro che il livello da raggiungere sia professionale, impeccabile e con una forte carica artistica. Attraverso la loro professionalità acquistano dignità”.

Album di famiglia - Teatro Nucleo

Album di famiglia – Teatro Nucleo

Così, ogni giovedì alle ore 18 a partire dal 14 gennaio, dalla pagina Facebook di Teatro Nucleo e del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, di cui la compagnia con base a Ferrara è fondatrice, vanno in onda gli appuntamenti della serie web “Album di Famiglia” (puntate presenti nella pagina YouTube e sul sito della compagnia), risultato di due anni di lavoro teatrale liberamente ispirato alla figura di Amleto e alle sue varie riscritture contemporanee, da Laforgue a Heiner Muller: “La drammaturgia si è andata componendo attraverso uno scambio di suggestioni e spunti letterari forniti dai registi di Teatro Nucleo ai detenuti, che li hanno rielaborati in scritture più o meno biografiche sull’eredità familiare, sulla colpa e sul perdono. La composizione drammaturgica ha preso ispirazione da “Hamlet Machine” di Heiner Muller”.

Dieci puntate per 10 personaggi, un album da sfogliare dove ogni pagina si sofferma su un personaggio: Orazio, il fantasma, Ofelia, Amleto ecc. La colonna sonora dei corti è prevalentemente affidata a Nicolae Roset, moldavo di origine rom, ospite della Casa Circondariale. Le canzoni che ha proposto, di tradizione zingara, hanno a che fare con la lontananza, la famiglia, l’amore e con la necessità del viaggio.
Il lavoro è incentrato sull’identità, un’identità in trasformazione attraverso viaggi interiori necessari, di ricostruzione delle relazioni in quest’epoca in cui “siamo una massa polverizzata di rapporti”, asserisce Luciano: “Andranno immaginati dei modi per ricostruire la socialità”. Una necessità di cui oggi parliamo in modo generalizzato a causa della pandemia, ma che i detenuti vivono quotidianamente da sempre.

“Ci piacerebbe che la parola chiusura potesse essere sostituita dalla parola cura – è il pensiero del Teatro Nucleo – È necessaria la cura per superare una crisi. Per quel che possiamo, vogliamo continuare ad avere cura del nostro lavoro, del nostro teatro, tenendolo aperto e rendendolo un luogo in cui sentirsi sicuri, trovare nuovi riferimenti capaci di rafforzare il senso d’appartenenza ad una comunità, favorire l’incontro”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *