L’amante di Loris, la coppia nella sala degli specchi

I protagonisti de L'amante (photo: Agneza Dorkin)
I protagonisti de L'amante (photo: Agneza Dorkin)

La solitudine e la paura di essersi smarriti. Un uomo e una donna dimentichi del mondo, decisi a ritrovarsi, a ritrovare un codice perduto, una lingua segreta che non conoscono più.

“L’amante”, appena andato in scena al Teatro Out/Off di Milano, con Cinzia Spanò e Roberto Trifirò, s’inserisce nel filone di quel “teatro della minaccia” che ha reso celebre Harold Pinter per le sue atmosfere ambiguamente allusive.

L’azione si svolge tutta in un ambiente chiuso, sul quale incombe il pericolo di un intervento esterno capace di provocare l’angoscia dei personaggi.
Il regista Lorenzo Loris sceglie come ambientazione l’asettico interno domestico di un’impeccabile villetta di campagna. Design contemporaneo, geometrie lineari essenzialmente monocrome, tocco di grigio metallico creato da ampie veneziane sullo sfondo: l’atmosfera è fredda e astratta.


Al centro della vicenda Sarah e Richard, una coppia borghese stanca della routine matrimoniale, che ricorre a spiazzanti diversivi erotici. Sarah racconta al marito di ricevere in casa tutti i pomeriggi un amante; Richard rivela alla moglie le scappatelle con una prostituta. Si scoprirà presto che coniugi e amanti sono le stesse persone: Sarah interpreta il ruolo dell’amante di Richard, e viceversa.

Pinter svela il baratro chiuso nelle chiacchiere di ogni giorno. Doppia vita, reale e virtuale: amanti avviluppati in siparietti proibiti, coniugi incastrati in resoconti ordinari. Ménage di coppia normalmente scoppiata. Fughe nell’immaginario osé. I meccanismi si ripetono identici, in un continuo gioco di ruolo. La comunicazione è possibile solo se filtrata dalla finzione.

Resta il vuoto esistenziale di un uomo e una donna chiusi in una casa, lo sguardo perso, isolato dal mondo. Come se la realtà esterna, le sue relazioni, le abitudini sociali, il lavoro, tutto ciò che si potesse frapporre tra loro, fosse confinato in un orizzonte indefinito.

Letteratura e vita. Corpi fragili, nudi, persi nel nulla, scarnificati di tutti gli orpelli borghesi. Confessioni, sfoghi, frustrazioni. Disordine e groviglio della mente. Desideri che s’intrecciano. Sarah e Richard sono maschere consapevoli di una recita che ogni tanto incoccia la verità. Aleggia la sensazione che qualcosa di vero in questi tradimenti ci sia, se Loris inserisce il breve cammeo della comparsa in scena di un terzo uomo, il lattaio (Vladimir Todisco Grande).

Testo scarno, trama semplice, dinamiche sclerotizzate. A dare consistenza a questo Pinter “minore”, a dar voce alla complessità umana che si annida dietro la vita e l’anima dei protagonisti, Loris sceglie due attori che fanno della molteplicità il loro punto di forza.

Cinzia Spanò, elegante, garbata, sensuale, rappresenta lo stereotipo della moglie perbene al tempo stesso capace di sottotesti ammiccanti. Roberto Trifirò sarcastico e sgarbato, delicato e gentile, surreale e grottesco, cervellotico e contraddittorio, è personaggio pirandelliano a tutto tondo. Il suo sdoppiamento si riflette nella scissione tra l’io narrante e l’io narrato, e sembra incontrarsi a meraviglia con la poetica dell’assurdo di Pinter.
Ogni dettaglio recitativo è curato meticolosamente. Dei protagonisti sono tratteggiati anche tic e nevrosi. Semplici oggetti scenici (il tavolo con la sua tovaglia, un bongo) diventano simboli del rituale sessuale, eludendo ogni deriva volgare.

Le luci disegnate da Alessandro Tinelli creano spazi scenici alternativi, le sole vie di fuga concesse a questi personaggi imbrigliati dai rispettivi ruoli. Le musiche alla chitarra di Simone Spreafico creano ondeggiamenti come montagne russe: s’inerpicano faticosamente, scendono in picchiata, sono il commento fragoroso alle altalene esistenziali dei protagonisti, al loro equilibrio perennemente bisognoso di ridefinizione.

Resta l’urgente silenzio, oltre il caos delle parole. La voglia incessante di ricostruire una relazione all’apparenza logora. L’idea che sia comunque possibile riunire i cocci di un matrimonio in frantumi, purché resista la volontà di interrogarsi, scuotersi, di guardare sé stessi e la propria storia da una diversa angolazione.

L’AMANTE
di Harold Pinter
traduzione Alessandra Serra
regia Lorenzo Loris
con Roberto Trifirò, Cinzia Spanò
e con Vladimir Todisco Grande
scena Daniela Gardinazzi, costumi Nicoletta Ceccolini, luci Alessandro Tinelli
musiche originali di Simone Spreafico,  collaborazione ai movimenti Barbara Geiger

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 3’ 15″”

Visto a Milano, Teatro Out/Off, il 28 aprile 2016

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